Italiano medio: parole, politici, papaveri e papere

Viaggio nel mese critico della Repubblica Italiana, raccontando a parole, bugie, papaveri e papere. Come si cambia per non morire e come si cambia per amore.

Dal governo dei migliori alle quote rosa, dal vocabolario secondo Dibba all’europeo Salvini.

Le parole sono importanti. Nanni Moretti asseriva così nella sua celeberrima citazione tratta dal film Palombella Rossa. Le parole viaggiano oggi sotto forma di informazioni. Il rimbalzo dei social ha fatto da cassa di risonanza e le informazioni si muovono più velocemente.

Durante il giorno siamo bombardati da informazioni, soprattutto sotto forma di notizie. La bulimia di queste notizie, nella società liquida teorizzata da Baumann, ha smosso il fenomeno dello “smemorato”. Siamo talmente assuefatti di informazioni che scordiamo ciò che sullo stesso argomento è stato detto poco tempo prima.

Su questa sottile linea rossa ha gozzovigliato il fenomeno fake news, sia se parliamo di disinformazione, sia di misinformazione. Una è la totale distorsione della notizia, l’altra è la manipolazione di questa affinché i fatti scelti veicolino solo il messaggio positivo per l’agente. L’altra piaga comunicativa è il gioco creatosi dalle parti politiche o dirigenziali, per cui se davvero gli utenti tendono a dimenticare velocemente quanto detto in precedenza, a causa del bombardamento di news, hanno una sorta di nulla osta per dire tutto e il contrario di tutto.

Nelle parole del mese di Febbraio non potevamo non gettare l’occhio all’evento degli eventi: l’incarico di Mario Draghi come nuovo Presidente del Consiglio della Repubblica Italiana.

Dalla crisi del Conte Bis al primo discorso di Draghi in Parlamento, si sono susseguite un’interminabile sequenza di frasi che, vista la catarsi dell’evento, hanno fatto sfoggio di retorica, incorrendo in cadute massime.

Senza fare troppi torti, facciamo un excursus sulle frasi dette da politici o dirigenti che hanno stonato con il loro passato, con il loro presente, e talvolta con la situazione in essere, come se il contesto non fosse tutto.

Partiamo da una considerazione: il contesto. Il contesto in comunicazione è tutto. Il contesto è una parte necessaria in molte discipline: basti pensare alla Storia. Non potremo mai mettere a confronto l’assalto dei trumpisti a Capitol Hill con l’assalto delle Pantere Nere al Congresso della California negli anni ‘60. Cosa c’è di diverso? Tutto. Due azioni che sembrano uguali, ma cambiano a seconda del contesto. Due frasi sono uguali ma cambiano a seconda del contesto comunicativo.

In molti mi hanno chiesto: perché Draghi nel suo discorso ha usato 10 volte la parola resilienza?

Innanzitutto questa supposizione sulla ridondanza della parola “resilienza” viene citata da Vittorio Sgarbi, che in un suo sbalzo neo-futurista ha citato la ripetizione della parola “resilienza” come motivo del suo voto contrario alla fiducia al governo, come se quel susseguirsi fosse un’onta per il premier (spiegando poi le vere motivazioni della sfiducia). La news stringata sui network citava però le famose 10 volte della parola resilienza. Niente di più erroneo.

La parola resilienza è stata usata 9 volte e distribuita in un discorso ampissimo. Non è la parola più citata, lo è Europa e tutte le sue declinazioni. Non è la seconda parola più citata. È una parola del vocabolario italiano, è passata dal linguaggio specialistico a quello dell’italiano neo standard. È una parola altamente azzeccata per il contesto comunicativo, seppure oggi abusata in altri contesti, in Parlamento e in quella situazione particolare era una parola precisa, dedicata, mai casuale e soprattutto adatta.

Naturalmente porta forte influenza la celebrità Vittorio Sgarbi, sicuramente un intellettuale preparato, ma forse meglio in altri campi che non siano la linguistica e la scienza delle comunicazioni.

Allo stesso modo il politico prende l’attenzione di tutti e una frase diventa virale.

“Il governo dei migliori”. Da questa frase, tutti i detrattori dell’attuale governo hanno salutato l’ascesa al potere di Draghi e la nomina dei ministri con una certa delusione. Giorgia Meloni, leader di FDI e oppositrice, parla così “Ma quale esecutivo dei migliori? E’ un governo ostaggio della Sinistra”. Le fa il coro il goliardico Vittorio Feltri “Ridicolo, ma quale governo dei migliori?”. E ancora, sempre nel centrodestra, il giornalista Francesco Giubilei titola un suo articolo “Il bluff del governo dei migliori”. Anche dall’altra parte un sempre pungente Andrea Scanzi tuona “Non chiamiamolo governo dei migliori con Brunetta, Carfagna e Gelmini”.

Adesso dovrebbe sorgervi una domanda: chi è stato a chiamarlo “governo dei migliori” per la prima volta e prima che conoscessimo la squadra del Presidente Draghi?

