Quando il 28 febbraio 2026 i missili americani e israeliani hanno colpito Teheran nell’operazione denominata Epic Fury, molti commentatori occidentali hanno reagito come se il Medio Oriente avesse improvvisamente preso fuoco. In realtà, quella regione non ha mai smesso di bruciare. Il Golfo Persico è uno dei teatri di conflitto più persistenti della storia contemporanea, e l’attuale scontro tra USA, Israele e Iran non è un’anomalia: è l’ultimo atto di una partita che si gioca dal 1980, con le stesse pedine, gli stessi interessi e le stesse bugie di copertura.
Un golfo, quarantasei anni di guerre
Per capire cosa sta accadendo oggi, bisogna partire dall’anatomia geopolitica di questo specchio d’acqua. Il Golfo Persico separa la Penisola araba dalla Persia: sulla sponda occidentale si affacciano sette Paesi a maggioranza sunnita — Iraq, Kuwait, Arabia Saudita, Emirati, Bahrain, Qatar, Oman. Sulla sponda orientale c’è l’Iran, persiano e sciita. Questa frattura etnico-religiosa, sovrapposta a riserve petrolifere tra le più abbondanti del pianeta e a una via marittima di importanza strategica assoluta, ha prodotto decenni di instabilità strutturale, amplificata dagli appetiti delle grandi potenze esterne.
Il primo conflitto su vasta scala fu la guerra Iran-Iraq (1980-1988), innescata dalla decisione del dittatore iracheno Saddam Hussein di invadere l’Iran appena uscito dalla Rivoluzione Islamica del 1979. Gli obiettivi erano territoriali, ma dietro c’era anche il calcolo che il nuovo regime di Khomeini fosse troppo giovane e fragile per resistere. Fu un errore di valutazione catastrofico. L’Iran resistette, recuperò i territori perduti e la guerra si trascinò per otto anni con un bilancio di oltre mezzo milione di morti, uso di armi chimiche da entrambe le parti e il sostegno americano a Baghdad — un dettaglio che il discorso pubblico occidentale tende a rimuovere. Il conflitto si concluse nel 1988 con un cessate il fuoco mediato dall’ONU senza spostare un confine.
Solo due anni dopo, Saddam Hussein aprì un secondo fronte: l’invasione del Kuwait (agosto 1990), mossa da debiti di guerra e dall’intenzione di appropriarsi delle sue risorse petrolifere. La risposta internazionale fu immediata: una coalizione di 35 Paesi, guidata dagli Stati Uniti di George H.W. Bush, liberò il Kuwait in poche settimane di campagna aerea e pochi giorni di operazioni terrestri. L’Italia vi partecipò. Ma la coalizione non spinse fino a Baghdad: il mandato ONU prevedeva solo la liberazione del Kuwait, e Saddam rimase al potere. Un dettaglio che avrebbe pesato enormemente nel decennio successivo.
Nel 2003 il cerchio si chiuse, stavolta con un pretesto costruito a tavolino: la presunta esistenza di armi di distruzione di massa nelle mani di Saddam. Non esistevano. Nessuno degli attentatori dell’11 settembre era iracheno. Il legame tra Baghdad e Al-Qaeda era una finzione. Eppure, il 20 marzo 2003 le truppe americane, britanniche, polacche e australiane invasero l’Iraq, rovesciarono il regime e aprirono una crisi umanitaria e politica che dura tuttora. Il ritiro americano del 2011 lasciò un Paese destabilizzato, che divenne terreno fertile per l’ISIS e per le milizie sciite finanziate dall’Iran.
Sullo sfondo di tutto questo, una guerra a bassa intensità tra Iran e Israele andava accumulando detriti: operazioni di intelligence, assassinii mirati, attacchi ai proxy — Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza, gli Houthi in Yemen. Nel 2024 si è passati alla prima escalation aperta, con attacchi diretti e rappresaglie reciproche. Nel giugno 2025 è seguita la cosiddetta “Guerra dei 12 giorni“, conclusa con una tregua fragile. Il 28 febbraio 2026 quella tregua è definitivamente saltata.
La struttura di un’escalation annunciata
L’attacco dell’operazione Epic Fury non è avvenuto nel vuoto. L’Iran arrivava a questo appuntamento in condizioni interne gravissime: inflazione intorno al 40%, il rial crollato a un milione per un dollaro, sanzioni riattivate a settembre 2025 dal meccanismo “Snapback” dell’ONU (conseguenza della ripresa dell’arricchimento dell’uranio oltre i limiti concordati), e una spirale di proteste represse nel sangue tra dicembre 2025 e gennaio 2026, con almeno quarantamila morti secondo le stime. L’unico polmone finanziario rimasto era la Cina, che acquistava tra l’80 e il 90% del petrolio iraniano esportato a prezzi scontati, spesso in baratto con tecnologia di sorveglianza e infrastrutture ferroviarie.
È in questo contesto di fragilità strutturale che Washington e Tel Aviv hanno visto un’opportunità. I negoziati sul nucleare aperti nelle settimane precedenti erano una copertura diplomatica: all’Iran veniva chiesto non solo di limitare l’arricchimento dell’uranio, ma di rinunciare ai missili balistici e di abbandonare tutte le milizie regionali. Una proposta deliberatamente irricevibile, utile a giustificare ciò che era già pianificato.
