Attori inglesi, ieri e dopo

Da anglofili storici e  inguaribili quali siamo stati, dedichiamo un contributo anche agli attori inglesi, britannici, UK ( se per caso erano scozzesi o gallesi, transeat), alcuni tra i molti, che amammo insieme alla loro particolare cinematografia, molti di essi provenienti dalla aureo status teatrale e immancabilmente shakespeariana dell’ Old Vic e similari: come, li nominiamo appena, Stanley Baker e Sian Phillips ( ex signora di Peter O’Toole, altro mostro sacro), apprezzati nella parte di coniugi poveri e tenaci, nella leggendaria fiction “Com’era verde la mia valle”, che ci riportava alle atmosfere da Inghilterra popolare e miserrima, mirabilmente raccontata dal medico scrittore Archibald J. Cronin. Eviteremo di citare quanti di loro hanno ricevuto dai sovrani il titolo di sir o dame, e i riconoscimenti infiniti un po’ ovunque

La scuola recitativa dell’isola avrebbe, secondo molti critici, positivamente influenzato quella canadese, da cui provengono molte star, regalando un soffio di delicatezza al lavoro hollywoodiano.

Attacchiamo ovviamente con LUI, Laurence Olivier (1907/1989), scintillante caricatura della recitazione piena di sé, incarnata dal personaggio di Joseph Tura, nell’inarrivabile pellicola del 1947 “Vogliamo vivere!”, di Ernst Lubitsch: come, lei non mi conosce? Certo che conosciamo Olivier, marito di tre mogli tra le quali spicca la seconda, Vivien Leigh, Rossella di “Via col vento”, spinta dall’allora coniuge a ottenere il ruolo, sconfiggendo la pur titolata Paulette Goddard, allora coniugata Chaplin: una lotta tra titani attraverso le loro spose. Tralasciamo Charlie/Charlot, pure britannico, in quanto la sua brillante ma tormentata carriera, iniziata nella nativa terra d’Albione, fu sostanzialmente americana. Laurence terminò la sua vita sposato con Joan Plowright, valente collega connazionale, la quale non lo accusò di crudeltà mentale e plurisessualismo velenoso, come invece aveva insinuato la Leigh. Una delle partner preferite di Olivier fu, tra le tante, Sybil Thorndike, una vera dama della recitazione, con la tipica spocchia di quel club d’ oltremanica (la ricordiamo ne “Il principe e la ballerina”, con lui e la Monroe in faticosa trasferta europea).

Saltiamo a piè pari la sopravvalutata Liz Taylor e l’immensa Olivia De Havilland, Jean Simmons e Stewart Granger, anche loro sposati per un periodo, Joan Collins, più divetta che vera protagonista ma sempre spuntata da qualche parte, anche in Italia (un film “L’arbitro”, con Lando Buzzanca).

Impossibile non ricordare Cary Grant (1904/1986), archetipo di eleganza e di recitazione sobria, un monello gentiluomo molto supportato dalla moglie Barbara Hutton (ai tempi considerata la donna più ricca d’America), poi libratosi per conto suo, tra una pletora di altri matrimoni e una relazione “proibita” con il collega Randolph Scott.

Un cenno a parte merita l’ineffabile Patrick McNee (1922-2015), caratterista e comprimario di qualità, formidabile animatore dei corti di Hitchcock, della serie “Gli infallibili tre” che tanto ci deliziava in gioventù, e ne “La signora in giallo”, omaggiato in un video degli Oasis.

Non si può trascurare la nobile scazzottata tra i due principali James Bond d’epoca, l’accigliato Connery e l’imperturbabile Roger Moore (1927/2017), comparso in particine giovanili negli USA, esploso con la serie “Ivanhoe” e poi installato nell’Olimpo grazie all’interpretazione di 007, nella quale non pochi e poche lo hanno preferito al primo. Sua terza moglie e madre dei suoi figli fu la giornalista italiana Luisa Mattioli (lui parlava la nostra lingua), ma la lunga unione terminò e Roger finì i suoi giorni accanto alla quarta, la danese Kristina. La parte del supereroe di Ian Fleming fu ereditata da altri valenti e più giovani colleghi come un altro inglese, Daniel Craig.

Inglese era anche Peter Lawford (1923/1984), da nominare non tanto per meriti attoriali, benché operosamente apparso negli anni, quanto per aver sposato in prime nozze una sorella Kennedy, aver spalleggiato le bravate dei cognati e di Frank Sinatra ed essersi sempre autoproclamato ( falsamente) testimone delle ultime ore di Marilyn.

Per ragioni di spazio ci priviamo di molti onusti di gloria e passiamo ad alcune donne, a partire da Glenda Jackson, classe 1936, recentemente scomparsa, impegnata anche politicamente con i laburisti, incriticabile, icona tout court ( un film per tutti “Donne in amore” con altri due anglotop come Alan Bates e Oliver Reed);  come può dirsi anche della pasionaria Vanessa Redgrave, un anno più giovane, proveniente da una schiatta di attoroni dell’isola, per un periodo compagna del collega italiano Franco Nero, da cui ha avuto il figlio Carlo Gabriel; Emma Thompson, per un pezzo sposata con Kenneth Branagh (nato nel 1960), allievo e considerato erede di Olivier, certamente di pari tronfiaggine, che interpretò stupendamente  il maestro nel ben fatto “Marilyn” del 2011: tratto dalle auguste lamentele di Laurence, alle prese con la bionda capricciosa, che lo aveva fatto disperare sul set. Alleghiamo Daniel Day – Lewis (oggi 63), chiedendo scusa per non poter indugiare nel verde dell’Irlanda di cui ha preso la cittadinanza.

Ancora citiamo, tra le leve di mezzo, Naomi Watts, responsabile dell’interpretazione di lady Diana in un film dagli scopi propagandistici pro monarchia; Keira Knightley e il bel tenebroso Ralph Phiennes, che insieme diedero vita ai disperati personaggi dell’indimenticabile “La duchessa” del 2008; Jude Law, esemplare Bosie in “Wilde”.

Poiché le ultimissime generazioni ci sfuggono e certamente non saranno mitiche come quelle precedenti, lasciamo un carezzevole saluto a un regista per tutti, Ken Loach il “comunista” che, piaccia o meno, è tornato a farci assaporare l’humus delle lande isolane, che faceva chiedere ai padri di noi diversamente giovani: “ma cosa vi piace esattamente, di quel posto orribile?”.

La volata finale è dedicata due coetanei, oggi sixty yers old. Colin Firth, particolarmente apprezzato nel nostro paese anche per averne acquisito la cittadinanza italiana dopo il matrimonio con Livia Giuggioli, finito nel 2019, cultura internazionale acquisita durante le residenze in Africa e poi negli USA: anch’egli versatile al punto da carambolare dalla polvere di stelle teatrale, ai primi passi sul grande schermo con un altro esimio inglesissimo Rupert Everett, fino alle nevrosi di Bridget Jones, dove ci estasia in tandem con lui, per sempre lui: Hugh Grant.

Nato Hugh John Mungo Grant, allure sofisticato, bilingue grazie alla madre insegnante di francese, nemmeno iniziamo l’elenco delle sue apparizioni abbaglianti, limitandoci a tenerci ben stampata negli occhi la sua espressione così british, dove tutta una nazione, amata/odiata, potrà sempre ritrovarsi. Uno sguardo, un paese.

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