Un mondo che fa paura

Paura, pace e realismo

Negli ultimi tempi siamo stati costretti ad ammettere nuovamente la paura nelle nostre vite. Paura della violenza, certo, ma anche e soprattutto dell’incertezza. Il dubbio legato all’improvvisa assenza di tranquillità, al non disporre più di orizzonti chiari; dubbio inteso come costrizione a nuovi ragionamenti per capire dov’è che va il mondo.

Ma è questa la domanda? Oppure, più che sulla direzione attuale, occorrerebbe interrogarsi su come le cose hanno sempre funzionato e su come abbiamo puntualmente fallito nella loro comprensione pur di seguire logiche velleitarie?

Dato che la guerra sembra tornata imperante, molti si accorgono della fragilità associata alla pace; e tuttavia le varie narrazioni pubbliche, a prescindere dalla loro natura, falliscono nel definire la chiarità sistemica che abbraccia fenomeni molto antichi, con spiegazioni sedimentate nel tempo e suffragate, oltre che da teorizzazioni ed analisi scientifiche ben precise, da fatti misurabili e registrabili. Esiste la guerra ed esiste la pace, e con esse molte chiavi di lettura dettate dal pensiero delle scienze sociali, in particolare le relazioni internazionali e gli studi strategici oltre alla polemologia. Ora il fatto è che nel pensiero europeo, ed ancor più fortemente in quello italiano, si è verificato un progressivo e consolidato abbandono del realismo. Anche qui si deve fare attenzione, perché molti negli anni si sono definiti realisti, con riferimento agli affari internazionali, senza sapere ciò di cui parlavano. Realista è, in prima battuta, chi percepisce l’andamento della storia nonché il sorgere di guerra e pace come un ciclo in luogo di una linea progressiva che parte da un punto originario e termina in uno diverso. Un ciclo, quindi un dialogo tra dimensioni ricorrenti; poiché se si osserva la storia si può notare come guerra e pace sorgano e si susseguano puntualmente in virtù di dinamiche legate e concatenate tra loro.

Viceversa, oggi più che mai si continua a parlare di guerra come di un fenomeno eliminabile nella sua totalità. Purtroppo non è così, e continuare a sostenere il contrario non solo ci causerà problemi di natura securitaria, ma perpetuerà la nostra assenza cognitiva dalla realtà dei fatti; che, purtroppo o per fortuna, sono cosa diversa dalle opinioni, dalle idealità e dalle aspirazioni. Ciò che si può e che si deve fare è promuovere, e pretendere con forza, lo stesso rigorismo scientifico per le discipline che studiano con metodo la guerra e la politica internazionale; sfruttando poi tale portato di conoscenza al fine di individuare le migliori strategie di mitigazione, di reazione, di prevenzione e di comprensione dei fenomeni militari ed internazionali.

Le verità della natura umana

Quanto descritto in precedenza viaggia di pari passo con una serie di assiomi sulla natura umana oramai individuati e stratificati dalla scuola realista, ma non solo da essa, nel corso del tempo.

Il fallimento di cui si parlava in rapporto alla comprensione di certi fenomeni, ed il conseguente e naturale stupore, non si può infatti spiegare senza aggiungere il carattere sostanzialmente conflittuale e violento della natura umana. Ovviamente non è un qualcosa che vale sempre a priori, ma rimane un elemento presente e da considerare. Esiste un elemento di ferocia soggetto, in potenza, ad incrementi. Come si possano misurare ed attenzionare trasla dal nostro attuale ragionamento, ma ciò che conta è che tutto questo si può verificare e, pertanto, sul piano della politica internazionale tutte le scuole di pensiero hanno dovuto rapportarsi a questa componente di verità.

