Il potere che ha paura delle parole: lo scontro tra Salvini e Saviano

Negli ultimi anni, l’Italia ha assistito a uno scontro emblematico tra due figure diametralmente opposte: da un lato Roberto Saviano, scrittore e giornalista simbolo dell’antimafia e della libertà di parola; dall’altro Matteo Salvini, leader della Lega e figura centrale del populismo italiano. Un conflitto che va oltre la polemica personale,  e che tocca il cuore della democrazia: il rapporto tra potere politico e pensiero critico. Per Salvini non sarebbe nemmeno la prima volta andare contro un intellettuale, bofonchiando qualche slogan del momento.

“Ministro della Mala Vita”: un’accusa pesante ma simbolica

Tutto ebbe inizio in un momento cruciale ,nel 2018, quando Saviano definì Salvini “Ministro della Mala Vita” durante il suo mandato come Ministro dell’Interno. L’espressione, durissima, riprende volutamente un’accusa storica usata da Gaetano Salvemini contro Giovanni Giolitti, accusato allora di collusioni con poteri criminali. Saviano ha voluto così sottolineare il legame, a suo dire inquietante, tra l’uso politico della paura, l’intolleranza istituzionalizzata e i metodi dissuasori da “regime”.

Il motivo? Le politiche migratorie di Salvini, i porti chiusi, gli attacchi alle ONG che salvavano vite nel Mediterraneo, la criminalizzazione sistematica del diverso, rappresentavano, e rappresentano secondo lo scrittore, una pericolosa forma di violenza istituzionale. Un potere che non si limita a governare, ma che costruisce consenso colpendo i più deboli.

Salvini: il politico contro la cultura

Invece di rispondere sul merito, Salvini ha scelto la via della repressione giudiziaria: ha querelato Saviano per diffamazione. Ma non si è fermato lì. In un gesto che ha sollevato scandalo in Italia e all’estero, mise in dubbio perfino l’assegnazione della scorta a Saviano, chiedendosi pubblicamente se fosse ancora giustificata. Come legge ed etica a volte non vanno di pari passo. Un’intimidazione implicita, diretta a un uomo che vive sotto protezione dal 2006 per le sue denunce contro la camorra.

“Valuteremo se Saviano ha ancora bisogno della scorta”, disse Salvini, dimenticando che lo Stato non può usare la protezione come strumento di ricatto.

La comunità intellettuale e giornalistica reagì con sdegno. Le MondeThe GuardianEl PaísThe New York Times e altre testate internazionali difesero apertamente Saviano, segnalando con preoccupazione l’attacco alla libertà d’espressione in Italia. L’idea che un ministro potesse decidere chi proteggere in base all’allineamento politico fece il giro del mondo come simbolo di un pericoloso autoritarismo strisciante.

Il nemico perfetto del populismo: chi pensa

Saviano è diventato, suo malgrado, il simbolo dell’intellettuale che il potere non tollera. E Salvini, da anni, ha scelto la cultura come suo bersaglio privilegiato. È il linguaggio dell’anti-élite, del “buonsenso contro i professoroni”, del “popolo contro i salotti”.

Matteo Salvini derise Umberto Eco, dicendo che “nessuno lo capiva”, liquidò Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, come “strumentalizzata dalla sinistra”. Sbeffeggiò Dacia Maraini (critica sul razzismo) con un “maestrina moralista” e accusò Moni Ovadia di “sinistrismo inutile”, neologismo fatto ad hoc dall’attuale Ministro dei Trasporti perché espressione che non significherebbe nulla. Anche il povero Claudio Amendola è finito sotto la scure per aver espresso opinioni diverse.

Se scorriamo i nomi e le boutade del Ministro, possiamo riconoscere lo schema discorsivo del “US vs. THEM”, il noi contro loro adottato da molti leader politici e comunicatori. Solamente che i nomi del Noi sono risibili rispetto ai nomi del Loro. I seguaci del leghista sono altre persone lontano dal concetto di intellettuale e non dedite al pensiero critico nel dibattito pubblico. Personaggi che per mestiere o per poco acume sono soliti parlare per slogan, con discorsi né coesi, né coerenti. 

Non è solo una guerra contro chi dissente. È una strategia precisa: svuotare il dibattito pubblico di pensiero critico, ridurre tutto a slogan, trasformare la cultura in un nemico.

Il pensiero sotto scorta

Roberto Saviano ha pagato con la libertà personale il prezzo delle sue parole. Vive blindato, sotto minaccia permanente. Eppure, ha continuato a scrivere, denunciare, parlare. E lo ha fatto anche quando chi avrebbe dovuto difendere la libertà d’espressione ha cercato di silenziarlo. Se anche Saviano vivesse a New York, come più volte paventato da Salvini, sarebbe ovvio per la sua protezione. Se anche Saviano venisse una volta l’anno in Italia, avrebbe più facoltà di critica di molti altri italiani, proprio per la dedizione fattiva del suo operato da giornalista e scrittore. Vorremmo ricordare che Saviano ha giustamente preso i soldi che doveva da suo ingegno e prodotto, risultando uno degli scrittori italiani più tradotti al mondo. 

Nel mondo del potere fiscale, dello svuotamento della politica e della legge del più forte, oggi più che mai è necessario stare dalla parte di chi pensa, di chi scrive, di chi rischia. Perché ogni volta che un potere tenta di mettere il bavaglio a un intellettuale, non è solo lui a essere in pericolo: è la vita democratica stessa.

Aspettiamo con ansia la prossima puntata. Dopo Saviano, Ovadia ed Eco, non saremmo sorpresi di veder scritto “Salvini contro Dante Alighieri”.  Perchè non prendersela direttamente contro Pericle, Luttazzi, Guzzanti ed Enzo Biagi. Sarebbe vintage e poco originale forse.

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