Controluce: Midterm, il voto letto dai mercati e i limiti che Wall Street non ha prezzato

Il crollo dei titoli tecnologici dopo la vittoria democratica racconta una scommessa su un cambio di rotta della politica economica americana. Ma il veto presidenziale, i dazi costruiti su basi che il Congresso non controlla e un calendario che lascia ancora due mesi all’amministrazione restringono il campo. Per l’Italia, il dossier più esposto è il farmaco.

Il primo giudizio sul voto del 3 novembre non è arrivato da Washington, ma dai mercati. E non riguardava Trump: riguardava che cosa un Congresso a guida democratica potrebbe fare all’economia americana. Mentre la politica discuteva di sconfitte e responsabilità, gli investitori hanno già spostato miliardi seguendo tre ipotesi: più regole sull’intelligenza artificiale, meno dazi, più spazio alle rinnovabili. Il problema è che le strutture istituzionali americane rendono ciascuna di queste ipotesi molto meno lineare di quanto i listini lascino intendere. È nello scarto tra ciò che il mercato ha prezzato e ciò che il sistema consente che si gioca la vera partita dei prossimi due anni, anche per l’Italia.

Le quarantotto ore dei mercati

La reazione è partita dall’Asia, prima ancora che i risultati fossero definitivi. A Seul e a Tokyo i titoli tecnologici sono crollati sul timore che un Congresso democratico spinga verso regole più severe sullo sviluppo dell’intelligenza artificiale e sulla costruzione dei data center, frenando gli investimenti. A Wall Street la prima giornata è stata ambigua. I produttori di chip hanno aperto in calo per gli stessi timori, mentre sanità ed energie alternative sono salite con decisione. Nel corso della seduta i listini hanno poi recuperato terreno dopo il nervosismo iniziale.

Il recupero non è durato. Il 5 novembre è arrivato il colpo vero. Il Nasdaq ha chiuso in calo del 5,52%, trascinato dai produttori di chip per l’intelligenza artificiale, con Nvidia in perdita del 9,26%; anche il Dow Jones ha ceduto il 3,44% e l’S&P 500 il 4,3%. L’onda è tornata indietro verso Oriente e poi verso l’Europa. Tokyo ha chiuso venerdì con un crollo del 5,96%, e Piazza Affari ha aperto in ribasso dell’1,56%, insieme a Londra, Francoforte e Parigi.

Il dato politicamente rilevante è che il bersaglio del mercato non sono stati i dazi né la guerra, cioè i temi che hanno dominato la campagna elettorale. È stata l’infrastruttura su cui gli Stati Uniti hanno costruito la propria corsa tecnologica con la Cina.

Tre scommesse: tecnologia, dazi, energia

La prima scommessa riguarda i data center, e non nasce dal nulla. A marzo il senatore Bernie Sanders e la deputata Alexandria Ocasio-Cortez hanno presentato una proposta di legge che va molto oltre una semplice regolamentazione. Il testo imporrebbe una sospensione immediata della costruzione di nuovi data center e anche dell’ampliamento di quelli esistenti, da revocare solo dopo l’approvazione di leggi federali di controllo sull’intelligenza artificiale. Nella fase precedente il voto la proposta aveva guadagnato sponde importanti. Frank Pallone, il democratico più alto in grado nella commissione Energia e Commercio della Camera, si è espresso a favore di una moratoria nazionale.

Il partito però non è compatto. Il senatore democratico Mark Warner ha definito la moratoria un’idiozia, sostenendo che servirebbe solo a far correre più veloce la Cina. È questa la frattura che il mercato ha sottovalutato. La questione dei data center non divide soltanto democratici e repubblicani: divide anche la sinistra ambientalista e sociale dall’ala che legge l’intelligenza artificiale come terreno di sicurezza nazionale.

La seconda scommessa riguarda i dazi. Il rialzo dei titoli farmaceutici e sanitari presuppone che un Congresso ostile renda più difficile per la Casa Bianca usare la leva commerciale. La terza riguarda l’energia: con la fine del “drill baby drill” come linea condivisa tra presidenza e Congresso, gli investitori hanno ripreso a premiare le rinnovabili.

C’è anche un movimento che va letto con prudenza: il calo del petrolio. Attribuirlo al voto sarebbe una forzatura, perché il greggio scendeva già prima dei risultati. Il 3 novembre, giorno delle elezioni, il petrolio era in calo sui progressi nei negoziati. Il prezzo dell’energia continua a dipendere dal tavolo con Teheran più che dalla composizione del Congresso.

Il potere di frenare, non di riscrivere

Qui le aspettative del mercato si scontrano con la Costituzione. Un Congresso a maggioranza democratica può approvare leggi, ma non può imporle. Trump conserva il potere di veto per altri due anni, e i democratici sono lontanissimi dalla maggioranza di due terzi necessaria per superarlo: 290 voti alla Camera e 67 al Senato. Arrivare a 67 senatori richiederebbe circa una dozzina di voti repubblicani. Una moratoria sui data center, anche se superasse le divisioni interne, si fermerebbe sulla scrivania dello Studio Ovale.

Lo stesso vale per i dazi, ed è qui che il mercato ha forse sbagliato più a fondo. La partita sulla legittimità delle tariffe è stata giocata in tribunale, non in Parlamento. Il 20 febbraio 2026 la Corte Suprema ha stabilito, con sei voti contro tre, che la legge sui poteri economici d’emergenza non autorizza il presidente a imporre dazi, cancellando le tariffe “reciproche” e quelle legate al fentanyl. Sono rimasti in vigore i dazi basati sulle Sezioni 232 e 301. L’amministrazione ha ricostruito il proprio sistema tariffario passo dopo passo: prima un dazio globale temporaneo e poi, alla sua scadenza, una nuova architettura. Dal 24 luglio 2026 sono in vigore dazi aggiuntivi del 10 o del 12,5% su 60 economie che coprono il 99,4% delle importazioni americane, motivati dalla mancata applicazione di divieti sulle merci prodotte con lavoro forzato.

