Le notizie sul grave stato di salute e il ricovero in terapia intensiva al Policlinico Gemelli di Vittorio Sgarbi non sono semplicemente una vicenda clinica. Raccontano la fine di una parabola drammatica, dove la sofferenza fisica diventa la somatizzazione finale di un linciaggio pubblico iniziato molto tempo prima. Una dinamica che rievoca inevitabilmente il fantasma del caso Tortora. Come osservava Leonardo Sciascia seguendo quel calvario, contro un uomo famoso e indipendente si scatena spesso un risentimento sordo, un’ostilità epidermica che la macchina mediatica sa cavalcare per trasformare la persona in un bersaglio. Lo stesso Enzo Tortora, difendendo la propria dignità davanti ai magistrati prima della sentenza, pronunciò una frase rimasta scolpita nella storia patria: “Io sono innocente. Spero, dal profondo del mio cuore, che lo siate anche voi”.
La distruzione sistematica di un uomo attraverso il tritacarne della pubblica piazza aggredisce la mente e l’onore fino a consumarli. Per mesi, trasmissioni come Report e testate come Il Fatto Quotidiano hanno costruito una narrazione martellante attorno alle vicende dei beni culturali attribuite a Sgarbi, incentrate in particolare sul presunto furto e riciclaggio del dipinto di Rutilio Manetti. Il problema non risiede nel diritto di cronaca, pilastro insostituibile per una democrazia, ma nell’impianto accusatorio trasformato in spettacolo. Un processo sommario celebrato in prima serata e sulle colonne dei giornali, dove l’imputato non ha reali strumenti di difesa e il pubblico a casa fa da giuria.
Il paradosso del sistema attuale è feroce: la sanzione reputazionale scatta all’istante, anticipando e ignorando i tempi della legge. Vittorio Sgarbi è già stato ampiamente assolto in sede giudiziaria da tutte le accuse principali sollevate nei suoi confronti, a partire proprio dalla vicenda del quadro di Rutilio Manetti fino alle verifiche davanti alla Corte dei Conti. Ma mentre la magistratura accertava e certificava la sua totale innocenza, il verdetto del circo mediatico aveva già prodotto i suoi effetti distruttivi: l’isolamento, la perdita del ruolo istituzionale e una violenta estromissione dal dibattito pubblico. Le sentenze dei giudici sono arrivate a cose fatte, quando il danno d’immagine era ormai irreversibile.
La totale assenza di pietà si è manifestata nel sadismo con cui Il Fatto Quotidiano, persino nei giorni del ricovero in terapia intensiva, ha continuato a calcare la mano e a reiterare quelle stesse accuse infondate da cui l’interessato era stato prosciolto. La tutela della dignità e della reputazione appartiene a chiunque in quanto persona, senza eccezioni, e l’umiliazione continuativa si trasforma inevitabilmente in patologia. Lo stress accumulato in mesi di dispute e aule giudiziarie ha accelerato un crollo fisico drammatico, riducendo la presunzione di innocenza a un fastidioso orpello burocratico sacrificato in nome dell’audience o della moralizzazione a buon mercato.
C’è però una legge del contrappasso che il destino sembra aver presentato ai moralizzatori di professione. Quella stessa foga cieca nel cercare gli scheletri nell’armadio degli altri, senza mai guardare i propri, si è ritorta contro i responsabili della gogna. Sigfrido Ranucci, l’uomo che ha guidato l’assalto televisivo contro il critico d’arte, è finito al centro di una trama dai contorni grotteschi. Dalle carte giudiziarie è emerso l’incredibile retroscena dell’attentato dinamitardo organizzato sotto casa dello stesso giornalista da Valter Lavitola, sua vecchia fonte e amico, che ha poi confessato di aver orchestrato la bomba persino con la paradossale scusa di volergli “fare del bene” per fargli aumentare la scorta. Questo surreale intreccio, unito a una fitta pioggia di mail aziendali scambiate proprio con Lavitola, ha innescato un cortocircuito disciplinare devastante: Ranucci è stato allontanato in modo definitivo dalla conduzione di Report e sospeso dalla Rai per dieci giorni con tanto di stop allo stipendio. Chi ha fatto del sospetto e del fango un format è rimasto vittima delle sue stesse frequentazioni e delle medesime logiche di piazza.
Il garantismo non è un lusso per pochi. Tollerare che il dossieraggio televisivo e il giustizialismo preventivo dettino l’agenda della vita pubblica significa accettare la barbarie giuridica. Chi in questi mesi ha cavalcato l’onda del disprezzo dovrebbe interrogarsi davanti a quel letto d’ospedale. Perché quando la verità viene sacrificata sull’altare dello spettacolo mediatico, non si distrugge soltanto la reputazione di un singolo uomo: si demolisce lo Stato di diritto, lasciando dietro di sé solo le macerie di una civiltà civile.







