Il Fermo Proposito: cattolici in politica nella storia di ieri e di oggi

Il 21 agosto, la Chiesa Cattolica celebra la Memoria di San Pio X, papa, che, come recita il Martirologio Romano, “fu dapprima sacerdote in parrocchia e poi vescovo di Mantova e patriarca di Venezia. Eletto, infine, Pontefice di Roma, si propose come programma di governo di ricapitolare tutto in Cristo e lo realizzò in semplicità di animo, povertà e fortezza, promuovendo tra i fedeli la vita cristiana con la partecipazione all’Eucaristia, la dignità della sacra liturgia e l’integrità della dottrina”. Giuseppe Melchiorre Sarto per undici e fruttuosi anni, dal 1903 al 1914, fu Sommo pontefice della Chiesa. Non si vuole, qui, ricordare quanto di biografico ed ecclesiologico viene cristallizzato in maniera lapidaria nelle poche righe del Martirologio Romano, ma ben di più si vuol riproporre una serie di considerazioni in ordine al suo impegno ed attenzione per la politica e per coloro che, professandosi cristiani cattolici, erano, sono e saranno chiamati a impegnarsi in politica.

Rispetto a questo è fondamentale aprire una dissertazione sulla lettera enciclica “Il fermo proposito” pubblicata l’11 giugno del 1905. In essa si parla della istituzione della Azione Cattolica come strumento aggregativo funzionale all’apostolato laico, ma soprattutto non è secondario quanto di politico in essa viene trattato sui diversi argomenti politici, che inesorabilmente la mettono in relazione con la “Rerum Novarum” di Papa Leone XIII, e la pone in confronto con il “Non expedit” del Beato Pio IX, più longevo Papa della storia, peraltro acceduto al Ministero Petrino giungendo dalla Cattedra della Diocesi di Imola di cui era Arcivescovo-Vescovo Cardinale.

Sono quindi svariate le fasi dell’impegno cattolico in politica che si sono avvicendate nel corso della storia dell’Italia unita. Ed oggi? Quale è il ruolo dei cattolici nell’impegno pubblico, politico, sociale, amministrativo e istituzionale?

IL DIVIETO QUASI ASSOLUTO DEL NON ESXPEDIT – La prima fase dell’ingaggio dei cattolici nella politica italiana, dopo l’unificazione della penisola e a causa della “Questione romana”, non ebbe rosei albori, si giunse a picchi aspri nel dibattito pubblico sino ad arrivare anche a momenti di tensione negli ultimi anni del XIX secolo, che si intende qui solo salientemente rievocare, ma che di fatto condussero il Pontefice Pio IX, al secolo Cardinale Giovanni Maria Mastai Ferretti, a disporre il già menzionato “Non expedit”. “Non expedit”, letteralmente “non conviene”: nel 1868 divenne sconveniente e vietato che i cattolici italiani si impegnassero attivamente alla vita politica, eccezione fatta per le elezioni amministrative territoriali che sembravano espunte dal divieto. Tale divieto fu uno strappo istituzionale pesante, e, si osa dire, forse doveroso. Definirei questo periodo come il periodo del divieto quasi assoluto.

LA TERZAVIA DELLA RERUM NOVARUM – La seconda tappa della storia politica per i cattolici nell’Italia unita fu poi raggiunta con Leone XIII qualche anno dopo nel 1891 con l’enciclica sociale “Rerum novarum”. Il 15 maggio di quell’anno Papa Pecci di fatto fondò la Dottrina sociale della Chiesa così come la si intende nei tempi moderni. La Dottrina sociale si pose sin da subito come una sorta di “terza via” fra il capitalismo imperante in occidente e il socialismo sempre più dominante dell’est. Il papa si occupò di questioni sociali, di tutela dei ceti più deboli, la condanna al socialismo e delle lotte sociali, fino a giungere ad una proposta risolutiva: le problematiche del mondo politico e del lavoro dovevano essere risolte da una specie di task-force, senza banalizzazioni, che doveva coinvolgere l’istituzione Chiesa e l’istituzione Stato assieme ai datori di lavoro e loro subordinati, senza sfoghi livorosi o rivoluzionari.

