COP30: tra crisi climatica e vuoto politico

A Belém mancano i grandi emettitori, crescono le tensioni sul fronte finanziario e le comunità locali reclamano spazio: senza leadership globale, la COP30 rischia di restare un rito vuoto.

L’apertura ed i negoziati

La cornice è potente: la regione amazzonica, con i suoi fiumi e foreste che respirano e custodiscono la biodiversità del pianeta, ospita la Conferenza delle Parti della Convenzione sul clima. Una scelta che da un lato invia un segnale — la centralità della natura nella crisi climatica — dall’altro funge da monito: non è più tempo solo di discorsi, ma di fatti. Il Presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva non ha esitato a definire questa edizione “la COP della verità”, invitando a passare dalle promesse alle azioni, a smettere di rimandare.

Eppure, l’apertura della conferenza tradisce già un doppio registro: da un lato il richiamo pressante del segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, che ha indicato il traguardo dei +1,5 °C come “linea rossa”, avvertendo che fallire significherebbe un “fallimento morale e una negligenza mortale”. Dall’altro lato, le premesse materiali restano fragili: decenni di promesse, emissioni ancora in crescita, un contesto geopolitico segnato da assenze e incertezze. La tabella di marcia è nota, la volontà politica appare più incerta.

Sul piano negoziale, la COP30 affronta nodi centrali: l’aggiornamento dei Contributi Nazionali (NDCs), la mobilitazione della finanza climatica verso i Paesi più vulnerabili e il ruolo che foreste, biodiversità e comunità indigene devono giocare non come accessori ma come elementi davvero decisivi. Il Brasile ha lanciato già prima del summit un programma ad hoc, la “Circle of Finance Ministers”, con l’obiettivo di contribuire alla “Baku-Belém Roadmap” per mobilitare 1,3 trilioni di dollari all’anno entro il 2035. Questi piani non restano solo sulla carta: il ministro delle finanze brasiliano ha dichiarato che è “possibile” raggiungere già nel primo anno 10 miliardi di dollari per il fondo Tropical Forests Forever Facility (TFFF) destinato alla conservazione globale delle foreste.

Tuttavia, le assenze pesano. Meno di sessanta capi di Stato e di governo sono presenti, rispetto ai settantacinque dell’edizione precedente. Tra i grandi assenti figurano Stati Uniti, Cina, India e Russia, presenti solo con delegazioni di secondo piano, prive di reale peso negoziale. Una scelta che desta preoccupazione: i quattro Paesi, responsabili da soli di quasi la metà delle emissioni globali, lasciano un vuoto pesante in un vertice che avrebbe bisogno, più che mai, di cooperazione e leadership condivisa. Questa “diminuzione” nel coinvolgimento strategico riduce la forza politica degli impegni. Dal versante europeo, l’Unione Europea si presenta con un mandato definito: la riduzione delle emissioni del 90 % entro il 2040 rispetto al 1990, formalizzata nelle conclusioni del Consiglio. Ma sotto la superficie emergono margini di flessibilità e lo spettro di compromessi: possibilità di compensazioni e uso di crediti di carbonio esterni al mercato europeo. E mentre la corsa al riarmo sottrae risorse alla transizione verde, cresce il dibattito su chi — in un mondo ormai interconnesso — dovrà portare il peso maggiore del finanziamento climatico verso il Sud globale. Emerge dunque una contraddizione interna: si proclama l’urgenza, si evocano ambizioni elevate, ma gli strumenti politici, finanziari e operativi mostrano crepe che rischiano di comprometterne la credibilità. È qui che la “verità” reclamata da Lula entra in gioco.

I focus

Le comunità indigene e locali non restano spettatrici. Anzi: alla COP30 è stata registrata la più ampia partecipazione indigena nella storia delle conferenze climatiche – si parla di circa 3.000 leader tra zona negoziale (“Blue Zone”) e “Green Zone” pubblica. Ma questa forte presenza non ha impedito la frustrazione: la sera dell’11 novembre decine di manifestanti – indigeni e non indigeni – hanno forzato l’ingresso della sede del vertice, recando slogan come “Our land is not for sale” e “We can’t eat money”, affrontando la sicurezza e penetrando in parte nella zona riservata. L’episodio ha provocato ferite lievi a due agenti, danni marginali alla struttura e ha imposto la chiusura temporanea dell’ingresso principale. Questo gesto rappresenta più di una contestazione: è un indicatore del malessere che attraversa la conferenza. Le comunità denunciano di essere state invitate ma non pienamente integrate nei processi decisionali, di subire lo sfruttamento, l’espansione dell’agroindustria, l’estrazione mineraria e petrolifera mentre si discute di “salvare” la foresta. In questo senso, la sede amazzonica assume anche un carattere drammatico: la foresta gioca un ruolo importante nel negoziato globale, ma è altresì teatro di conflitto locale.

Sui biocarburanti, un tema molto citato anche in questi giorni, emergono nuovi segnali: una società brasiliana ha presentato durante la conferenza un biocarburante – il “BeVant” – in grado di sostituire pienamente il diesel fossile nei camion Euro 6. Se sul piano tecnico ciò rappresenta un’innovazione, ambientalisti e scienziati avvertono che la promozione massiccia dei biocarburanti può nascondere una “trappola verde”: monocolture, consumo d’acqua, deforestazione indiretta, uso del suolo sottratto all’agricoltura alimentare. Il dibattito quindi non è solo tecnologico, ma politico e territoriale.

Tra speranza e rischio

Nell’analisi complessiva, la COP30 appare come un vertice di grande tensione tra due possibili traiettorie: da un lato la speranza di una vera svolta — se gli impegni si rafforzano, la finanza si mobilita, le comunità vengono riconosciute e i risultati diventano verificabili; dall’altro il rischio che si concluda come una edizione di annunci mediocri, con scarsa capacità di tradurre parole in fatti, confermando lo scetticismo che ormai circonda molti vertici climatici. Se questo summit avrà davvero senso, la differenza sarà fatta dalle implementazioni: dai numeri reali, dal modo in cui si trasferiscono risorse, si proteggono territori, si intrecciano giustizia climatica e conservazione. Non è più “solo” questione di target, ma di governance, trasparenza e legame tra chi decide e chi subisce.

E dunque mentre Belém ospita il mondo, la domanda che resta aperta è la stessa che Lula ha posto: riusciremo a trasformare le parole in azione? O questa COP 2025, la COP “della verità”, rimarrà un altro capitolo di promesse disattese nella lunga storia delle conferenze climatiche?

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