Fjord: quando le differenze culturali diventano un conflitto senza risposte

Quanto può essere difficile convivere con una cultura diversa dalla propria? E fino a che punto possiamo giudicare le scelte educative, religiose e familiari degli altri attraverso i nostri valori?

Fjord, vincitore a Cannes e diretto da Cristian Mongiu, racconta lo scontro culturale e religioso tra due famiglie, mettendo al centro il rapporto tra genitori, figli e istituzioni. Il film affronta tematiche estremamente interessanti, soprattutto quando entrano in gioco i servizi sociali in seguito alle punizioni fisiche inflitte ai bambini.

Quello che inizialmente sembra un conflitto tra due modi diversi di educare i figli diventa una questione che coinvolge religione, moralità e pregiudizi. Ed è proprio qui che, secondo me, Mongiu comincia a perdere parte del suo potenziale. Non mostra mai davvero come tutto nasca anche dalle differenze culturali che la famiglia protagonista vive quando arriva in Norvegia dalla Romania.

Il film introduce una serie di contraddizioni che avrebbero potuto renderlo ancora più interessante, ma che spesso rimangono in superficie.

Da una parte abbiamo una famiglia giudicata per i propri metodi educativi, dall’altra una famiglia apparentemente più moderna e progressista, nella quale però emergono forme di maltrattamento psicologico e un disagio emotivo altrettanto importante.

La ragazza arriva persino a tagliarsi i polsi, ma questo elemento non viene realmente approfondito. Lo stesso accade con il suo possibile innamoramento per la figlia maggiore dell’altra famiglia, Elia, che vive ormai con la mamma ospitante, mentre il rapporto con i genitori viene messo sotto processo (letteralmente).

Anche il ruolo della religione lascia diversi interrogativi. La fede diventa uno degli elementi centrali del conflitto, ma il modo in cui viene rappresentata, soprattutto in relazione alle scelte dei protagonisti, non mi ha completamente convinta.

Un’altra questione interessante riguarda il modo in cui le due culture si osservano e si giudicano reciprocamente. La battuta sulla donna norvegese che ha dato cinque figli al marito e allo stesso tempo lavora racchiude una visione della donna e della famiglia che meriterebbe di essere esplorata maggiormente. Sul piano visivo, invece, il lavoro di regia rimane notevole.

La fotografia e soprattutto l’utilizzo della macchina da presa sono tra gli elementi che ho apprezzato maggiormente. Le inquadrature sono costruite con grande attenzione e riescono spesso a comunicare tensione e disagio anche senza dialoghi. Rimane inoltre aperta la questione di Elia e Noora: i lividi di Elia e la possibile relazione fisica tra le due.

E l’ambiguità non è necessariamente un problema. Il cinema non deve spiegare tutto, ma esiste una differenza tra lasciare allo spettatore lo spazio per interpretare una storia e introdurre così tanti elementi da non riuscire a svilupparli adeguatamente. Fjord è un film che pone domande importanti, con una regia visivamente molto interessante e una fotografia spettacolare, ma che mi ha lasciata con la sensazione che alcune delle sue idee più forti non abbiano trovato lo spazio che meritavano.

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