Addio a Tinto Brass: si spegne a 93 anni il maestro ribelle del cinema e dell’eros italiano

Il cinema italiano perde una delle sue figure più iconoclaste, provocatorie e irripetibili. Questa mattina, intorno alle 10:30, è morto a Roma nella sua casa di Isola Farnese il regista Tinto Brass. Aveva 93 anni. A dare il triste annuncio sono stati la moglie Caterina Varzi e i figli Bonifacio e Beatrice; la famiglia ha comunicato che i funerali si terranno in forma strettamente privata.

Liquidare Giovanni Brass semplicemente come il “regista dei sederi” sarebbe un errore superficiale. Il suo manifesto intellettuale si riassume nella sua frase più celebri: «L’erotismo serve a dare emozioni, la pornografia erezioni». Insieme a giganti del calibro di Bernardo Bertolucci e Pier Paolo Pasolini, Brass è stato a tutti gli effetti uno dei grandissimi trasgressori del nostro cinema, firmando pellicole di profonda rottura capaci di scuotere la morale comune e abbattere i tabù dell’Italia del dopoguerra. Dietro la cinepresa del maestro milanese si nascondeva un intellettuale dalla cultura sterminata. L’arte, d’altronde, era nel suo DNA: il nome “Tinto” nacque proprio dall’affettuoso soprannome “Tintoretto” che il nonno, il celebre pittore Italico Brass, gli diede da bambino per il suo talento nel disegno.

Un percorso che Brass non ha compiuto da solo. Per quasi cinquant’anni la sua colonna portante è stata la prima moglie Carla Cipriani, detta “Tinta”, figlia del fondatore del mitico Harry’s Bar di Venezia e sorella dell’attuale patron Arrigo Cipriani. Sposati dal 1957, Carla è stata la vera mente dietro le quinte del suo cinema, lavorando attivamente come co-sceneggiatrice, soggettrice e complice di ogni provocazione, fino alla sua scomparsa nel 2006.

Prima di legare il proprio nome all’erotismo d’autore, Brass ha attraversato una stagione d’avanguardia straordinaria. I suoi esordi, debitori della Nouvelle Vague, sono pellicole sperimentali e di fortissima satira sociale. Il debutto avviene con Chi lavora è perduto (1963) con Sady Rebbot, seguito da Il disco volante(1964) con un cast stellare composto da Alberto Sordi, Monica Vitti e Silvana Mangano. In quegli anni di sperimentazione totale rientra anche una prestigiosa collaborazione con Umberto Eco, che commissionò al giovane Brass due cortometraggi d’avanguardia sul linguaggio visivo per la 13ª Triennale di Milano.

Dopo i primi esperimenti, a metà degli anni ’70 firma il cupo e indimenticabile Salon Kitty (1975), opera claustrofobica sul potere nazista sorretta dalle interpretazioni di Helmut Berger e Ingrid Thulin. Poco dopo arriva la svolta globale con il colossale Caligola (1979). La produzione fu un vero scontro culturale: il finanziatore del film, Bob Guccione (fondatore di Penthouse), voleva inserire scene di sesso esplicito non autorizzate. Brass si oppose fermamente difendendo la propria libertà espressiva e, insieme allo sceneggiatore Gore Vidal, scatenò una titanica battaglia legale che bloccò la pellicola per anni.

Dagli anni ’80 in poi, il regista fa della carne e della bellezza femminile il centro nevralgico del proprio racconto. Con titoli come La chiave (1983), Miranda (1985), Paprika (1991) e Così fan tutte (1992), trasforma l’eros in gioco e ironia, scoprendo icone come Stefania Sandrelli, Serena Grandi e Debora Caprioglio. Proprio il successo di questi film spinse migliaia di spettatrici a inondare la casa del regista con lettere cariche di confessioni intime e reali; un fenomeno spontaneo che Brass e la moglie Carla cataloga­rono con dedizione e che ispirò direttamente la trama del film Fermo posta Tinto Brass (1995). Tra i suoi titoli cult va ricordato anche il grottesco noir Snack Bar Budapest (1988), dove diresse un superbo Giancarlo Giannini nei panni di un avvocato radiato dall’albo.

Pochi mesi prima della sua scomparsa, il mondo del cinema gli aveva tributato un ultimo, grandioso omaggio istituzionale proprio nella sua amata Venezia. In occasione dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale, a Tinto Brass era stato conferito il prestigioso Premio Pietro Bianchi. Per l’occasione, la Mostra ha voluto fortemente riabilitare la sua figura proiettando nella serata di preapertura la versione restaurata in 4K di Col cuore in gola (1967). Il pop-thriller, interpretato da un eccezionale Jean-Louis Trintignant e girato interamente a Londra, ha così mostrato nuovamente sul grande schermo la sua vibrante estetica da Swinging London, densa di contaminazioni fumettistiche, ricordando a tutti la caratura visiva del Brass delle origini.

Negli ultimi anni, nonostante i gravi problemi di salute, Brass non ha mai perso l’ironia, supportato fino all’ultimo dalla seconda moglie Caterina Varzi, sposata nel 2017. Con la sua scomparsa se ne va un pezzo di storia, un regista che ha fatto della trasgressione una forma d’arte e della libertà la sua unica bandiera.

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