Se il realismo rende esplicita la natura negativa di partenza dell’uomo, altre scuole, come quella liberale e costruttivista, hanno provato a porre vincoli di vario tipo, per esempio economici, per provare ad imbrigliare tale spirito tendente al contrasto oppure ad insistere sul valore delle idee e delle percezioni individuali o comunitarie. In ogni caso va da sé che qualsivoglia astrazione o teorizzazione non può non comprendere la possibilità della ferocia umana, e da qui dare scaturigine ad ogni possibile variante combinatoria nel regno delle interazioni sociali e, segnatamente, internazionali. Il contrasto o, se si vuole, il dialogo tra queste dimensioni, ben rappresentato nel celebre mito del carro alato descritto nel Fedro, ci porta a pensare che esistano, appunto, molteplici verità sulle condizioni ultime della natura umana, e che non capirlo porta a non comprendere i perché della politica internazionale passata ed odierna.

Mondo di Trump, mondo di leader

Se è vero che la natura umana, e le percezioni dell’individuo, hanno rilevanza sostanziale nella politica internazionale nonché nel suo andamento; allora occorre riportare l’attenzione sul livello d’analisi individuale oltre a quello statale ed a quello sistemico. Secondo Hegel, oltre all’esistenza fondamentale di uno Spirito del Tempo legato alla caratterizzazione principale di una data epoca, esistono degli individui, da lui chiamati cosmico-storici, deputati a servire inconsapevolmente il disegno della Ragione e della Storia intese in termini assoluti. Ora, senza voler per forza ascrivere la catena degli accadimenti ad un particolare disegno di razionalità, è però evidente che un individuo che si fa leader ha potere di condizionamento, a prescindere dal supporto e dall’aiuto che riceve dietro le quinte. Un leader è di per sé sia un simbolo vivente sia un aggregatore dinamico in grado di fare azioni e dichiarazioni, e quindi influenzare costumi, pratiche e narrative, oltre che prendere decisioni che definiscono le scelte di grande strategia.

L’esempio folgorante di questo nostro tempo si chiama Donald Trump; il quale diventa rilevante ed interessante proprio perché ci mostra che non solo i leader sono importanti negli affari internazionali, ma che la loro importanza in questo senso è pure accresciuta; quantomeno sul piano della narrativa politica. Quello che deve interessarci è, in particolare, tutto il sistema valoriale dei leader e delle classi dirigenti nel loro insieme. Se sfruttiamo il dialogo tra scuola realista e costruttivista, potremmo affermare che ciò che si sintetizza nell’individuo-leader è un regno delle idee e delle percezioni applicato agli interessi di sicurezza e competizione internazionale. In questo Trump torna ancora a fare da esempio, poiché è sufficiente ritornare al famigerato, ed orrendo, momento in cui il Presidente americano trattò quello ucraino non come un alleato ma sostanzialmente come un reietto. Il lettore faccia adesso il confronto coi rapporti, attualmente molto più positivi, tra i due. Come si spiega? Trump, sul piano delle percezioni, apprezza la forza e, meglio ancora, chi la sa usare per vincere; dunque si schiera ed apprezza chi appare vincente, cosa che ora l’Ucraina, dopo anni di sofferenze immani, sta finalmente riuscendo a fare.

Si tratta di analisi condotta coi metodi della scienza politica, e non delle opinioni ideologiche innalzate a dignità di verità universale. Per citare ancora un altro esempio legato a Trump, una volta Dario Fabbri commentò uno scambio di battute tra lui ed il Cancelliere tedesco Merz. Quest’ultimo rimarcò il fatto che gli Stati Uniti avevano avuto un ruolo decisivo nello sconfiggere il nazismo nel frangente della Seconda guerra mondiale, e Trump aggiunse che “non si era trattato di un buon momento” per la Germania. Secondo Fabbri Trump aveva fatto rientrare la Germania nella storia, aggiungendo che l’errore di Merz stava nel suo ragionare “da europeo” nel senso che ai popoli del Vecchio Continente era stato sempre insegnato a vedere gli americani soltanto come “i liberatori”. Ecco che qui interviene un errore tipico del voler utilizzare aprioristicamente lo stesso approccio, in questo caso quello geopolitico, a qualsiasi dinamica internazionale. Dire “geopolitica”, infatti, non è come dire “politica internazionale”, così come l’approccio geopolitico non è uguale a quello della disciplina delle relazioni internazionali. Difatti il primo è una branca della seconda. Dove sta la differenza nel caso specifico? Intanto nel fatto che, oggi come allora, la lotta tra libertà e tirannia, seppur con le dovute differenze, è sempre attiva ed anzi si dipinge come più intensa che mai. Nel caso odierno si tratta di una lotta segmentata e che si declina in blocchi di alleanze non sempre coesi, ma la lotta esiste ed è attiva.