Il punto strutturale è che queste basi giuridiche non passano dal Congresso. Né la Sezione 232 né la Sezione 301 richiedono un nuovo voto parlamentare per produrre effetti. Per abrogare quei poteri servirebbe una nuova legge, che riporterebbe in gioco sia l’ostruzionismo al Senato sia il veto presidenziale.

La guerra con l’Iran segue la stessa logica. Durante tutto il 2026 i democratici hanno usato le risoluzioni sui poteri di guerra come strumento di pressione. Il Senato le ha esaminate 14 volte, approvandole solo due, e la Camera sei volte, con tre voti favorevoli alla fine del conflitto. Solo una è passata in entrambe le Camere, e la Casa Bianca ha ignorato il risultato. Queste risoluzioni sono in gran parte dichiarazioni politiche prive della piena forza di legge; la leva più incisiva resta il taglio dei fondi alle operazioni militari.

l Congresso che si insedierà a gennaio avrà quindi in mano strumenti concreti, ma di natura diversa da quelli che il mercato sembra aver prezzato. Quello che i democratici ottengono è il controllo del denaro, delle indagini e delle conferme. È un potere di frenare, rallentare, rendere costoso. Non è un potere di riscrivere.

Il calendario della transizione

C’è poi un fattore che quasi nessuno ha messo a fuoco: il tempo. La nuova maggioranza democratica entrerà in carica solo con l’insediamento del nuovo Congresso, il 3 gennaio 2027. Fino ad allora le Camere restano repubblicane, e l’amministrazione ha davanti una finestra di otto settimane per muoversi in un contesto ancora favorevole.

Questa finestra coincide con scadenze commerciali tutt’altro che marginali. Il 10 novembre scadono la tregua tariffaria tra Stati Uniti e Cina e le esenzioni legate alla Sezione 301; il 31 dicembre è il termine entro cui Washington dovrebbe allineare al tetto del 15% i dazi sui derivati di acciaio e alluminio europei, pena la sospensione delle concessioni da parte dell’UE. Sono decisioni che spettano all’esecutivo, prese mentre il Congresso uscente non ha più nulla da guadagnare a ostacolarle e quello entrante non ha ancora i mezzi per farlo.

Il conto per l’Italia

Per l’Italia il dossier più delicato non è la tecnologia, ma il farmaco. È il settore che ha sostenuto l’export italiano verso gli Stati Uniti negli anni dei dazi. Nel 2025 le esportazioni di farmaci dall’Italia verso gli USA hanno raggiunto 15,8 miliardi di euro, il 23% di tutto l’export italiano verso quel mercato, con una crescita del 54% rispetto all’anno precedente. Parte di quella crescita va però letta con cautela. Le spedizioni sono state gonfiate anche dall’anticipo degli ordini in vista delle tariffe.

Il rally dei titoli farmaceutici dopo il voto scommette su un alleggerimento della pressione commerciale. Ma i dazi sul farmaco poggiano proprio sulla base giuridica che il Congresso non controlla. Il 2 aprile 2026 la Casa Bianca ha imposto con un proclama nuovi dazi sui farmaci brevettati; per l’Unione Europea, il Giappone, la Corea del Sud e la Svizzera l’aliquota applicabile è del 15%. Per i Paesi senza accordo, il dazio su farmaci brevettati e principi attivi arriva al 100%. Il tetto del 15% è quindi una concessione negoziata dall’esecutivo con Bruxelles, non una garanzia di legge. Per l’industria italiana, il rischio resta legato al rapporto tra Washington e la Commissione, non agli equilibri del Congresso.

Il fronte tecnologico tocca l’Italia in modo meno diretto, ma non irrilevante. La componentistica italiana e italo-francese è integrata nella filiera dei data center, e il 5 novembre i titoli del settore hanno seguito la scia negativa americana. Se il blocco dei data center restasse una proposta senza sbocco, l’impatto sarebbe passeggero. Se invece la stretta arrivasse dagli Stati, dove si decidono autorizzazioni ed energia, il rallentamento degli investimenti americani avrebbe ricadute sulla domanda europea.

Sull’energia, infine, il collegamento va invertito rispetto alla lettura più diffusa. Non è il nuovo Congresso a determinare il prezzo che l’Italia paga per greggio e gas, ma l’andamento del negoziato con l’Iran e la sicurezza delle rotte nello Stretto di Hormuz. Il voto potrà aumentare la pressione politica per una chiusura del conflitto, ma la variabile resta diplomatica, non parlamentare.

Tra le attese e le strutture

Il voto del 3 novembre ha cambiato gli equilibri di Washington, ma i mercati hanno corso più veloci delle istituzioni. Hanno prezzato un’America con meno dazi, più regole sull’intelligenza artificiale e una politica energetica diversa. L’America che emerge dalle urne è invece un sistema in cui il Congresso può frenare, indagare e negare fondi, ma difficilmente riscrivere le scelte di una presidenza che ha spostato le proprie leve fuori dalla portata del Parlamento.

Per l’Italia la lezione è concreta. I dossier che contano, dal farmaco all’acciaio fino all’energia, continueranno a dipendere dal rapporto tra la Casa Bianca e Bruxelles e dal tavolo con Teheran, più che dai numeri di Capitol Hill.

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