L’economia contaminata del Regno Unito

Nel terzo trimestre 2022 la Gran Bretagna sembra destinata a rivelarsi l’unica nazione del G7 con una netta riduzione nel proprio tasso di crescita potenziale. Decisioni politiche ed eventi singolari (come la fine del più breve governo della storia del Regno Unito, con l’ormai ex premier Liz Truss) hanno ridotto in larga scala la produzione nazionale inglese; di fatto, si stima un’importante contrazione dell’economia del Regno Unito nei tre mesi luglio-agosto-settembre, segnando così l’inizio di ciò che economisti e politici definiscono già una potenziale recessione di media-lunga durata.

Uno tra i principali campanelli d’allarme è chiaramente il calo che il PIL inglese ha registrato nel 3° trimestre 2022, rispetto al trimestre precedente: -0,7%, secondo l’analisi dell’Office for National Statistics UK. Un calo, il primo così rilevante dal 1° trimestre 2021, che aumenta le possibilità di una recessione, qualora anche l’ultimo trimestre 2022 dovesse presentare un valore negativo. Secondo Bank of England, l’economia nazionale sembra essere rivolta proprio verso questa direzione, dopo essere entrata in una spirale negativa che potrebbe continuare fino alle prossime elezioni parlamentari. Anzi, la previsione più gettonata è che l’economia del Regno Unito vada a ridursi fino al -2,9%, con un modesto ritorno alla crescita solamente nel 2025, posticipando ogni possibilità di recupero della dimensione pre-pandemica al 2026 o anche dopo.

La contrazione del Regno Unito è dovuta a diversi fattori, alcuni dei quali singolari: la stagnazione degli investimenti da parte delle imprese a seguito della Brexit, l’aumento dei prezzi dei generi alimentari e del carburante, la morte della regina Elisabetta II, l’aumento dei tassi di interesse per contrastare l’inflazione, le difficoltà legate all’approvvigionamento di energia e gas dopo l’invasione russa dell’Ucraina. A tal proposito, nonostante il Regno Unito risulti meno dipendente dalle forniture di gas da parte della Russia rispetto alle nazioni europee, non va dimenticato che Londra dipende fortemente dalle importazioni di gas tout-cour, rappresentando al contempo la nazione che più di tutte ha subìto gli effetti negativi della pandemia da Covid-19.

Se dunque paragoniamo l’economia del Regno Unito prima dello scoppio della pandemia (4° trimestre 2019) con il dato attuale, è possibile concludere che si tratti dell’unica grande economia industrializzata a non essere riuscita a tornare alla produzione pre-pandemica. Dopo la recente contrazione, l’economia del Regno Unito è ora inferiore dello 0,4% rispetto agli ultimi tre mesi del 2019, mentre alla fine di settembre 2022 l’economia italiana e quella francese (ad esempio) presentavano un valore pari rispettivamente a +1,8% e +1,1%.

L’aspetto curioso è che i segnali di un’economia inglese debole crescono nonostante diversi fattori facciano intendere il contrario: i prezzi degli immobili tendono verso un ritorno ai valori di giugno 2021; la nazione presenza una disoccupazione relativamente bassa se confrontata con quella di altri paesi; gli utili delle società britanniche risultano sorprendentemente robusti. Tuttavia, non dovremmo stupirci se a tutti questi fattori si affianca un’inflazione alle stelle: rispetto a settembre 2021 i prezzi risultano aumentati del 10,1%, con la crisi energetica che ha chiaramente riversato tutte le proprie conseguenze sui prezzi dei beni alimentari e sulle bollette, erodendo il potere di acquisto delle famiglie inglesi. Al fine di contrastare l’eccessivo aumento dei prezzi, Bank of England ha da poco deciso di aumentare i tassi di interesse di 75 punti base: si tratta del più grande rialzo singolo dal 1989, ed ha il chiaro obiettivo di attenuare il prima possibile l’incremento dei prezzi registratosi nel Regno Unito, specialmente negli ultimi mesi. Di fatto, non stupisce l’incremento degli scioperi da parte dei lavoratori inglesi, che pur mantenendo la propria occupazione lavorativa non si ritrovano in condizione di fronteggiare gli aumenti dei costi dovuti all’inflazione. Ecco, dunque, le forti pressioni per gli aumenti salariali, che tardano però ad arrivare.

E quale, se non la politica, lo strumento più efficace per risolvere la questione? Di fatto, la domanda che tutti ci poniamo è: riuscirà il nuovo Primo Ministro Rishi Sunak a persuadere famiglie e imprese al fine di contrastare l’inflazione, bilanciando pro e contro che decisioni politiche avranno certamente all’interno di un sistema economico nazionale post-Brexit, oggi più che mai isolato e solitario?

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