Il 28 febbraio un attacco israeliano ha colpito il complesso istituzionale di Teheran dove si teneva una riunione ai vertici. La Guida Suprema Ali Khamenei — al potere dal 1989 — è morta sotto le macerie insieme al comandante delle Guardie Rivoluzionarie, al ministro della Difesa e al capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale. In un unico attacco è stata decapitata la struttura di comando politico-militare del Paese. Non è chirurgia: è uno shock sistemico intenzionale.
La risposta iraniana è stata immediata: chiusura dello Stretto di Hormuz, blocco di oltre 150 petroliere, 165 missili balistici e 541 droni lanciati contro gli Emirati Arabi Uniti — Paesi alleati degli USA che ospitano basi americane e britanniche. Dubai è stata colpita: il Burj Al Arab ha preso fuoco, il Terminal 3 dell’aeroporto evacuato, tre morti e decine di feriti.
Le connessioni nascoste: petrolio, Russia e il triangolo globale
È qui che illuminiamo ciò che i media mainstream tendono a omettere: questa guerra non riguarda solo il Medio Oriente. Colpire l’Iran significa colpire contemporaneamente due attori globali. La Russia utilizza droni Shahed iraniani in Ucraina e ha costruito con Teheran una solida partnership militare. La Cina dipende dal petrolio iraniano e nel 2021 ha firmato con l’Iran un accordo ventennale da centinaia di miliardi di dollari. Indebolire l’Iran significa erodere entrambe queste relazioni, complicare la guerra in Ucraina e aumentare la pressione energetica su Pechino — senza un confronto militare diretto.
Il paradosso è che nel breve periodo l’escalation beneficia la Russia: la chiusura di Hormuz ha già fatto salire il prezzo del petrolio da 73 a oltre 80 dollari al barile, con proiezioni a 120-130 dollari in caso di blocco prolungato. Mosca, esportatore netto di idrocarburi, incassa automaticamente margini maggiori. Trump, che si vanta di voler “abbassare i prezzi dell’energia”, sta involontariamente finanziando il budget di guerra di Putin. È uno degli effetti collaterali che nessuno nei comunicati ufficiali nomina.
Cosa può accadere ora: scenari e interessi europei
Il vuoto di potere aperto dalla morte di Khamenei è senza precedenti nella storia della Repubblica Islamica. La Costituzione prevede l’elezione di un nuovo leader da parte dell’Assemblea degli Esperti, ma nel mezzo di una guerra attiva questo processo è incerto. A Teheran è stato costituito un triumvirato provvisorio — composto dal Presidente Pezeshkian, dal capo del potere giudiziario e da un nuovo riferimento religioso — ma i 210.000 effettivi dei Pasdaran (Guardie della Rivoluzione) restano l’asse di potere più solido. Chi controlla i Pasdaran, controlla l’Iran.
I possibili scenari sono tre. Il primo, la de-escalation negoziata: la leadership sopravvissuta fa concessioni sul nucleare, lo Stretto riapre, i mercati si stabilizzano. Il secondo, la continuità del regime sotto i Pasdaran: il conflitto prosegue, la guerra diventa lunga e logorante. Il terzo, il collasso del sistema: la sovrapposizione di guerra, vuoto di potere e rivolta interna destabilizza l’Iran in modo irreversibile — con esiti imprevedibili che non necessariamente approdano alla democrazia liberale.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, la posta in gioco è concreta. Attraverso lo Stretto di Hormuz transita circa il 20% del petrolio mondiale e il 25% del gas naturale liquefatto esportato globalmente — in larga parte qatariota, di cui l’Europa è il principale acquirente. Il blocco prolungato dello Stretto significa bollette energetiche in forte rialzo e pressione inflazionistica sull’intera economia continentale. L’Italia è stata informata dell’attacco americano quando era già in corso: sintomo di una marginalità europea che si paga ogni volta che la regione prende fuoco.
L’Unione Europea ha invitato alla de-escalation. Il comunicato di Kaja Kallas è rimasto nell’alveo della formula diplomatica — “protezione dei civili e rispetto del diritto internazionale” — senza peso politico reale. Francia, Germania e Regno Unito si sono dichiarati pronti ad azioni “difensive e proporzionate”, memori dell’Iraq del 2003.
Il Golfo Persico brucia da decenni per le stesse ragioni: risorse energetiche che fanno gola alle grandi potenze, divisioni etniche e religiose strumentalizzate, regimi instabili mantenuti o rovesciati a seconda della convenienza del momento. Ogni guerra in questa regione è stata preceduta da una giustificazione ufficiale che il tempo ha smentito: la difesa del Kuwait nel 1991, le armi di distruzione di massa nel 2003, la minaccia nucleare iraniana nel 2026. Ciò che non cambia è la struttura profonda: chi controlla il petrolio del Golfo controlla le leve dell’economia mondiale. Finché questa verità non entrerà nel discorso pubblico — invece di essere nascosta dietro le narrazioni ufficiali — il Golfo continuerà a bruciare, e noi a pagarne il conto in bolletta.