E poi ritornano le percezioni e, dunque, i livelli d’analisi promossi dalle relazioni internazionali. Trump ha pochissima cognizione delle epoche nonché dei contesti storici ma per converso ragiona sempre, da bravo affarista, in termini di vittoria e sconfitta senza guardare chi risulti coinvolto, buono o cattivo che sia in senso storico e generale. Trattasi quindi di un bias d’attribuzione tipico di quando convinzioni analitiche e di approccio troppo forti finiscono per influenzare, come ben spiegava Isaiah Berlin nella sua famosa distinzione tra volpi e ricci, aprioristicamente la visione e l’interpretazione dei fatti e degli elementi di costruzione analitica. L’errore di voler leggere tutto in chiave geopolitica porta a dipingere alcuni leader come caratterizzati dagli stessi esatti valori, talvolta anch’essi presunti, dei loro popoli. Semmai poteva essere giusto ribadire che, nel nostro solito esempio, l’affermazione di Merz risultava tipica del pensiero europeo non perché in esso gli americani sono visti come liberatori-a-priori, ma perché in Europa l’idea storico-politica di libertà e di lotta della libertà ha avuto un grande senso ed un grande valore che forse solo adesso si sta perdendo in funzione di vane speranze di appeasement.

Guerra alla Ragione

In un bellissimo film francese intitolato “Ti ripresento i tuoi” c’è un personaggio, magistralmente interpretato da Dany Boon, che rientra tra i protagonisti e che lavora come arredatore d’interni, riscuotendo un certo successo. Al nostro protagonista capita di perdere la memoria e di ritornare, con la mente, a quando era solo un bambino; con tutta una serie di sconvolgimenti conseguenti. Ad un certo punto il personaggio afferma che ”…noi abbiamo immaginato e desiderato l’uomo del XXI secolo che torna a casa e riscopre il senso del vuoto”. Ovviamente si riferiva alla dimensione dell’arredamento, ma se per un attimo riflettiamo ed operiamo le dovute traslazioni analitiche possiamo intuire come questa citazione sia valida anche per descrivere come viviamo la politica internazionale nel nostro tempo.

Noi possiamo quindi vedere una persona normale che, tornando a casa la sera, accende la televisione, legge un giornale e guarda il proprio telefono e che viene bersagliata da titoli e  notifiche, più che notizie, dal sapore esplosivo ed allarmistico che mistificano ed ingrandiscono varie narrazioni, in luogo di offrire spiegazioni basate sulla sobrietà scientifica e sulla razionalità, con precise finalità di clamore mediatico e populista.

