La lectio di Elizabeth Strout dà il via alla programmazione della XXXVI edizione del Salone del Libro di Torino

Voglio parlarvi oggi del perché mi ci è voluto così tanto per arrivare a questo punto della mia carriera 

Con queste parole, la scrittrice statunitense Elizabeth Strout ha aperto la prima lectio dell’edizione 2024 del Salone del Libro di Torino, in cui non ha raccontato, si è raccontata. Dai più teneri ricordi della sua infanzia, passando per tutte le volte che i suoi scritti sono stati rifiutati, le strade che ha intrapreso e mai portato a termine, le esperienze di vendita di materassi non andate a buon fine, fino alla prima pubblicazione e al momento in cui, finalmente, si è detta ce l’ho fatta, qui è dove volevo essere. 

La sua non è la storia di un mito, non è il racconto di un prodigio che per il suo eccellere in un determinato ambito ha scalato le vette più alte. Si è presentata per ciò che è: un essere umano dotato di estrema curiosità che ha deciso di dedicarsi corpo e anima al suo obiettivo di scrivere. 

Scrivere, del resto, è stato l’unico leit-motiv che l’ha accompagnata in ogni esperienza: scriveva mentre faceva la barista nei pub, scriveva mentre frequentava l’università di legge. Sapeva di voler scrivere ma era cosciente di dover perseverare nel suo intento, perché quello che stava facendo fino a quel momento non era ancora abbastanza perché fosse pienamente apprezzata. Ha continuato incassando numerosi no, ha persino tentato di abbandonare questa strada, pur consapevole che non avrebbe potuto fare altro. Oggi è stata una delle ospiti di spicco della fiera del libro più importante d’Italia. 

Dal suo racconto è emerso ciò che significa davvero per lei il mestiere di scrivere: saper osservare il mondo attorno e imparare ad utilizzare le parole giuste per descriverlo. Di fronte ad un’affollata platea ha parlato anche del rapporto con i suoi lettori e di come, solo dopo aver avuto conferma di essere riuscita a far immedesimare chi legge nei suoi personaggi, ha capito che sì, era lì che voleva arrivare e ci è riuscita. 

A tal proposito, ha ricordato un divertente aneddoto, prendendo in esempio uno dei personaggi dei suoi romanzi più famosi: Olive (da Olive Kitteridge, Fazi, 2009). La protagonista del libro per cui le è stato conferito il Premio Pulitzer nel 2009; in una scena del romanzo, infatti, Olive esprime questo particolare desiderio: voler rubare alla sua nuova nuora un reggiseno e una sola scarpa. Durante gli incontri, specialmente tra le lettrici, più volte le è capitato che le chiedessero se effettivamente anche lei avesse una nuora ma lei, in realtà, non ne ha affatto una. Questo per far capire che malgrado non abbia vissuto questo tipo di esperienza, è riuscita a dar voce ad una sensazione che, invece, coinvolge molta gente. 

Per arrivare fin qui, ha affrontato un percorso non privo di ostacoli che solo con perseveranza e determinazione è riuscita a portare a termine. Di fronte al pubblico del Salone, insomma, Elizabeth Strout si è resa umana cercando di trasmettere un ulteriore lato di sé.

Del resto, quanto è facile miticizzare un nome scritto sulla copertina di un libro? 

Si fa fatica forse ad immaginare che quelle parole stampate su carta che coinvolgono, emozionano e raccontano le nostre storie senza aver mai nemmeno visto il nostro volto, siano state scritte da un essere umano. Ascoltando questo discorso di Elizabeth Strout, invece, si ritorna alla vera essenza dell’essere una scrittrice: curiosità, dedizione, perseveranza e sensibilità. 

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