Tale On. Tajani, coordinatore di Forza Italia. In un’intervista parlò lui del “governo dei migliori”. Allora a chi si stavano riferendo i citazionisti Feltri, Giubilei e Meloni? A un uomo del centrodestra, a Tajani, non a Draghi. Nemmeno il Presidente Mattarella ha pronunciato quella frase, eppure queste due persone si sono viste arrivare il profluvio di critiche, nonostante nessuno di loro lo avesse battezzato come il G.O.A.T. dei governi.

Al salto nell’enorme platea dell’esecutivo Draghi, in molti hanno praticamente bruciato anni e anni di parole, incitazioni, slogan. Sicuramente il caso esemplare è quello di Matteo Salvini.

Non ci soffermeremo su questo caso in sé in base alle parole su Draghi e sull’Europa, d’altronde di necessità si fa’ virtù. Salvini rappresenta uno dei casi esplicativi della tecnica del “non memento”. E’ solo l’ultima di una serie. Sicuramente curiosa è stata, negli ultimi giorni, la presa di posizione del leader del Carroccio sul documento redattodalla ASL di La Spezia dove nel comparto “da dichiarare” si faceva domanda all’utente sul suo orientamento sessuale e il malcapitato avrebbe dovuto asserire, o non, la propria omosessualità, poichè gli omosessuali sarebbero giudicati come soggetti con comportamenti a rischio. Ha tuonato il leader della Lega, ha parlato di battaglia di civiltà, contro questo documento. Possiamo tranquillamente ricordare i tweet del trio Salvini-Pillon-Fontana durante la Giornata della Famiglia Tradizionale a Verona, dove Salvini riceveva l’ultra-conservatorismo russo, i quali ammettono un’avversione contro gli omosessuali che potrebbe arrivare fino alla pena di morte.

Non si salva dalla masnada di parole, papaveri e papere, nemmeno il Segretario del PD, Nicola Zingaretti, che ha salutato il nuovo corso della Repubblica con entusiasmo, nonostante la perdita dell’alleato Conte. È scorso talmente tanto entusiasmo nelle vene del Governatore del Lazio che preso dall’endorsement per Super Mario ha mosso il problema di genere e delle quote rosa, grande battaglia del PD, dimenticandosi poi di far contare quelle parole davanti proprio a Draghi. Il risultato dell’energico comizio di Zingaretti è stato: zero ministre in carica PD.

Subito giustificatosi, il Partito Democratico gioca la carta delle proprie donne come sottosegretari. Ma dall’incitamento strenuo e verace di Zingaretti non era prevalsa l’idea che mancassero donne ai vertici, perché solo così si abbatte la subordinazione all’uomo? Detto, e basta.

Un’ultima sincera considerazione va fatta sul Movimento 5 Stelle. Non perderemo tempo e traccia con i mille rimpasti, con le faide interne o con giudizi di merito sull’entrata nell’esecutivo Draghi del partito di maggioranza.

Ci concentreremo su una figura in particolare: tale Alessandro Di Battista, tornato alle cronache dopo il lavoro-vacanza-studio di due anni, ha inveito sulla perdita dei veri principi del Movimento, sullo smarrimento dei punti cardine, sull’alleanza con Berlusconi (in riferimento ai processi del Cavaliere). Di Battista ha sempre inveito e non sarebbe una novità. Ha sempre inveito. Non più vergine politicamente, ha continuato a inveire.

Riprendendo la frase di Nanni Moretti e ponendola come domande, la giriamo al sig. Di Battista: le parole sono importanti? Caro Dibba, sappiamo che adesso sei in forte riflessione dopo il dramma M5S, sappiamo che il tuo percorso non è stato idilliaco e i tuoi compagni di partito sono cresciuti politicamente. Sappiamo anche che dopo aver governato con Salvini e Renzi, Berlusconi per te sarebbe troppo. Sappiamo, non siamo accondiscendenti ai tuoi mal di pancia adolescenziali. Ma le parole sono veramente importanti?

Dopo uno o due giorni, come se fosse una magica lavatrice, le macchie si tolgono e il foglio ridiventa bianco in preda alla smemorizzazione dell’utente (il popolo).

E come lavare questo allora?

22 Dic. 2018 – Fonte Corriere della Sera – Intervista ad Alessandro Di Battista:

“Bravo Trump, presidente migliore di quel golpista di Obama”… quanto ci vuole per lavare questa macchia? Quale lavatrice per lo sterminio del popolo curdo? Quale disinfettante o candeggina per l’assalto a Capitol Hill e l’attentato alla Costituzione?

Si. Nanni. Le parole sono più importanti delle bocche da cui escono.

E d’altronde… parole, parole, parole,….parole, soltanto parole, parole tra noi….

P.S. Visto che parliamo di parole. Le uscite “Vacca” e “Scrofa” non hanno alcuna attinenza con l’operato politico dell’On. Giorgia Meloni, trattata ingiustamente con vessazioni sessiste.

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