A tale punto dovremmo ricordarci di chi siamo, e soprattutto chi siamo stati; poiché la libertà che prima si richiamava è stata conquistata usando la Ragione. Infatti, ciò che spesso si omette è che usare il raziocinio comporta maggiore fatica perché impone di affrontare ostacoli più grandi e più complessi da superare; ma se non avessimo usato tale capacità di ragionare non avremmo difeso la libertà che oggi ci rimane con infinita potenza nel cuore, nello spirito e nella mente. Ancora, occorre insistere sul punto ribadendo e ricordando che, prima ancora di avanzare ragionamenti scientifici e logici sempre importanti ed essenziali, la mia generazione e quelle ad essa vicine saranno le ultime a poter ricordare il dialogo diretto con chi, nel precederci, ha operato in prima persona quel combattimento, quella lotta, o che ne ha gestito le fasi immediatamente successive. Chi verrà dopo di noi avrà solo le nostre narrazioni, e soltanto i nostri ricordi. Allora ognuno di noi è chiamato, prima ancora che a farsi difensore della Ragione, a rendersi un accanito promotore della Memoria, sia scientifica sia storica, così da perpetuare il suo effetto di positività anche in futuro. Nel fare questo ragionamento mi permetto, per una volta, di derogare ai sacri principii di avalutatività e di astrazione dall’esperienza personale tipici dello scienziato politico; perché non posso non pensare ai miei nonni ed ai miei bisnonni mentre tutti questi elementi balenano nella mia analisi. Tra i miei bisnonni v’era anche un partigiano combattente, ma più in generale ciò che mi è pervenuto da tutti loro, pur non avendoli mai conosciuti di persona, è l’amore per la libertà inteso in senso più largo come una ricerca quotidiana di miglioramento e di curiosità pur rimanendo persone semplici, cioè empatiche ed aperte all’altro. Questo importante insegnamento mi è giunto attraverso la memoria dei miei nonni, che appunto hanno vissuto le fasi cruciali del dopoguerra pur non avendo combattuto loro stessi in prima persona ma come generazione che si è incaricata di conservare la vittoria pagata dal sangue e dalla sofferenza di chi li aveva preceduti, e dei miei genitori che hanno potuto attingere prima di me a quel bacino di esperienza.

Quando ragioniamo sui fatti del mondo non dobbiamo mai dimenticarci che, oltre ai numeri e alle astrazioni, esistono gli effetti sulla vita reale; e da qui la fondamentale necessità di allontanare le mistificazioni e ridare dignità scientifica alle relazioni internazionali ed agli studi strategici al pari delle altre discipline. Se questo non avviene, prima di tutto sul piano mediatico, non potremo mai aspettarci la fine del dominio della paura; che è da sempre originata dall’ignoranza e dal dilagare ingiustificato del panico.

L’attacco alla Ragione passa da molti canali, mediatici ma non solo. Le varie forme di guerra ibrida e cognitiva stanno assumendo caratteri sempre più intensivi, e quindi vanno comprese, spiegate e contrastate. Il problema è che i principi da soli non bastano ad operare tale contrasto, proprio perché l’obiettivo delle guerre ibrido-cognitive dei nostri avversari è quello di minarli nelle loro radici. Tuttavia abbiamo molte armi per combattere in queste dimensioni, che al di là delle ragionevoli aspirazioni di pace (molto spesso confuse con la sempre ragionevole aspirazione alla tranquillità) già insistono nella nostra parte del campo di battaglia; ovvero le nostre case, i nostri spazi pubblici, i nostri media, i nostri luoghi di lavoro. Tutto sta nella volontà di contrastare e di non subire passivamente. Sui social si sta cominciando ad illuminare l’orizzonte, poiché l’utilizzo di bot e altri sistemi più o meno raffinati, ancorché tipici di queste specifiche guerre, vengono pian piano riscoperti anche da chi difende l’Europa ed i suoi valori. Un altro caso rilevante è quanto accaduto con TikTok, e ciò che leggiamo adesso sui centri di raccolta ed elaborazione dei dati legati all’IA. Vi sono moltissime dimensioni e declinazioni del fenomeno bellico, e moltissime sono d’altronde le soluzioni e gli approcci in potenza. E tuttavia, fin quando la partita della cultura e della scienza non saranno vinte e non si acquisirà la volontà di agire a discapito delle difficoltà, non potremo conoscere nessuna tranquillità né, tantomeno, essere capaci di invertire il ciclo della guerra.

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