“Cime Tempestose”: il pop di Fennell incontra l’amoralità di Brontë

Abiti opulenti, gioielli kitsch, colonna sonora pop e scenografie saturate. Fin dall’uscita del primo teaser, “Cime Tempestose” di Emerald Fennell ha fatto parlare di sé, suscitando spesso critiche e commenti scettici

Sembra tutto stonato, faticoso e quasi fastidioso, eppure tutto perfettamente coerente con la sensazione di disagio che si prova leggendo l’opera di Emily Brontë, un libro complesso ma perfetto proprio per le atmosfere claustrofobiche che riesce a creare. Fennell è riuscita con semplicità ad adattare un’opera in cui il sentimento principale che il lettore deve percepire è un disagio profondo, una mancanza di appigli per farlo sentire confortevole e percepire qualcosa di familiare.

Già nelle due opere precedentemente dirette da Fennell (Una donna promettente del 2020 e Saltburn del 2023) l’intento principale della regista era rappresentare una natura umana priva di scrupoli, una passione malata e personaggi crudi e reali. Gli elementi con cui gioca Fennell erano già presenti in Cime Tempestose: Brontë tratteggia personaggi egoisti, crudeli, capricciosi e violenti, il fulcro della sua narrazione è la totale assenza di morale. Lo spirito dei film di Fennell non si discosta più di tanto da queste tematiche.

Certo, quella di Fennell è un versione pop, erotica e kitsch, tutti elementi che poco hanno a che fare con un romanzo pubblicato nel 1847. Tuttavia, il punto è un altro: dobbiamo pensare al libro e al film come a due opere artistiche distinte che oltretutto si muovono su due media completamente differenti. Si creano spesso delle discussioni attorno alle trasposizioni cinematografiche tratte da opere letterarie, soprattutto quando si parla di classici. La reazione generale è sempre di sostenuto scetticismo quando il film non ricalca alla lettera la trama e lo spirito del libro.

Il testo, però, ha avuto il ruolo di ispirare il regista e l’ispirazione artistica (perché di questo si tratta) non dovrebbe avere nessun vincolo o censura. Criticare un regista e una produzione cinematografica perché non sono rimasti fedeli all’opera viola a priori il concetto di ispirazione.

Il regista è un artista con una sua autonomia creativa e nel momento in cui decide di adattare un’altra opera, deve avere la libertà di sovrapporre a essa la sua poetica anche a costo di stravolgerne lo spirito originario. Nonostante ciò la versione pop di “Cime Tempestose” di Emerald Fennell ha suscitato molte critiche negative; eppure, proprio in virtù delle reazioni quasi disgustate del pubblico, Fennell si inserisce alla perfezione nel solco lasciato da Emily Brontë.

«Una storia sgradevole», «un libro strano», «selvaggio, confuso, disordinato e improbabile»: queste sono le parole con cui i lettori contemporanei alla scrittrice parlarono di Cime Tempestose.

Non mi pare che i commenti di molti spettatori siano stati diversi: tutti pronti a puntare il dito contro Fennell per difendere la religiosa fedeltà al libro. Nondimeno la regista è riuscita a rendere con il disagio sensoriale tipico della sua cinematografia il disagio che Brontë voleva trasmettere eliminando ogni traccia di morale e umanità.

Perché in fondo Cime Tempestose è questo: un’opera in cui tutto sfuma nel suo opposto, amore e odio, gentilezza e violenza, egoismo e altruismo.

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