Se l’immigrazione non è soltanto marketing elettorale

L’immigrazione è un tema caldo, privilegiato dai media, centrale nelle campagne elettorali dei partiti, abusato da chi è al governo, al punto che è normalità che se ne parli e nulla sembra più colpirci nell’aggrovigliarsi tra realtà e percezione. Su questo fronte quella che si è appena conclusa è stata una settimana ricchissima, in cui si sono susseguiti una serie di eventi che, se visti nel loro insieme, tracciano un quadro su cui è interessante riflettere.

Si è chiusa martedì la Conferenza di Palermo, la due giorni voluta dal Governo Conte per discutere coi maggiori leader internazionali su come muoversi per stabilizzare la situazione in Libia e favorirne l’unificazione. Obiettivo non semplice, se pensiamo che dalla caduta di Gheddafi si spartiscono il territorio centinaia di milizie: alcune sostengono il governo guidato da Fayez al Serraj, riconosciuto dall’ONU e interlocutore privilegiato di Italia, Turchia e Stati Uniti, altre fanno capo all’esercito del generale Khalifa Haftar, che comanda l’Est del paese con l’appoggio di Egitto, Emirati Arabi, Francia e Russia. Dell’incontro, narrato da Conte come uno straordinario successo con tanto di foto con stretta di mano tra i due leader rivali libici, resta nei fatti ben poco: Trump, Putin, Merkel e Macron hanno disertato l’incontro, la delegazione turca ha abbandonato prima del termine, nessun impegno è stato firmato. In compenso si è parlato di ricostruzione dell’economia libica, basata per lo più sul petrolio, di cui è prima produttrice in Africa, e che viene spartito tra l’italianissima Eni e la francese Total. Alcun accenno invece alle violenze che si consumano nei centri di detenzione libici per migranti, denunciate dalle organizzazioni umanitarie.

Un silenzio ancor più assordante perché è in questi stessi giorni che è giunta la notizia del Nivin, il mercantile panamense bloccato dall’8 novembre nel porto di Misurata dopo aver soccorso 94 migranti che cercavano di arrivare in Europa via mare, riportati prontamente in Libia: le persone a bordo si sono rifiutate di scendere per non dover avere ancora a che fare con le autorità libiche, raccontando di aver subito stupri, torture, pestaggi. Non solo detenuti contro la propria volontà, ma costretti a lavori forzati, in pessime condizioni igieniche, al punto che alcuni hanno preferito suicidarsi piuttosto che subire ancora quella guardia costiera che proprio l’Italia ha equipaggiato e addestrato per trattenere sulle coste libiche i migranti e far diminuire gli sbarchi. Effetti degli accordi stipulati lo scorso anno con la Libia dall’ex Ministro degli Interni Minniti che, prima di candidarsi alla segreteria di quel PD che dovrebbe essere sensibile ai diritti umani, ha anche stilato un Codice di condotta per le ONG, che di fatto venivano impossibilitate a effettuare soccorsi in condizioni di sicurezza e si sono perciò in grossa parte ritirate dal Mediterraneo: le autorità libiche giocano da sole.

Ma non è certo solo l’Italia ad avere qualche difficoltà con la gestione dei migranti. Mercoledì il Parlamento Europeo ha votato la proposta di richiedere alla Commissione di introdurre visti umanitari: si tratterebbe di rilasciare la documentazione tramite le ambasciate all’estero che, dopo aver controllato la condizione del richiedente asilo, potrebbero concedere la protezione umanitaria, facendo sì che le persone entrino in Europa legalmente, senza passare per il mare. La risposta concreta per contrastare l’immigrazione clandestina e gli scafisti, senza contare che in questo modo non varrebbe più il principio del porto di sbarco più vicino, e i migranti sarebbero distribuiti nei Paesi che hanno maggiori risorse e garantirebbero migliori possibilità di integrazione. Peccato che, contro ogni previsione, a Strasburgo siano mancati i voti per approvare la proposta. La situazione resta, ancora una volta, irrisolta. A guadagnarci sembra essere stato solo Salvini, che ha dato all’Europa dell’ipocrita mentre nelle stesse ore accoglieva a Pratica di Mare 51 migranti arrivati in Italia proprio attraverso i corridoi umanitari, prendendosi il merito di un’operazione gestita da associazioni cattoliche. Lo stesso Ministro che il giorno prima, con le telecamere puntate, ha dato l’avvio allo sgombero di luoghi come il Baobab, provvedimento annunciato da tempo, ma casualmente messo in atto proprio nel giorno in cui la legge di bilancio veniva rinviata dal Ministro Tria all’Europa senza le modifiche che erano state richieste.

L’Europa che fa della questione migranti un punto centrale, scatenando reazioni come quelle dei Paesi del Blocco di Visegrad, e poi non vota soluzioni concrete, forse perché andrebbero a toccare gli equilibri delle nazioni preferite. Il Presidente del Consiglio italiano che si vanta di aver organizzato una conferenza di pace, ma senza curarsi minimamente dei diritti umani. Un Ministro degli Interni che si bea di aver accolto cinquanta persone a fronte di migliaia lasciate nelle carceri libiche. L’immigrazione sembra sempre più uno spot elettorale, un terreno su cui fare comizi facili, su cui proporre soluzioni banali, su cui riversare le incertezze delle persone, ignorando le questioni reali su cui è decisamente più complesso intervenire. Narrazioni che abituano all’indifferenza. Un’ipocrisia che dalle istituzioni si è trasferita alle persone, noi che a Gennaio celebriamo la Giornata della Memoria “affinché non si ripetano più ingiustizie del genere”, e poi non ci facciamo sfiorare dalle denunce sulle violazioni dei diritti umani. Ognuno faccia le proprie riflessioni, seguendo la propria ideologia, i propri valori, la propria bussola, ma le faccia, perché quando la storia ci interrogherà non avremo più, in questo secolo, la giustificazione del non lo sapevamo, le tecnologie mettono alcune evidenze sotto gli occhi di tutti. Basta non voltarsi.

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