Un attore mi raccontava tempo fa di aver partecipato a un provino per una nota piattaforma. Aveva fatto il suo lavoro: preparazione, interpretazione, esperienza. Alla fine, però, arrivò una domanda che mi è rimasta impressa: «Quanti follower hai?». Non so quanto quell’episodio rappresenti una regola generale nel mondo dello spettacolo, e non è questo il punto. Il punto è ciò che racconta di un cambiamento più ampio: il valore di una persona rischia sempre più spesso di essere misurato anche attraverso la sua capacità di generare attenzione.
Follower, visualizzazioni, like, engagement. La visibilità sta diventando una nuova forma di capitale.
Per molto tempo abbiamo pensato che la selezione delle persone avvenisse sulla base della competenza, dell’esperienza, della formazione, della creatività e della capacità di produrre risultati. Oggi questi elementi continuano a contare, ma dentro un ambiente nel quale la capacità di attirare attenzione può diventare decisiva.
È qui che l’algoritmo cambia il paradigma.
Non è più soltanto uno strumento tecnologico. È diventato l’ambiente nel quale si formano reputazioni, consumi, opinioni e consenso. Stabilisce quali contenuti hanno maggiori possibilità di essere visti, quali persone acquistano visibilità e quali temi entrano nella conversazione pubblica.
Non decide necessariamente che cosa dobbiamo pensare. Può però contribuire a decidere ciò su cui penseremo. Ed è una trasformazione profondamente politica.
La politica del Novecento costruiva la propria classe dirigente attraverso partiti, territori, organizzazioni, sindacati, associazioni, giornali, esperienza amministrativa e militanza. Oggi una parte crescente della rilevanza pubblica passa attraverso piattaforme fondate sull’economia dell’attenzione.
Il criterio della visibilità si affianca così a quello della competenza e, in alcuni casi, rischia di prevalere. Questo è uno dei problemi che il centrosinistra italiano sembra ancora non avere affrontato fino in fondo. Mentre il mondo entra nell’epoca dell’intelligenza artificiale, dell’automazione e della trasformazione del lavoro, il dibattito politico continua spesso a concentrarsi su primarie, candidature, leadership e alleanze.
Sono questioni legittime, ma appartengono a una politica che rischia di discutere ancora dentro categorie del secolo scorso.
Il punto non è essere favorevoli o contrari alle primarie. Il punto è capire che mentre discutiamo di come scegliere una leadership, sta cambiando il sistema attraverso il quale una persona diventa rilevante, conosciuta e rappresentativa.
E contemporaneamente sta cambiando la struttura stessa del potere.
Una parte crescente della ricchezza e dell’influenza si concentra infatti attorno a infrastrutture strategiche: dati, chip, cloud, piattaforme, modelli di intelligenza artificiale, data center ed energia.
Per questo l’intelligenza artificiale non è soltanto una questione di regolamentazione. È una questione di proprietà e di distribuzione del potere.
Se le macchine saranno capaci di produrre una quantità crescente di ricchezza con una quantità minore di lavoro umano, la domanda non sarà soltanto come proteggere i lavoratori. Dovremo chiederci chi possiede quelle macchine, chi controlla i dati e chi riceve il valore prodotto dall’automazione.
Qui si intravede una possibile nuova frattura politica: non soltanto destra contro sinistra, ma concentrazione contro distribuzione del potere.
Ed è in questo scenario che va letta anche la convergenza tra grandi interessi tecnologici e nuove destre.
Non è necessario immaginare un unico accordo segreto o un «patto planetario» formalizzato. È sufficiente osservare una convergenza di interessi: da una parte chi controlla capitali, infrastrutture e tecnologie; dall’altra forze politiche che possono offrire consenso, legittimazione e condizioni favorevoli alla concentrazione del potere.
Il fenomeno è nuovo perché il potere non ha più necessariamente bisogno di assumere le forme tradizionali. Può essere incorporato in una piattaforma, in un algoritmo, in un modello di intelligenza artificiale o nella proprietà dei dati.
