C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nella vicenda della cosiddetta “famiglia nel bosco”. E non riguarda soltanto la scelta di affidare un incarico formativo alla madre di tre bambini allontanati dal nucleo familiare con un provvedimento giudiziario, ma il significato culturale e sociale che una simile iniziativa rischia di assumere.
La questione investe direttamente il rapporto tra libertà individuale, responsabilità genitoriale e istituzioni democratiche.
Viviamo in una società nella quale ciascuno ha il diritto di scegliere il proprio stile di vita, di abitare lontano dai centri urbani, di rifiutare il consumismo e di educare i figli secondo le proprie convinzioni. Ma questa libertà incontra un limite preciso quando entra in gioco la tutela dei diritti altrui, soprattutto quelli dei minori.
La scuola, la sanità e i servizi sociali non sono strumenti di oppressione di uno Stato invadente, ma conquiste collettive che garantiscono istruzione, salute e protezione. Si può legittimamente discutere del loro funzionamento, contestarne le decisioni e proporre alternative, ma non ignorare che i figli sono persone titolari di diritti autonomi, non una proprietà esclusiva dei genitori.
È proprio alla luce di questi principi che trovo singolare la decisione di coinvolgere in un corso di formazione pedagogica una protagonista di una vicenda segnata da un profondo conflitto con le istituzioni preposte alla tutela dell’infanzia.
Ascoltare una testimonianza non significa necessariamente condividerla, e conoscere esperienze educative differenti può certamente arricchire il confronto. Ma occorre distinguere tra l’analisi critica di una scelta di vita e la sua eventuale legittimazione come modello da seguire.
Il problema, quindi, non è impedire a qualcuno di raccontare la propria storia, ma comprendere quale messaggio si voglia trasmettere quando un’esperienza così controversa viene proposta in un contesto formativo.
In democrazia contestare lo Stato è un diritto. Altra cosa è alimentare l’idea che ogni intervento delle istituzioni rappresenti un sopruso e che qualsiasi scelta individuale, soltanto perché contraria alle regole comuni, debba essere celebrata come un atto di coraggio e libertà.
È una deriva culturale che merita attenzione, perché rischia di trasformare la legittima diffidenza verso gli eccessi del potere pubblico in una sistematica delegittimazione delle istituzioni, dimenticando che senza regole condivise sono proprio i più vulnerabili a perdere le proprie garanzie.
Per questo rivolgo un appello a chi ci rappresenta in Parlamento, indipendentemente dall’appartenenza politica: non considerate vicende come questa semplici curiosità di cronaca, né trasformatele in occasioni di consenso attraverso una contrapposizione artificiosa tra cittadini e Stato.
La tenuta di una società non viene compromessa soltanto dalle grandi crisi economiche o dagli scontri istituzionali. Può essere erosa lentamente, attraverso episodi apparentemente marginali, quando si comincia a confondere la libertà con l’assenza di responsabilità e il rispetto delle regole con una limitazione arbitraria dei diritti.
Chi ha il compito di rappresentare i cittadini dovrebbe avere la sensibilità di riconoscere questi rischi, evitando di assecondare una cultura nella quale ogni istituzione diventa un nemico e ogni forma di autorità democratica un ostacolo da abbattere.
Non vorrei che, inseguendo polemiche che oggi possono sembrare banali, si finisse per contribuire a un’opera silenziosa di disgregazione sociale, capace di indebolire proprio quelle istituzioni che dovrebbero garantire la libertà e i diritti di tutti.
Perché uno Stato democratico non si distrugge necessariamente con un grande atto di rottura. Può essere svuotato lentamente, un principio alla volta, fino al giorno in cui ci accorgiamo che ciò che consideravamo scontato non esiste più.







