Verba manent: le parole di Borghi e il disagio della politica

Al tramonto del consenso, i partiti cercano il colpo d’effetto che possa richiamare all’ordine quel vecchio zoccolo duro di elettori che, ai tempi d’oro, li portò all’apice del consenso. Succede spesso: quando Forza Italia piombò intorno al 5%, Berlusconi, probabilmente già in difficoltà fisiche, dovette “ritornare in campo”, presenziando in tv e tentando di far rivivere il sogno del ‘94 (problema: erano passati più di 25 anni). Fu così anche per i 5S, che, dopo l’esperienza del premier in pandemia, puntarono tutto su Conte (il quale per l’occasione assunse posizioni ben più radicali di quanto sia egli stesso) azzerando la dirigenza precedente. Oggi è successo alla Lega, con la candidatura di Vannacci e le parole di Claudio Borghi contro Mattarella. 

“È il 2 giugno, è la Festa della Repubblica Italiana. Oggi si consacra la sovranità della nostra nazione. Se il presidente pensa davvero che la sovranità sia dell’Unione europea invece che dell’Italia, per coerenza dovrebbe dimettersi, perché la sua funzione non avrebbe più senso”, così l’economista del Carroccio, a margine delle parole del Capo dello Stato sull’importanza dell’UE, pronunciate il 2 giugno. È montata la polemica che tutti abbiamo visto. Le dichiarazioni di Borghi non devono sorprendere; potrebbero cogliere in fallo chi osserva la politica con sensibilità infantile – “come si può dire, il 2 giugno, che Mattarella debba dimettersi?” – mentre la realtà della dialettica politica è ben più infima. 

Innanzitutto, la campagna elettorale è perenne. Figuriamoci quando questa deve essere intrapresa per far fronte a un oggettivo appuntamento alle urne, a maggior ragione se europeo. L’UE, il capro espiatorio di tutti i mali e di tutte le colpe di una politica spesso cieca. La prima, semplice domanda sarebbe questa: se vi lamentate sempre di un’Europa inetta, perché a ogni elezione candidate per Bruxelles le riserve delle riserve, che talvolta non siete riusciti a mandare a Montecitorio o a Palazzo Madama? Non è un discorso generalista. La politica europea è fatta di donne e uomini, i “burocrati” non esistono; sono quelle donne e quegli uomini che, raggiunti i vertici delle istituzioni, fanno gli interessi di tutti con un occhio di favore agli Stati della propria area. A Bruxelles e a Strasburgo, però, vengono prese le maggiori decisioni: lì deve esserci la migliore rappresentanza di ogni partito, ancor più di quella proposta in sede nazionale. 

Pensare che oggi la politica sia un affare nazionale è vivere fuori dalla realtà. La “polis”, oggigiorno, sarebbe intesa dai Greci come quell’insieme di culture e politiche che hanno potere decisionale, al di là della politica del proprio Paese. È per questo motivo che Borghi l’ha sparata grossa, ma l’ha fatto per colpire quei leghisti radicali che non si rassegnano a votare l’alternativa vincente a destra, FDI, e si sono stancati di Salvini. Ecco dunque il generale che richiama l’homo, il valore, il militarismo come igiene alle nefandezze del progresso. 

Ricordiamolo, a scanso di equivoci: se non ci fosse democrazia, queste idee non porterebbero essere pronunciate in pubblico, né sbandierate in favor di voto. Viva dunque la democrazia, anche perché concede libertà a tutti coloro che, pur esagerando ed esasperando, raccontano la propria realtà. 

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