Il ventenne Kane Parsons trasforma una creepypasta nata su internet in un horror liminale dove una civiltà svuotata di esseri umani continua a lasciare accese le luci al neon
Le Backrooms fanno paura perché sono un vuoto interpretativo. Spazi riconoscibili ma privati della loro funzione umana. Uffici deserti, corridoi scolastici, moquette scolorite, suburbia americana illuminata da fluorescenti anni ’90. Luoghi nati dentro la promessa capitalista del benessere occidentale e trasformati qui in fossili emotivi. Il regista Kane Parsons ha vent’anni, viene da YouTube e approda in A24 con un horror da dieci milioni di dollari tratto dalla sua serie di corti virali sulle Backrooms. E la cosa sorprendente è che il giovane autore capisce subito il punto centrale: il vero trauma contemporaneo non è il mostro, ma l’assenza. La sensazione che il mondo possa continuare tranquillamente a esistere anche senza di noi.
Nel 1990, Clark (Chiwetel Ejiofor), architetto fallito e proprietario di un negozio di arredamento ormai in rovina, vive solo, abbandonato dalla moglie e consumato dall’alcolismo. L’unico rapporto umano rimasto è quello con la terapeuta Mary Kline (Renate Reinsve). Quando un guasto elettrico nel seminterrato lo trascina dentro una misteriosa “null zone”, Clark scopre un labirinto infinito di stanze illuminate al neon, corridoi deserti e ambienti deformati che sembrano versioni marce della realtà. Un luogo dove memoria, identità e spazio iniziano lentamente a collassare.
Il concetto è più forte della narrazione. La creepypasta smette di essere folklore internet e diventa il residuo psichico del capitalismo occidentale. Corridoi. Moquette color senape. Uffici anni ’90 illuminati come obitori aperti tutta la notte. Memorie collettive svuotate di esseri umani. L’inconscio architettonico di una civiltà che ha continuato a costruire spazi dopo aver svuotato gli esseri umani che dovevano abitarli. Per questo il film è molto più vicino agli incubi suburbani di David Lynch e alle derive spettrali di Kiyoshi Kurosawa che all’horror da TikTok pieno di jumpscare epilettici. La paura arriva dal vuoto. Dai ronzii elettrici. Dalle pareti giallastre illuminate al neon. Da quelle stanze che sembrano esistere da prima di te e che continueranno a respirare anche dopo. L’inciampo arriva ogni volta che il film prova a spiegarsi troppo. Alcune svolte diventano improvvisamente convenzionali. Certi dialoghi vogliono suonare profondi a tutti i costi, quasi avessero paura del silenzio e dell’ambiguità che invece sono le cose migliori del film. Si sente la mano di Will Soodik, già autore di Westworld: quella tendenza molto contemporanea a verbalizzare tutto, a trasformare ogni intuizione astratta in concetto esplicito. Ma le Backrooms funzionano proprio perché restano incomplete, come certi ricordi d’infanzia che non riesci più a mettere a fuoco e che per questo continuano a farci paura.
Eppure, Backrooms resta un oggetto cinematografico vivo. Imperfetto, irrisolto, ma vivo. E soprattutto dimostra una cosa: la generazione cresciuta tra creepypasta, YouTube, forum tossici e isolamento digitale non sta più soltanto consumando immagini. Ha iniziato a lasciare le telecamere accese dentro il proprio inconscio.







