C’è una domanda che dovremmo porci più spesso: chi decide di cosa discutiamo? Ma soprattutto: dobbiamo necessariamente assecondare la narrazione che la politica impone all’agenda dell’opinione pubblica e della stampa? Già accostare “imposizione” a “stampa” è un gioco pericoloso, che sottintende la risposta, negativa.
Ogni giorno il dibattito pubblico viene attraversato da nuove emergenze, nuove polemiche e nuovi temi capaci di occupare per ore televisioni, giornali e social network. Alcuni di questi problemi sono certamente legittimi e meritano attenzione. Tuttavia, il problema nasce quando la loro centralità mediatica finisce per oscurare questioni che incidono concretamente e quotidianamente sulla vita delle persone.
Prima il bollo auto, oggi gli stranieri nelle classi scolastiche. Domani, probabilmente, sarà qualcos’altro. Il meccanismo è sempre simile: un tema viene trasformato nel simbolo di un problema più grande, il dibattito si polarizza e l’agenda pubblica si concentra su quello.
Nel frattempo, però, ci sono questioni molto meno spettacolari che continuano a pesare sulle famiglie: il caro carburanti, l’aumento del costo della vita, il prezzo dei beni essenziali. Sono problemi difficili da trasformare in una guerra culturale, meno adatti a produrre indignazione immediata e titoli capaci di generare clic. Eppure sono proprio questi i temi che determinano, nel concreto, quanto una famiglia riesca ad arrivare alla fine del mese. I media dovrebbero porre l’accento su questo.
Il punto, naturalmente, non è sostenere che parlare di bollo auto o di integrazione scolastica sia inutile; anche tali temi rientrano nell’agenda politica dei governi. Ciò che conta è chiedersi perché alcuni argomenti riescano improvvisamente a monopolizzare il dibattito, mentre altri scompaiano quasi completamente dai radar.
E qui entra in gioco la responsabilità dei media. Un sistema dell’informazione libero non dovrebbe limitarsi a inseguire ciò che genera più attenzione, o viene gettato nell’arena intenzionalmente dalla politica come arma di distrazione di massa. Dovrebbe anche avere la capacità di stabilire delle priorità sulla base dell’impatto reale che le questioni hanno sulla società. Il clic è importante per la sopravvivenza economica dell’informazione, ma non può diventare l’unico criterio attraverso cui decidere cosa merita di essere raccontato.
Esiste poi una responsabilità altrettanto importante da parte dell’opinione pubblica. Non tutto ciò che occupa il primo posto nelle nostre timeline è necessariamente la questione più importante del momento. L’algoritmo non è un giornalista e la viralità non è una misura dell’urgenza. Una società democratica ha bisogno di cittadini capaci di distinguere tra ciò che è chiassoso e ciò che conta davvero. Ha bisogno di interrogarsi sulle cause dei problemi, sui dati e sulle conseguenze delle decisioni, senza farsi trascinare continuamente da una polemica all’altra.
Forse dovremmo tornare a porci una domanda semplice, prima di entrare nell’ennesima polemica: questa è davvero la questione più urgente di cui dovremmo discutere oggi? Se la risposta è no, è il momento di guardare altrove. E di riportare al centro ciò che incide davvero sulla vita delle persone.








Caro Domenico, sono pienamente d’accordo. E’ certo che ore di trasmissioni sul caso Ranucci o sulla grazia alla Minetti non aiutano a prendere consapevolezza dei veri problemi della nazione.