Il 24 agosto l’Ucraina ha celebrato il trentacinquesimo anniversario della propria indipendenza. Trentacinque anni fa, nel 1991, il Parlamento di Kiev proclamava la separazione dall’Unione Sovietica, una scelta poi confermata pochi mesi dopo da un referendum nel quale oltre il 90 per cento degli elettori votò per l’indipendenza. Ieri, però, a Kiev, la festa ha avuto ancora una volta il rumore della guerra come sottofondo. È stata la quinta ricorrenza dell’indipendenza celebrata sotto l’invasione russa iniziata nel febbraio 2022.
La fotografia più significativa della giornata non è stata dunque soltanto quella delle bandiere ucraine, né quella dei leader europei arrivati nella capitale per ribadire il sostegno a Volodymyr Zelensky, ma è stata soprattutto quella di un’Europa presente 8almeno formalmente) e di un’America assente. A Kiev si sono ritrovati i leader della Coalizione dei Volenterosi, mentre nessun rappresentante dell’amministrazione Trump ha partecipato fisicamente alle celebrazioni. Eppure sarebbe un errore leggere questa assenza come il definitivo disimpegno degli Stati Uniti dalla guerra. Washington non ha abbandonato il dossier ucraino: ha semplicemente cambiato il modo in cui intende esercitare la propria influenza. È proprio qui che si trova una delle chiavi per capire perché, dopo oltre quattro anni di guerra totale, non si riesca ancora ad arrivare né alla pace né almeno a una tregua stabile. Il problema non è soltanto che russi e ucraini abbiano obiettivi incompatibili, il problema è che, dietro la guerra combattuta sul terreno, esiste una partita molto più ampia nella quale ciascuno degli attori coinvolti continua a ritenere che il tempo possa migliorare la propria posizione negoziale.
Putin e la scommessa sul tempo
La posizione di Vladimir Putin è forse quella apparentemente più semplice da leggere, ma anche quella che rende più difficile immaginare una tregua. Il Cremlino continua a sostenere di essere disposto a negoziare, ma soltanto sulla base delle cosiddette “realtà sul terreno”. È una formula apparentemente neutra che contiene invece una precisa condizione politica: per Mosca, il negoziato non dovrebbe partire da una situazione precedente alla guerra, né tantomeno dalle posizioni che l’Ucraina e i suoi alleati vorrebbero ristabilire, ma dall’attuale rapporto di forze, ossia le conquiste territoriali russe entrano nella trattativa come un dato di fatto con cui fare i conti. È proprio qui che si apre uno dei principali ostacoli alla tregua: per Kiev accettare quelle “realtà” significherebbe rischiare di trasformare i risultati dell’aggressione militare in una nuova condizione permanente, mentre per Mosca rinunciare a usarle come leva negoziale significherebbe perdere parte dei vantaggi ottenuti sul campo. Il problema è quindi precedente alla stessa discussione sui confini, riguarda cioè la domanda su quale debba essere il punto di partenza della trattativa: le proposte ucraine ed europee di un cessate il fuoco mirano infatti prima di tutto a fermare i combattimenti e solo successivamente ad affrontare le questioni più controverse, mentre il Cremlino sembra piuttosto voler rovesciare questa sequenza considerando prima il riconoscimento delle nuove condizioni create dalla guerra, poi eventualmente la tregua. E non si tratta soltanto dei territori occupati: nella visione russa, il negoziato riguarda anche l’assetto di sicurezza dell’Ucraina e, più in generale, il suo rapporto con l’Occidente. Putin ha definito le proposte occidentali “esotiche” e inaccettabili proprio perché, nella prospettiva russa, non tengono sufficientemente conto di ciò che Mosca considera ormai acquisito.
