Il mito non invecchia e fissa la sua data di nascita cinematografica al 5 ottobre 1962, giorno della première londinese di Agente 007 – Licenza di uccidere (Dr. No). Ma prima ancora che Sean Connery gli desse un volto definitivo, il cinema aveva già iniziato a costruire l’immaginario destinato a diventare James Bond. Un ruolo fondamentale spetta ad Alfred Hitchcock e al suo straordinario Intrigo internazionale (North by Northwest, 1959), interpretato da Cary Grant. Il film, con il suo mix di eleganza, humour, seduzione, inseguimenti spettacolari, intrighi internazionali e un protagonista costretto a muoversi in un mondo di spie e identità ambigue, può essere considerato uno dei veri padri cinematografici di 007. Cary Grant, elegante, ironico e atletico, rappresentava inoltre un modello ideale per quel tipo di eroe cosmopolita che pochi anni dopo avrebbe trovato in Connery la sua incarnazione definitiva.
L’avventura era iniziata in realtà nel 1953 dalla penna di Ian Fleming che, nella sua tenuta giamaicana GoldenEye, attinse anche alle proprie esperienze e alle storie dei servizi segreti britannici per plasmare un eroe cinico, edonista e spietato. Per il nome del protagonista, lo scrittore cercava qualcosa di volutamente anonimo, ottuso e ordinario. La folgorazione arrivò da un libro di birdwatching: firmato dall’ornitologo americano James Bond, quel nome sarebbe diventato il marchio più famoso della storia del cinema.
Per l’anima e il carattere della sua creatura, Fleming costruì un perfetto mosaico umano. Vi trasferì i propri vizi – dal fumo all’ossessione per il buon vivere – ma si ispirò anche alle spericolate spie della Seconda guerra mondiale, come l’agente doppio Duško Popov, e al magnetismo irresistibile del leggendario diplomatico e playboy dominicano Porfirio Rubirosa, da cui Bond ereditò la passione per le auto veloci e le donne. Questa imponente produzione cartacea, composta da dodici romanzi e due raccolte di racconti, gettò le fondamenta di un impero cinematografico destinato a diventare uno dei più longevi e riconoscibili della storia.
Il ruolo di colonna portante assoluta spetta a Sean Connery, il Bond originale ed eterno. Con il suo mix di virilità aristocratica, spietata freddezza e irresistibile ironia, Connery definì lo standard della spia perfetta in film come Licenza di uccidere, A 007, dalla Russia con amore, Goldfinger, Thunderball, Si vive solo due volte e Una cascata di diamanti. Proprio Goldfinger ottenne una celebre e inaspettata investitura d’autore: era uno dei film preferiti di Federico Fellini, che ne ammirava la forza pop e la straordinaria capacità di specchiare i costumi e le nevrosi della società contemporanea.
A Connery si deve anche la definitiva consacrazione cinematografica del Vodka Martini, “shaken, not stirred”, agitato e non mescolato, ma soprattutto il legame indissolubile tra l’agente segreto e il lusso più sfrenato. Tra champagne, auto sportive, abiti impeccabili e gadget tecnologici, Bond divenne il simbolo di un’eleganza internazionale destinata a influenzare intere generazioni. E proprio in Goldfinger arriva una delle sue battute più celebri, perfetto manifesto del suo snobismo ironico e irresistibile: «Ci sono delle cose che non si fanno. Per esempio, bere Dom Pérignon del ’53 a una temperatura superiore ai 4 gradi: sarebbe peggio che ascoltare i Beatles senza tappi nelle orecchie!»
Accanto a lui, le Bond Girl sono diventate chiavi narrative fondamentali, evolvendosi da icone estetiche a vere controparti d’azione: dall’indimenticabile Ursula Andress nei panni di Honey Ryder fino alla tragica Vesper Lynd di Eva Green e a Madeleine Swann di Léa Seydoux, passando per l’eleganza felina di Honor Blackman. In questo firmamento spicca la bellezza di Claudine Auger, che nel 1965 interpretò Domino in Thunderball, imponendosi come la prima storica Bond girl francese. Lo stesso film si arricchì del memorabile tocco italiano di Adolfo Celi, che nei panni di Emilio Largo, mente criminale della SPECTRE e villain sofisticato e spietato, impose un modello destinato a rimanere nella memoria collettiva.
