L’ennesimo dilemma elettorale
In tempi recenti il dibattito pubblico è tornato a svilupparsi attorno alla questione della legge elettorale, nuovamente oggetto di attenzioni da parte della maggioranza al governo del Paese. Volendo innanzitutto notare il tempismo di tale discussione, è possibile evidenziarne ancora una volta il legame con l’avvicinarsi della scadenza di legislatura e, dunque, della finestra di opportunità che tipicamente si apre nel ridisegnare i paradigmi elettorali tentando di ottenere vantaggi per le elezioni. Non è certo la prima volta che ciò accade, né sarà l’ultima.
Tuttavia, in luogo di addentrarci nell’ennesima analisi della nuova proposta, già pienamente sviscerata numerose volte e peraltro ancora soggetta a modificazioni e dibattimenti, quello che sorge è un imperativo diverso; mirante cioè all’osservazione della questione in ottica sistemica. Difatti è opinione dello scrivente che la questione elettorale, sia da un punto di vista legislativo-attuativo sia in considerazione del mero sistema tecnico prescelto, debba essere evocata ed affrontata non in isolamento dal contesto politico quanto in profonda connessione con lo stesso. Un’ordalia tuttora troppo difficile non già per la nostra politica quanto per il nostro dibattito che, infatti, sic stantibus rebus non riesce a immaginare soluzioni di lungo periodo.
Tutti i nodi del proporzionale
Riprendendo il discorso della nostra attualità, e senza voler scendere in analisi specifiche, la nuova proposta di legge elettorale sembra tendere ad un portato proporzionale; probabilmente caratterizzando il proprio quantum con l’elemento delle preferenze o delle liste bloccate in base agli sviluppi futuri. Qui, però, interviene il primo problema; poiché il proporzionale, qualunque sia il modo col quale viene poi declinato, ha come carattere di fondo il fotografare la realtà politica così com’è e, pertanto, immortalandone anche i problemi.
In un’Italia che solo in tempi molto recenti ha conosciuto nuovamente la continuità di governo, non appare certo saggio tornare verso un simile orientamento; anche alla luce dell’alta volatilità dell’ecosistema partitico e della conseguente variabilità e potenziale instabilità, sempre dietro l’angolo e sempre da temere.
Maggioritario contro astensionismo
Per converso, ça va sans dire, il maggioritario conserva la possibilità di indirizzare le risultanze elettorali verso la governabilità. Appare chiaro che tale indirizzo avviene sovente a discapito dei partiti più piccoli, che però hanno a lungo rappresentato proprio uno dei maggiori pilastri della cronica instabilità italiana. Oltre a questo, l’introduzione di una formula maggioritaria nel panorama italiano aiuterebbe anche a combattere un altro grave problema oramai sedimentatosi con sempre più veemenza, ovvero l’astensionismo. Si parla da troppo tempo, infatti, di come non si riesca più a stimolare molti italiani a recarsi al seggio, col triste risultato di una percentuale di astenuti sempre più incrementata.
Ora, se tale stimolo è irraggiungibile sul piano meramente politico e narrativo, perché non provare a implementarlo dal lato elettorale? Se ci si pensa bene, è tautologico ribadire come il sistema elettorale influenzi in larga misura lo svolgimento e la risultanza del voto; ma è fondamentale capire che può anche produrre, se ben disegnato e congegnato in armonia con le esigenze politico-istituzionali dell’attualità, uno stimolo atto a riportare una grande moltitudine di cittadini alle urne. In altre parole, più il sistema elettorale sarà semplice da comprendere e funzionale da attuare e maggiore sarà la probabilità che venga percepito positivamente dall’elettore; facendolo così sentire più coinvolto nella determinazione del personale politico.
Come? Vi possono essere due principali applicativi. Il primo è connesso alla formula uninominale a turno unico, detta anche first past the post, financo quella a doppio turno dipinta sulla falsariga dell’esperienza francese. Una serie di formule aventi il potere di coinvolgere l’elettore nella scelta di un nome, non di simboli o liste, e di determinare come quel nome progredisca nel tempo con la sua azione politica. Peraltro, il candidato eletto sarebbe incentivato a mantenere sani rapporti col proprio collegio; andando così ad incrementare il collegamento con la cittadinanza. Altra ipotesi, probabilmente più difficile da realizzare in Italia ma pur sempre valida in ottica esplorativa, è quella dell’esperienza australiana dove si usa il sistema della preferenza ordinale, detta anche di voto alternativo, dove ad una lista di candidati l’elettore può attribuire un punteggio di preferenza che viene eventualmente redistribuito nel caso in cui nessuno abbia ottenuto subitamente la maggioranza assoluta.
Una “provocazione” sistemica
Ma la vera chiave deputata a garantire la stabilità e la chiarità elettorale sarebbe connessa al mantenimento durevole nel tempo della soluzione ottimale scelta dal Legislatore. Questo, spaziando tra provocazione ed utopia, potrebbe essere ottenuto mediante l’elevazione della qualsivoglia formula elettorale prescelta al rango costituzionale. Tuttavia ciò necessiterebbe di un grande accordo politico e di una volontà costruttiva superiore alla logica di partito; e, proprio per via dell’assenza di questi nobili elementi dal regno della realtà, è probabile che una simile ipotesi non verrà mai attuata.
Ma questa riflessione ci deve spingere a ribadire, e ricordare, che la questione elettorale si risolve in simbiosi con le restanti esigenze sistemiche del contesto politico italiano. Fino a quando l’armonia e la concordia non caratterizzeranno il focus della nostra legge elettorale, la sua elaborazione sarà sempre origine di discordie e, per questo, fonte di problematiche dannose per il Paese e per i suoi cittadini.