Il punto è che per il Cremlino un cessate il fuoco non è necessariamente un passo verso la pace. Può essere, al contrario, un rischio. Una tregua potrebbe (è un dato di fatto in realtà) congelare la situazione militare proprio nel momento in cui Mosca continua a sperare di poter migliorare la propria posizione e soprattutto consentirebbe all’Ucraina di ricostituire le proprie forze, consolidare la produzione nazionale di armamenti, rafforzare le difese e continuare a ricevere aiuti occidentali. Dal punto di vista russo, dunque, fermare i combattimenti senza ottenere in cambio concessioni strategiche significherebbe concedere a Kiev tempo prezioso. La scommessa di Putin è esattamente opposta: che sia l’Ucraina a esaurirsi prima della Russia e che, soprattutto, si esaurisca la disponibilità occidentale a sostenerla. È una strategia di logoramento, una tecnica che non richiede necessariamente una grande offensiva capace di conquistare rapidamente Kiev o di distruggere l’esercito ucraino in quanto è sufficiente che la Russia continui ad avanzare lentamente, mantenendo la pressione sulle infrastrutture, sulle città e sull’economia, mentre aumenta il costo umano e finanziario della resistenza. L’Institute for the Study of War osserva come Putin continui a preparare la società russa a una guerra prolungata e a puntare sulla possibilità di vincere una guerra di attrito, sopravvivendo più a lungo dell’Ucraina e del sostegno occidentale. È una scommessa rischiosa, perché anche la Russia paga un prezzo enorme. Ma il Cremlino sembra ritenere che il prezzo sia sostenibile e, soprattutto, che il prezzo occidentale possa diventare progressivamente più alto.
Per questo Mosca non ha oggi un incentivo sufficiente ad accettare una tregua semplicemente perché l’Occidente la considera ragionevole. La domanda che Putin sembra porsi è un’altra: perché fermarsi adesso, se tra sei mesi o tra un anno le condizioni potrebbero essere più favorevoli?
Perché Kiev non può accettare una pace qualsiasi
Sul versante ucraino la questione è altrettanto complessa. Kiev vuole la pace, ma non può accettarne facilmente una che assomigli a una capitolazione. È la contraddizione fondamentale nella quale si trova Zelensky: deve contemporaneamente dimostrare di essere disponibile al negoziato e convincere una società che ha combattuto per oltre quattro anni che il sacrificio compiuto non sarà trasformato in una sconfitta politica. Al momento si trova anche nella condizione di dover sostenere il suo popolo: gli ucraini sono stanchi. Si gioca il consenso. Per questi motivi l’indipendenza celebrata ieri è risultata molto più di una ricorrenza nazionale. È diventata il significato stesso della guerra, della resistenza, del non sottomettersi a Putin. Dal 1991 l’Ucraina ha progressivamente costruito una propria identità politica distinta da quella russa. Le rivoluzioni del 2004 e del 2013-2014 hanno rafforzato l’orientamento europeo di una parte crescente della società. L’invasione del 2022 ha radicalizzato ulteriormente questo processo. Per milioni di ucraini, dunque, una pace che lasciasse alla Russia il diritto di decidere il futuro strategico dell’Ucraina sarebbe difficilmente percepibile come pace.
Ma c’è anche un problema militare: una tregua senza garanzie di sicurezza rischierebbe di trasformarsi in una semplice pausa prima di una nuova guerra. Questo è uno dei motivi per cui Kiev insiste tanto sulla necessità di garanzie occidentali poiché se l’esercito russo rimanesse a pochi chilometri dalle nuove linee di contatto, se l’Ucraina fosse costretta a limitare le proprie forze armate e se non esistesse un meccanismo credibile capace di scoraggiare una nuova aggressione, il cessate il fuoco potrebbe diventare soltanto il modo per rimandare il problema. Qui che la questione territoriale si intreccia con quella della sicurezza, con Mosca che pretende che il controllo russo sui territori occupati venga riconosciuto come una realtà politica. Kiev non può accettarlo senza rischiare di delegittimare la stessa ragione per cui ha combattuto e l’Europa non può garantire la sicurezza ucraina senza chiedersi quanto sia disposta a impegnarsi direttamente nel caso in cui la tregua venga violata.
Il risultato è un paradosso: tutti parlano di pace, ma nessuno riesce ancora a definire una pace che non venga percepita dall’altra parte come una minaccia.
Trump si è davvero defilato?