Ma la trasformazione non riguarda soltanto il potere economico e politico. Riguarda anche il nostro rapporto con la storia.
La politica del Novecento viveva di memoria. Le identità collettive si costruivano attraverso esperienze trasmesse da una generazione all’altra. L’ambiente digitale funziona diversamente: il nuovo sostituisce rapidamente il precedente, la reazione prende il posto della riflessione e il presente tende a diventare permanente.
La storia non viene cancellata. Rischia però di perdere peso nella competizione per l’attenzione.
Ed è qui che la sinistra deve prestare particolare attenzione.
Condannare un genocidio deve essere un principio senza se e senza ma. La dignità umana non può dipendere dall’appartenenza politica, religiosa o nazionale delle vittime. Ma proprio per questo la memoria non può essere selettiva. L’Olocausto non può essere rimosso, relativizzato o consegnato all’oblio. Non è soltanto una tragedia europea: è una delle esperienze storiche che ci hanno mostrato dove può arrivare la disumanizzazione quando il pregiudizio e la persecuzione diventano sistema politico.
La memoria dell’Olocausto, delle dittature, delle persecuzioni e delle lotte per i diritti appartiene alle radici stesse della cultura democratica e della sinistra.
Uguaglianza, dignità, libertà, solidarietà e difesa dell’essere umano non sono concetti astratti. Sono anche il risultato di una storia fatta di conquiste, tragedie e battaglie.
Per questo la sinistra deve saper tenere insieme due principi: condannare senza ambiguità i genocidi del presente e difendere senza esitazioni la memoria delle tragedie del passato.
Perdere la memoria significa infatti perdere anche le categorie morali attraverso le quali abbiamo imparato a riconoscere ciò che è giusto e ciò che non lo è.
Questo è uno dei rischi dell’epoca algoritmica: un sistema fondato sulla continua sostituzione del nuovo al precedente può rendere la memoria fragile e subordinata alla logica dell’attenzione.
Negli Stati Uniti, in Germania, in Brasile e progressivamente anche in altri Paesi europei osserviamo forme diverse di questa trasformazione. Non significa che gli algoritmi determinino automaticamente il comportamento degli elettori. Significa che la formazione del consenso avviene sempre più dentro ambienti tecnologici nei quali la distribuzione dell’attenzione è regolata da sistemi algoritmici. Ed è questo che il centrosinistra dovrebbe affrontare. Non soltanto chi debba guidarlo, ma quale società voglia governare.
Quali regole dovranno valere nell’economia dell’intelligenza artificiale? Chi controllerà le infrastrutture strategiche? Come verrà distribuita la ricchezza prodotta dall’automazione? Come proteggeremo il lavoro e, nello stesso tempo, la dignità delle persone? E come conserveremo una memoria comune in un sistema nel quale il presente tende continuamente a cancellare ciò che lo ha preceduto?
Sono queste le domande che dovrebbero stare al centro della politica.
Un tempo ci si chiedeva se un attore fosse abbastanza bravo per ottenere un ruolo. Oggi, almeno in alcuni contesti, può emergere anche una domanda diversa: quante persone lo seguono.
Domani questa logica potrebbe diventare sempre più importante anche nella politica. E allora la questione non sarà soltanto chi vincerà una primaria. Sarà capire chi sta costruendo l’ambiente nel quale quella primaria, quella leadership e persino quel consenso potranno esistere. Perché la vera rivoluzione dell’algoritmo non consiste soltanto nel cambiare ciò che vediamo.
Consiste nel cambiare i criteri con cui una società decide chi vedere, chi ascoltare, chi scegliere e, alla fine, chi avrà il potere di decidere per gli altri.
È da questa sfida che la sinistra dovrebbe ripartire: non dalla nostalgia del Novecento, ma dalla capacità di portarne i valori dentro il secolo dell’algoritmo.