Nel 1969 la saga affrontò l’esperimento più rischioso con George Lazenby in Al servizio segreto di Sua Maestà. Girato anche sul Piz Gloria in Svizzera, il film fu impreziosito dal grande attore italiano Gabriele Ferzetti nel ruolo del potente boss Marc-Ange Draco, prezioso alleato di 007 e padre di Tracy, l’unica donna che sia riuscita a sposare Bond prima della sua tragica morte. A rendere eterno questo capitolo contribuì la struggente ballata We Have All the Time in the World, incisa da Louis Armstrong nel 1969. La voce ormai segnata dalla malattia conferì al brano una malinconia struggente, trasformandolo in uno dei momenti più emozionanti dell’intera saga.
Negli anni Settanta e Ottanta il franchise cambiò pelle con l’ironia elegante e sorniona di Roger Moore, protagonista di ben sette pellicole: Vivi e lascia morire, L’uomo dalla pistola d’oro, La spia che mi amava, Moonraker, Solo per i tuoi occhi, Octopussy e Bersaglio mobile. A lui seguì la svolta più cupa e realistica di Timothy Dalton, interprete di Zona pericolo e Vendetta privata. Negli anni Novanta arrivò quindi la sofisticata eleganza d’azione di Pierce Brosnan, protagonista di GoldenEye, Il domani non muore mai, Il mondo non basta e La morte può attendere.
Poi, nel 2006, arrivò la vera rivoluzione moderna. Con Daniel Craig e Casino Royale, James Bond cambiò volto, corpo e soprattutto anima. Craig non si limitò a reinterpretare l’agente segreto: lo rese più vulnerabile, umano e tormentato, mostrando con particolare forza le ferite che si nascondono dietro la corazza di 007. Il suo Bond può sanguinare, innamorarsi, fallire, soffrire e perdere il controllo. La sicurezza quasi invincibile dei predecessori lascia spazio a un uomo che deve confrontarsi con il dolore, il lutto, la paura e le conseguenze delle proprie scelte.
È questa la grande novità dell’era Craig: Bond non è più soltanto una macchina da guerra elegante e infallibile, ma un uomo che paga un prezzo per esserlo. La forte continuità narrativa ed emotiva sviluppata in Casino Royale, Quantum of Solace, Skyfall, Spectre e No Time to Die costruisce così un arco personale senza precedenti nella saga. L’agente segreto conserva il suo sarcasmo, il fascino e la licenza di uccidere, ma sotto quella superficie appare finalmente la fragilità dell’uomo James Bond.
Un’era fortemente legata anche all’Italia, dalle spettacolari location di Venezia, Lago di Garda, Roma e Matera alla splendida interpretazione di Giancarlo Giannini nei panni dell’ambiguo René Mathis. L’Italia diventa così non soltanto uno sfondo, ma parte integrante dell’immaginario visivo dell’ultimo Bond.
Tra le colonne sonore nate dal genio di John Barry e i temi cantati da Shirley Bassey, Paul McCartney, Duran Duran, Tina Turner, Madonna, Adele e Billie Eilish, il DNA di 007 resta intatto. Cambiano gli interpreti, le tecnologie, le automobili, i nemici e persino il modo di intendere l’eroismo, ma il mito resiste.
E proprio la traccia di Louis Armstrong, We Have All the Time in the World, riutilizzata come commovente tributo nei titoli di coda di No Time to Die, chiude idealmente il cerchio. Il Bond di Craig, più vulnerabile e profondamente umano, arriva al termine del suo viaggio ricordandoci che persino un uomo apparentemente invincibile può avere paura, amare e soffrire.
Sessantaquattro anni dopo quella première londinese, 007 continua dunque a non invecchiare. Cambia pelle, ma non muore: perché il mito di James Bond, come il suo Martini, resta eterno.