In questo quadro, il ruolo di Donald Trump è probabilmente quello più difficile da interpretare. La sua assenza da Kiev il 24 agosto può essere letta superficialmente come un disimpegno americano ma sarebbe una conclusione troppo semplice. Trump non sembra essersi ritirato dal dossier ucraino, ha piuttosto cercato di trasformare il ruolo degli Stati Uniti da principale sostenitore militare di Kiev a principale arbitro della trattativa. La differenza è sostanziale. La seconda amministrazione Trump ha fin dall’inizio cercato di imporre una logica diversa rispetto a quella degli anni precedenti: la guerra deve finire e gli Stati Uniti non intendono sostenere indefinitamente un conflitto nel quale Washington continua a pagare una parte consistente del costo militare e politico. Ma il tentativo di Trump di esercitare pressione su Kiev non ha prodotto il risultato sperato poiché la guerra non si è conclusa e l’Ucraina, nonostante le difficoltà, ha dimostrato di poter continuare a colpire in profondità il territorio russo e di poter sviluppare una propria capacità industriale e tecnologica. Nel corso del 2026, le forze ucraine hanno intensificato gli attacchi a lungo raggio contro infrastrutture energetiche e logistiche russe, modificando almeno in parte l’equilibrio della pressione militare. Questo spiega anche perché Trump non possa semplicemente “lavarsene le mani”. Washington continua a cercare un canale con Mosca. Steve Witkoff e Jared Kushner hanno mantenuto un ruolo centrale nella diplomazia americana e nelle ultime settimane si è tornati a parlare di una possibile nuova iniziativa negoziale. Formalmente, dunque, gli Stati Uniti non sono usciti dal processo.
Il problema è che l’influenza americana ha dei limiti: Trump può fare pressione su Zelensky, può minacciare o modificare il livello degli aiuti, può proporre accordi, può persino cercare un’intesa diretta con Putin ma non può obbligare il Cremlino ad accettare una soluzione che Putin ritenga prematura. Ed è proprio questo che rende il ruolo americano meno decisivo di quanto fosse all’inizio dell’amministrazione Trump.Washington può facilitare un accordo, ma non può crearne da sola le condizioni. Può fungere da tramite, non da concorrente.
L’Europa indispensabile, ma non decisiva
Nel frattempo l’Europa ha compiuto un’evoluzione che fino a pochi anni fa sarebbe stata difficilmente immaginabile. Ieri a Kiev la Coalizione dei Volenterosi ha ribadito il sostegno alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Ucraina, chiedendo ancora una volta a Mosca un cessate il fuoco immediato e incondizionato e preparando, in caso di tregua credibile, una possibile forza multinazionale e garanzie di sicurezza per Kiev. Il passaggio è fondamentale. Il messaggio diplomatico è chiaro. L’Europa non è più soltanto il finanziatore della resistenza ucraina ma è parte integrante e riconosciuta del sostegno all’Ucraina diventando lentamente parte dell’architettura di sicurezza che dovrebbe sostenere l’Ucraina anche dopo la fine dei combattimenti (sarà interessante osservare i rapporti di forza tra Russia e Stati Uniti nel dopoguerra, n.d.r.). Anche sul piano finanziario la trasformazione è evidente, considerando che l’Unione europea ha predisposto un pacchetto di sostegno da 90 miliardi di euro per il 2026-2027, destinato sia alle esigenze di bilancio sia alla difesa e alla capacità industriale ucraina. Paradossalmente, è qui che emerge la principale debolezza europea, con una Europa che è diventata indispensabile senza essere ancora diventata un attore unitario. Parigi, Londra, Berlino, Bruxelles, Varsavia e gli altri governi europei condividono la necessità di impedire una vittoria russa, ma non sempre condividono la stessa idea di come arrivare alla pace, e soprattutto non dispongono della stessa capacità militare, della stessa disponibilità al rischio e della stessa percezione della minaccia. Per alcuni governi infatti, la priorità è evitare che la Russia vinca mentre per altri è evitare un’escalation incontrollabile. Per altri ancora la priorità è mantenere aperto il rapporto con Washington. Questa pluralità di interessi rende difficile parlare di una vera strategia europea per la pace.
L’Europa può finanziare l’Ucraina, armarla, addestrarla e promettere garanzie. Ma per diventare realmente decisiva al tavolo negoziale dovrebbe essere in grado di presentarsi come un soggetto politico unico, ma è proprio questo che ancora manca.
