Intervista a Giulia Ciarapica: I libri sono davvero solo libri?

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Giulia Ciarapica, classe 1989, è laureata con lode in Filologia moderna presso l’università degli Studi di Macerata. Da appassionata di letteratura nel 2014, ha deciso di aprire un blog culturale che attualmente porta il suo nome. Partita da un piccolo spazio, “Se questo è un libro”, il suo blog si è rapidamente evoluto in qualcosa di più grande, cambiando veste grafica e allargando pian piano la sua audience di lettori, rendendo la sua creatrice la book-blogger più influente d’Italia. Da lettrice vorace e scrittrice di recensioni, ha iniziato un percorso che l’ha portata in pochissimo tempo a collaborare con il magazine «Sololibri.net» e con «Ghigliottina.it». Nel 2016 ha iniziato la sua prima collaborazione con «Il Messaggero» e, l’anno successivo, ha intrapreso un percorso professionale con «Il Foglio», diventando una collaboratrice giornalistica per entrambe le testate. Nello stesso anno ha inoltre curato la rubrica Food&Book per Huffington Post Italia.

E’ l’autrice del saggio “Book blogger. Scrivere di libri in Rete: come, dove, perché, edito Cesati Editore, nonché del romanzo “Una volta è abbastanza”, edito Rizzoli.

  1. Giulia Ciarapica, come avrà già capito lintento del nostro progetto è avvicinare quanto più possibile le persone, non solo alla lettura, ma anche allarte e al sociale, adottando un approccio differente. Per il nostro percorso abbiamo scelto di trattare ogni cosa in modo profondamente umano”, evidenziando, della letteratura e dell’arte, tutto ciò che di esse si lega all’emozione e a quella parte di noi che chiamiamo anima, ovvero la nostra essenza più intima; quel che ci rende ciò che siamo, ognuno con le proprie debolezze e punti di forza. Letteral(mente) si fonda sulla convinzione che la cultura non debba essere vista come qualcosa di distante, prettamente accademico, bensì come qualcosa che ci sta costantemente vicino, che parla di noi e che, talvolta senza farsi notare, abbraccia tutti gli ambiti della nostra vita, dai più importanti ai più frivoli. Ce lo ha dimostrato questo tempo di pandemia in cui, forse, è stata proprio larte, ancora una volta, come è già successo in altri periodi storici, a salvarci. Cinema, pittura, libri, film… ci hanno permesso di continuare a vivere anche quando tutto sembrava essersi fermato, congelato in un unico istante senza tempo. Quindi volevo chiederle, per lei la letteratura, le storie, che cosa hanno rappresentato in questo periodo difficile? Le sono servite da sprono, da conforto? Il suo approccio alla scrittura è cambiato?

Grazie innanzitutto per avermi voluta come vostra ospite, è un piacere dialogare con voi.

In realtà non è cambiato così tanto il mio approccio alle storie e in generale alla Letteratura, perché da sempre ho interpretato e vissuto l’universo letterario come una dimora di conforto e di confronto, in cui rifugiarmi non per fuggire dalla realtà ma per provare a capirla con calma e senza fretta, guardando in faccia la me di oggi e magari riflettendo su quella che sono stata e su quella che vorrò essere. Dopotutto, credo che la Letteratura sia innanzitutto un dialogo con sé stessi.

Però devo dire che in questo lungo arco di tempo non sono quasi riuscita a scrivere. Ho letto, sì, come sempre, ma dal punto di vista della scrittura ho avuto una sorta di blocco, come se avessi avuto bisogno non tanto di dire quanto di ascoltare, assorbire.

  1. Una volta un famoso cantautore italiano, Samuele Bersani, ha detto che «Per scrivere bisogna vivere». A questo punto, ben consapevoli che nessuna esistenza è uguale a un’altra e che ognuna è composta di gioie e dolori tanto diversi quanto, talvolta, universali, ci si potrebbe chiedere che cosa si intenda per vita. Quando pensiamo al termine vita raramente pensiamo al silenzio, alla routine che anima le nostre giornate e, in un certo senso, da’ loro ordine; pensiamo a tutto ciò che ci ha cambiato, al bene ma anche al male, a tutte le persone che abbiamo incontrato, ai viaggi fatti e ancora da fare. Rivolgendomi a lei, book-blogger e scrittrice quindi, non posso far altro che pensare a un’altra citazione famosa; una citazione del grande Umberto Eco che dice «Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: cera quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava linfinito… perché la lettura è una immortalità allindietro.» Per ogni scrittore, così come per ogni lettore, anche i libri sono vita, un portale che non è solamente in grado di trasportarci in altre epoche (seppur solo con la fantasia) ma anche in altri vissuti; uno strumento in grado sconvolgere il nostro sguardo, spingendoci a metterci nei panni di chi ci sta accanto, di chi vive culture e situazioni lontane dalla nostra. Secondo lei che cosa rappresentano davvero i libri nella vita delle persone, sia per chi li scrive, che per chi li legge? Si tratta solo di svago oppure c’è qualcosa di di più dietro il nostro bisogno di storie? Può qualcosa di infinitamente semplice come un romanzo (ma anche un saggio) cambiare davvero il nostro modo di vedere le cose, costituendo un esempio pratico per la nostra vita?

