Verba manent: i dubbi inesistenti sulla morte di Navalny

La parabola del garantismo in alcuni partiti italiani è passata dalla negazione del principio, allo sfruttamento della retorica garantista per fini di posizionamento politico, fino all’estrema sintesi del principio: il garantismo internazionale nei regimi dittatoriali. È un paradosso, perché laddove la morte di Navalny ha unito tutte le democrazie occidentali, nelle espressioni dei rispettivi principali partiti, in Italia Salvini (vicepremier e ministro) ha preferito, eufemisticamente, osservare dall’esterno il tutti contro Putin. “Ma come possiamo sapere cosa è successo a Navalny? Chiarezza sia fatta dai giudici” suona un po’ come “non è Putin finché non lo dicono i suoi giudici”. 

Fa sorridere, ma soprattutto riflettere. Può suscitare innocente ironia, se ci si chiede come possano dei giudici, sottoposti a stretta sorveglianza in un regime e in uno Stato in guerra, essere imparziali verso il proprio sovrano. Deve far pensare, inoltre, gli elettori e gli osservatori delle dinamiche pubbliche, perché c’è ancora troppa insufficienza di attribuzione delle colpe, benché lampanti, in partiti primari ed esponenti di spicco – finanche in un vicepremier. A noi non importa dei presunti misteri che si narrano sui rapporti tra la Lega e Mosca; potrebbero essere voci di corridoio, potrebbe essere propaganda o perfino realtà. Il problema è anticipato: è indecente agli occhi della comunità internazionale che un esponente del governo nutra pubblicamente assurdi dubbi su una vicenda che ha visto l’Occidente compattarsi su un’unica posizione, che, poi, è quella più lampante: l’oppositore più pericoloso per la sopravvivenza della dittatura è stato ucciso dal dittatore. O messo nelle condizioni di morire, ma senza equo processo e umane condizioni di detenzione. 

A ben vedere, basta poco per scovare delle profondissime differenze di trattamento da parte di Salvini: in passato, per dei banali fatti di cronaca con protagonisti degli immigrati, tuonava “galera e buttare la chiave”; oggi per Navalny nutre delle riserve verso il mandante o il responsabile della morte. Salvini, anche tra i suoi alleati, è un unicum: Forza Italia e Fratelli d’Italia sono compatti col resto dell’Occidente, il quale guarda di traverso le dichiarazioni del leghista. Che sono seguite a quelle di un altro esponente del Carroccio, Crippa, che pochi giorni prima si era espresso con apparente cautela. 

Sarebbe ora che qualcuno, nelle istituzioni, capisse che fa più eco una voce sbagliata di un coro di giusti. Nonostante il governo abbia preso posizione, in linea con gli alleati internazionali, le dichiarazioni di Salvini non passano inosservate e gettano ombra sul nostro Paese, che già in passato aveva fatto parlare di sé a causa di alcuni rapporti di dubbia natura con Putin e la Russia – e nossignori, Putin è sempre stato Putin, non è improvvisamente cambiato ed è divenuto un illiberale guerrafondaio. Tant’è che negli Stati a lui vicini, come in Bielorussia, la situazione è la stessa: Lukashenko tiene in cella circa 1400 oppositori politici. Uno, il giornalista Lednik, è morto l’altro ieri nel silenzio generale. Per quanto ancora sopporteremo, tacendo o addirittura negando, codeste criminalità?

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