Il paradosso della tregua
La situazione attuale produce così un paradosso quasi perfetto: la Russia non vuole una tregua che congeli il conflitto senza aver ottenuto concessioni sostanziali, l’Ucraina non vuole una tregua che lasci il Paese esposto a una nuova aggressione, gli Stati Uniti vogliono chiudere la guerra, ma non sembrano disposti a sostenere indefinitamente il costo della guerra stessa e l’Europa vuole evitare la vittoria russa e contemporaneamente arrivare a una pace, ma non ha ancora costruito gli strumenti politici e militari per imporre le condizioni della seconda. Ecco perché anche un semplice cessate il fuoco diventa difficilissimo, con una tregua che comunque non è, non può essere neutrale perché in ogni caso congela un equilibrio. E quando le parti pensano che il tempo possa migliorare la propria posizione, nessuna ha interesse a congelare l’equilibrio attuale. Questo è probabilmente il punto più importante per comprendere la situazione: la variabile “tempo” che in un conflitto è essenziale. Dunque non siamo davanti a una guerra nella quale manca una proposta di pace: le proposte esistono ma il vero problema è che manca ancora un equilibrio di potere capace di rendere conveniente accettarle, da tutte le parti coinvolte (e nn si tratta dunque solamente di Russia ed Ucraina). Zelensky ha parlato di un piano costruito con gli emissari americani e con l’Europa che prevedrebbe un cessate il fuoco, il ritiro speculare delle forze dalla linea del fronte e una fascia cuscinetto amministrata da una terza parte. Questo è un tentativo di trasformare la tregua in un meccanismo verificabile, ma perché possa funzionare occorre che Mosca sia convinta che continuare la guerra sia più costoso che accettare il compromesso. Oggi questa convinzione non esiste ancora. Putin è troppo convinto del contrario e cedere significherebbe resa anche verso gli Usa e l’Europa. Non può e non vuole permetterselo.
Il costo della guerra
Per questo la questione decisiva dei prossimi mesi non sarà soltanto su quanti chilometri conquisteranno russi e ucraini ma sarà capire chi riuscirà a sostenere più a lungo il costo della guerra. Putin punta sulla capacità russa di assorbire perdite e sanzioni e sulla possibilità che l’Occidente, prima o poi, si stanchi, Zelensky punta invece sulla capacità dell’Ucraina di trasformare la propria resistenza in un problema sempre più costoso per Mosca, mantenendo contemporaneamente l’appoggio europeo e cercando di riavvicinare Washington. Trump punta a dimostrare che gli Stati Uniti possono ancora essere l’attore capace di portare i contendenti al tavolo, ma senza assumersi per sempre il ruolo di garante militare dell’Ucraina, L’Europa, infine, sta cercando di prepararsi al giorno in cui dovrà essere lei a garantire concretamente la sicurezza del continente, non soltanto finanziando quella ucraina. Ed il ruolo post guerra preoccupa un’Europa stanca e disunita.
È per questo che l’assenza americana da Kiev, ieri, non significa necessariamente che Washington abbia abbandonato l’Ucraina: significa piuttosto che il rapporto transatlantico è cambiato e che l’Europa è costretta a fare i conti con una responsabilità che per decenni aveva delegato agli Stati Uniti.
L’indipendenza come posta in gioco
Alla fine, il 24 agosto racconta proprio questo. Trentacinque anni dopo la proclamazione dell’indipendenza, l’Ucraina non combatte soltanto per recuperare territori ma per impedire che sia Mosca a stabilire i limiti della sua sovranità. Per Putin la guerra dovrebbe produrre un’Ucraina ridimensionata, militarmente condizionata e privata della possibilità di scegliere autonomamente il proprio futuro strategico, per Kiev la pace deve invece significare la possibilità di sopravvivere come Stato sovrano, europeo e capace di difendersi. Per l’Europa la questione è diventata esistenziale: se la Russia può modificare con la forza i confini di un Paese europeo, l’intero sistema di sicurezza costruito dopo la fine della Guerra fredda viene messo in discussione, per Trump, infine, la priorità sembra essere sempre più quella di chiudere una guerra che considera troppo costosa per gli Stati Uniti, senza però consegnare a Putin una vittoria che rafforzerebbe enormemente la Russia e indebolirebbe la credibilità americana. È un intreccio di interessi nel quale ciascuno immagina una pace con condizioni diverse e finchè Putin riterrà che il tempo lavori a suo favore, finché Kiev considererà una tregua senza garanzie una semplice pausa prima della prossima invasione, finché Trump non deciderà quale prezzo è disposto realmente a pagare per ottenere un accordo e finché l’Europa non riuscirà a trasformare la propria solidarietà in una strategia politica comune, la diplomazia continuerà a muoversi (a tentoni, n.d.r.) senza riuscire a fermare la guerra.