Se non avessi la convinzione che la Letteratura può cambiare l’uomo nelle sue radici più profonde e invisibili, mi creda, non farei questo lavoro. Il libro –tanto come oggetto fisico quanto come contenuto, come materia viva– non è mai qualcosa di “semplice”. Lo è nella forma, certo, spesso anche nel livello di comprensibilità, ma non dobbiamo mai dimenticare che si tratta di qualcosa scritto dall’uomo, per l’uomo e che parla dell’uomo, delle sue gioie, dei suoi dolori e dei suoi problemi: esiste dunque qualcosa di più vicino all’individuo? Qualcosa che più di ogni altra lo accolga, lo rispecchi e che al contempo lo metta in discussione? Certo, ci sono storie di puro intrattenimento, ma poi ci sono anche romanzi come Stoner” di John Williams o come Gli indifferentidi Alberto Moravia, c’è l’opera somma di Dostoevskij, c’è Balzac con la sua Commedia Umana e con Vautrin, il genio del male, e poi c’è tutta la Letteratura della Mitteleuropa con i suoi drammi e i suoi silenzi. Questi non sono soltanto dei mondi, sono dei veri e propri abissi umani, nei quali ci perdiamo e dai quali siamo abituati spesso a risorgere, salvandoci.

  1. A proposito dellimportanza della letteratura, io so che lei è anche lideatrice di un progetto scolastico deccezione: Surfing on books. Il progetto è stato ideato per insegnare ai ragazzi che frequentano le scuole medie e superiori come si scrive una recensione e, sopratutto, come si legge un libro”; un obiettivo con la quale ogni insegnante di letteratura deve fare i conti ma che, anno dopo anno, diventa sempre più difficile da raggiungere. E’ impossibile non notare infatti, frequentando l’ambiente scolastico, il profondo cambiamento che c’è stato, non tanto nellimpostazione didattica, quanto nellutenza scolastica stessa. Gli adolescenti e, più in generale, i giovani della cosiddetta generazione Z —coloro che sono nati fra il 1995 e il 2010— sono sicuramente diversi dai ragazzi che hanno popolato le classi delle generazioni precedenti. Essi sono cresciuti immersi in un contesto che potremo definire pandigitale, ovvero fatto di dispositivi tecnologici come computer, smartphone, tablet ed e-book, sempre più moderni e sofisticati. Ciò ha fortemente influenzato, se non modificato completamente, il loro sistema cognitivo, nonché il loro metodi di apprendimento i quali, mal si coniugano ai metodi d’insegnamento ancora legati a un contesto pre-digitale. I post-millennials infatti —e ciò è stato dimostrato da diversi studi in ambito scientifico e sociale— utilizzano una logica di apprendimento del tutto nuova, una logica multimediale costruita attraverso una commistione di codici e linguaggi diversi; immagini, video, audio e scrittura si fondono in un continuum multisensoriale, dando vita a un modello di interiorizzazione del mondo circostante completamente nuovo rispetto a quello delle generazioni precedenti. I portali attraverso la quale è possibile apprendere oggigiorno, sono pressoché infiniti; non basta che digitare i propri dubbi e richieste su qualsiasi motore di ricerca per avere centinaia di migliaia di risposte, tanto che ormai è chiaro, anche ai più restii al cambiamento, quanto sia “anacronistico” o perfino “utopico” pensare, in una società in cui la tecnologia si fa sempre più pervasiva e onnipresente, ad un ambiente educativo, quale quello della scuola, come un ambiente fatto esclusivamente “di carta”.Quindi le chiedo: Come instillare l’amore per la letteratura in una generazione che vive un contesto completamente diverso rispetto quello vissuto dalle generazioni precedenti? Qual è il metodo migliore per stimolare le loro menti, spingendole a creare qualcosa di nuovo? E sopratutto, c’è davvero, secondo lei, una “modalità corretta” per affrontare le storie nella quale ci imbattiamo?