IL FERMO PROPOSITO: IMPEGNARSI IN POLITICA – Bisognerà poi attendere qualche anno perché all’inizio del nuovo secolo, il nuovo Pontefice Pio X pubblichi “il fermo proposito”, enciclica del 1905 in cui, riprendendo i implementando i concetti della Rerum novarum. Il Papa trevigiano propose una energia nuova dei cattolici nello studio della situazione sociale e politica per poi prenderne parte come “testimoni antisocialisti”: era infatti il periodo in cui sembrava il socialismo la panacea di tuti i mali. Il fermo proposito doveva quindi essere quello di impegnarsi attivamente e collaborare alla cosa pubblica.

Dopo oltre un secolo, quanto è attuale questo invito per i laici cattolici di impegnarsi in politica? Quale è il loro ruolo? In cosa possono incidere.

Alcune considerazioni: i cattolici hanno il dovere di fare politica, farla rimanendo coerenti ai dettati e ai principi che conservano i valori trasmessi dal loro credo, senza che esso fagociti le istituzioni, ma evitando altresì che le istituzioni si impregnino, come di fatto sta già avvenendo, di un sempre maggiore laicismo. Ed è proprio sul tema del laicismo dilagante che occorre battere il chiodo dell’azione politica: la Repubblica non è laicista, ma bensì è laica, e secondo due articoli, che sono nei principi di ferro e inviolabili della Carta costituente, il settimo e l’ottavo, la Repubblica favorisce e stimola i rapporti con la Chiesa Cattolica e con le altre confessioni religiose.

Non è laico lo stato che non fa il presepe, non è laico lo stato che toglie i crocifissi dalle aule e dagli uffici pubblici, non è laico uno stato che estromette il senso religioso e la tradizione cristiana che ha caratterizzato per quasi due millenni la nostra penisola, ma è semplicemente uno stato laicista che distrugge e non conserva la propria identità culturale e nazionale, indipendentemente dalle singole convinzioni religiose dei suoi consociati.

Il cattolico “deve fare politica senza lasciarsi corrompere”, ha detto da ultimo Papa Francesco in aula Paolo VI ad aprile 2015 incontrando una Comunità di fedeli. Ma prima di lui il grande Papa Emerito Benedetto XVI ha affermato un’altra grande verità quando ancora era Cardinale Prefetto del Sant’Uffizio: è la nota del novembre 2002 emessa dalla Congregazione per la dottrina della Fede, ove in estrema sintesi si dichiara che non tutti gli schieramenti sono uguali, non tutti i valori sono uguali. Il cattolico impegnato in politica deve secondo coscienza saper individuare la parte giusta, senza compromessi. Non si può fare “il cattolico dentro il partito”, dentro un qualsiasi partito, per esserne la rappresentanza minoritaria e così intercettare i consensi elettorali e il voto della “categoria”.

Bisogna aderire anzitutto come cattolici a un partito che difenda la vita dal concepimento alla morte naturale, che tuteli e valorizzi la famiglia come il consorzio naturale in cui si educa alla vita, che persegua i valori di verità e libertà, senza far venire meno la giustizia.

Chiunque può dissentire da quanto affermo, potendo al contrario dire di essere l’esponente cattolico dentro questa piuttosto che quella formazione politica. Certamente è libero di affermarlo proprio in forza di quella libertà che la cultura cristiana persegue da oltre due millenni, ma a queste persone occorre fare presente che così non la pensa il Magistero.

Cattolico in politica significa tutelare la vita, la famiglia, il lavoro, amare lo Stato e le sue Istituzioni, conoscere la storia della nostra Nazione, valorizzandola.

Il Cattolico in politica, non si fa, si è.

1 commento

  1. Ho letto con molto interesse questa breve ma esauriente storia recente di inviti a come deve porsi in politica il cattolico. Non è un argomento facile da affrontare al giorno d’oggI, personalmente mi fermo a quanto affermato dal Papa Emerito.

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