Credo in tutta sincerità che ai ragazzi i libri non vadano “spiegati” ma vadano fatti vivere per quello che sono: storie che parlano, come dicevo poc’anzi, di noi. Un Noi collettivo, grande, complesso e strutturato. Entrare nelle storie non significa solo apprendere l’andamento di una vicenda –né tantomeno scoprire soltanto la biografia dell’autore, ci mancherebbe– ma vuol dire comprenderne lo scopo, la navigabilità, finanche l’unicità. I libri servono a (ri)acquistare un tempo di riflessione, e occorre specificare che se i grandi classici sono quei testi che, come diceva Calvino, non ancora smesso di parlarci, di dire la loro, è perché affrontano tematiche care all’uomo a prescindere dalle epoche: l’amore, il desiderio di vita, le passioni, la paura della morte, i dubbi su Dio, sono questioni che non smetteremo mai di porci perché appartengono al substrato più intimo e profondo dell’essere umano. Questo, semmai, va spiegato ai ragazzi: non il libro “tale” o “talaltro”, ma cosa significa essere nella Letteratura, farne parte e non semplicemente leggerla.

4. Nel 2019 ha pubblicato il suo romanzo desordio, intitolato Una volta è abbastanza”, edito da Rizzoli. Nel suo romanzo, l’Italia è appena uscita dalla guerra e il lettore si trova catapultato in un piccolo borgo sperduto nellentro terra marchigiano: Casette d’Ete, una realtà che lei dichiara di conoscere molto bene. Qui la vita non è come nelle grandi città e il ritmo delle giornate è scandito da albe e placidi tramonti; tramonti quasi ignorati, perché tutta la vita è chiusa negli interni, è legata alle botteghe e ai laboratori in cui si ricuciono le suole, si tolgono di buona lena i chiodi e si fanno scarpe. In questo paesaggio suggestivo si muovono le sue protagoniste, Annetta e Giuliana, due sorelle completamente diverse ma unite da un rapporto d’amore viscerale. Entrambe vivono una guerra duplice: quella esterna appena conclusa, dalla quale devono cercare di rialzarsi; e quella interiore, fatta di interrogativi, tormenti e dubbi, di liti irrisolte e conti in sospeso. Entrambe si trovano davanti alla necessità di andare avanti e ricominciare da capo, consapevoli del fatto che, per poter continuare a vivere, è necessario cambiare. Eppure, nonostante le difficoltà, Annetta e Giuliana non rinunciano ai loro sogni; belle e tenaci, continuano a perseguire i loro obiettivi senza perdere mai la speranza, credendo ciecamente in un futuro migliore, da costruire con le proprie mani.

In questo particolare momento storico, anche noi ci troviamo davanti alla necessità di cambiare, di racimolare tutte le nostre forze e tornare a vivere, ricostruendo pian piano tutto ciò che la pandemia ha intaccato. Non è un processo semplice. Il Covid-19 ci ha colpiti in maniera inaspettata e persino la senatrice Liliana Segre, che ha vissuto sulla propria pelle gli orrori della guerra, ha parlato di una “moderna guerra mondiale”; una guerra estremamente diversa dalle precedenti —non fatta di bombe ma di distanze, di solitudini e incertezze— eppure, per certi versi, simile.

Alla luce di queste somiglianze, le voglio porre una domanda un pobizzarra: secondo lei come si sarebbero comportate Annetta e Giuliana nella situazione in cui ci troviamo noi ora? Ci sono dei personaggi appartenenti al mondo della letteratura che meglio di altri potrebbero darci dei consigli utili per affrontare, non solo i cambiamenti sociali che stiamo vivendo, ma anche il nostro cambiamento interiore?

Non ho idea di come si sarebbero comportate in un momento simile, probabilmente Giuliana sarebbe andata un po’ nel panico mentre Annetta si sarebbe ingegnata nella produzione di mascherine (sorrido, ma in fondo lo penso!). Credo però che sebbene ogni epoca abbia un vissuto differente, quello degli uomini –che subiscono com’è chiaro l’andamento dell’attimo storico– è interscambiabile al di là del tempo e dello spazio, altrimenti la Letteratura non contemplerebbe dei grandi classici, come si diceva prima. Penso a Un amore di Dino Buzzati e alla storia di Antonio Dorigo e di Laide, all’attualità di un sentimento così torbido che, nonostante sia stato raccontato alla fine degli anni Sessanta, resta ancora oggi più attuale che mai.

Rispetto al momento storico che stiamo attraversando, quello della pandemia, credo che sarebbe utile rileggere alcuni passi de I promessi sposi così come, in termini di maggiore intimità, sarebbe utile rileggere Cesare Pavese, Grazia Deledda o Natalia Ginzburg: immergersi in spazi letterari lontani dalla contemporaneità ma che prima di ogni cosa lasciano che il lettore possa concentrarsi su di sé, esclusivamente sul proprio modo di sentirsi integro e presente, a prescindere da ciò che accade tutt’intorno.

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