Crisi tra Iran e Israele: è guerra sul fronte orientale

Rispondere o non rispondere? Era questo il dilemma di Israele dopo l’offensiva del 13 aprile dell’Iran con i suoi missili e droni. La rappresaglia, di fatto, sembra continuare: Israele ha deciso di rispondere nuovamente all’Iran in maniera significativa e imminente (anche se non troppo). Ha optato, comunque, per una soluzione limitata e calibrata, forse perché sotto pressione dell’Occidente e del suo leader USA.

Ci chiediamo tutti, a questo punto, dove si estenderà questa guerra e se – dopo tante occasioni sparse per il mondo – dovremo parlare di una vera Terza Guerra Mondiale.

I fatti

Secondo alcune fonti citate dalla CBS News statunitense, il 18 aprile Israele ha compiuto degli attacchi contro il Paese mediorientale. Attacchi che sono stati confermati da tre funzionari iraniani dichiarando di essere stati colpiti nella base aerea militare vicino a Isfahan (Iran Centrale).

Di conseguenza, l’Iran ha attivato la sua difesa già dalle prime luci del 19 aprile in diverse province dopo le segnalazioni di esplosioni nel centro del Paese. Sono stati registrati tre esplosioni, sono stati abbattuti dei droni e hanno dichiarato che non ci sono stati finora attacchi missilistici presso le strutture nucleari della regione di Isfahan. Il peggio è stato sventato, perché con il nucleare a portata potrebbe spazzare via un territorio immenso.

L’esplosione ha provocato per ora un morto e 8 feriti. La base militare colpita ospitava truppe dell’esercito ed ex paramilitari filoiraniani di Hachd al-Chaabi a Calso, a circa 20 chilometri a sud di Baghdad.

D’altro canto, però, fonti locali rivelano che finora non sono riusciti a identificare i responsabili del fatto e successivamente il governo iraniano ha affermato che non c’erano droni o aerei in volo da combattimento prima o durante l’esplosione. Sembrerebbe, perciò, che Israele non sia coinvolta nelle notizie di esplosioni in Iraq così come gli USA spiegando il tutto su X.

La Resistenza irachena

Tra un tira e molla di colpe tra Israele e USA, non si è considerato abbastanza la presenza della Resistenza Islamica in Iraq e quello che avrebbe potuto fare in questi giorni approfittando del caos regnante alla ricerca di un colpevole. Infatti, in un video diffuso sui social, la Resistenza Islamica ha annunciato di aver lanciato alcuni droni contro un obiettivo fondamentale a Eliat, nel Sud di Israele al confine tra Egitto e Giordania.


L’attacco è la risposta alla violazione della sovranità irachena da parte del nemico sionista e al suo attacco contro le Forze di Mobilitazione Popolare Irachene (Pmf).


Effettivamente, nei giorni scorsi si erano registrati altri attacchi di precisione da parte degli Hezbollah contro il nord dello stato ebraico come a voler lanciare un messaggio di solidarietà nei confronti dell’Iran in caso di un’escalation.

Vani sono stati i tentativi degli Stati Uniti di convincere l’alleato israeliano a non reagire alla provocazione iraniana per non intraprendere – in aggiunta alla guerra con Gaza – un’ulteriore battaglia in Medioriente. Perché continuano ad aumentare drasticamente i numeri dei morti (soprattutto bambini) nel sud della Striscia. Si parla di attacchi aerei che hanno preso di mira la città di Rafah.

Washington, invece, è stata avvertita che ci sarebbe stata nel giro di 48 ore un’operazione blanda che non avrebbe colpito le strutture nucleari iraniane.

I rischi di un’ulteriore guerra in Oriente

Queste continue mosse da scacchiera tra Iran e Israele sembrano quelle di una partita che va giocata fino alla fine, in cui l’uno tenta di far cadere l’altro con mosse non troppo esplicite ma di effetto.

I rapporti tra i due Stati non sono sempre stati idilliaci ma caratterizzati da rivalità e tensioni storiche. Dalla nascita dello stato ebraico ad oggi, possiamo contare quattro fasi di relazioni tra i due, legate ai cambi di regime in Iran e alle frequenti crisi regionali che hanno interessato l’intero Medioriente nell’ultimo secolo:

  • La prima di non riconoscimento
  • La seconda di amicizia
  • La terza di “pace fredda”
  • L’ultima di pura ostilità.

La prima fase di non riconoscimento ha inizio nel 1947 e termina nel 1953, quando l’Iran era ancora sotto la monarchia assoluta dei Pahlavi. La dinastia regnante si oppose alla ripartizione della Palestina secondo un piano attuato dalle Nazioni Unite, ovvero la creazione di due stati indipendenti: uno israeliano e uno palestinese. I Pahlavi proposero, invece, di creare uno stato federale unitario della Palestina, con un solo Parlamento diviso in cantoni arabi ed ebraici.

Dal 1953 al 1979 i due stati divennero “amici”, a causa della rivoluzione iraniana che portò all’istituzione della Repubblica Islamica dell’Iran. Nel 1953, contemporaneamente, Israele riuscì a nascere come vero e proprio stato dopo la vittoria della prima guerra arabo – israeliana. L’Iran la riconobbe come seconda nazione dopo la Turchia a maggioranza musulmana. Per 24 anni successivi, i due Paesi strinsero una proficua collaborazione commerciale, energetica e di sicurezza, istituendo rispettive ambasciate in ciascun territorio.

Nel 1979 le milizie radicali dell’ayatollah Ruhollah Khomeini rovesciarono la monarchia dei Pahlavi. Fu istituito un nuovo regime autoritario basato sulla supremazia religiosa sciita. Da qui ebbe inizio la “pace fredda”: ci fu la recessione di ogni legame diplomatico tra i due stati e il rifiuto di riconoscere Israele come stato da parte dell’Iran. Ma si chiama pace fredda perché continuarono a collaborare per frenare l’avanzamento dell’Iraq che stava emergendo come nuovo attore. Israele fornì aiuti militari, logistici e di intelligence per sconfiggere Saddam Houssein.

Negli anni Novanta, questo periodo di collaborazione peggiorò. Da sfondo fu il periodo di instabilità dovuto alla dissoluzione dell’Unione sovietica e alla fine della Guerra Fredda. In questo scenario, il leader israeliano Yitzhak Rabin cominciò ad essere più duro ed aggressivo nei confronti dell’Iran, con lo scopo di trasformare Israele in attore dominante nella regione dopo la sconfitta dell’Iraq.

Sempre in questo periodo, Israele aumentò le sue repressioni contro la popolazione palestinese arrivando a quella che è conosciuta come Prima intifada. L’insieme di questi scenari aumentò la rivalità tra Iran e Israele per il controllo della regione e perché gli iraniani sostenevano i palestinesi attraverso finanziamenti di milizie e aiuti alla milizia Hezbollah in Libano. Territorio che Israele aveva invaso nel 1982 per attaccare i membri dell’organizzazione per la liberazione della Palestina fuggiti in Libano.

Negli anni 2000 i rapporti peggiorarono ulteriormente con l’ascesa di Mahmud Ahmadinejad, presidente della repubblica islamica dal 2003 al 2013 che sosteneva fermamente la teoria della cancellazione dalla carta geografica di Israele. La tensione è aumentata notevolmente durante la seconda guerra con Libano, quando le Guardie rivoluzionarie dell’Iran – i Pasdaran – operarono attivamente insieme ad Hezbollah contro Israele.

Da questo momento fino ad oggi, le due potenze si sono scontrate indirettamente in una serie di guerre non dirette, ma attraverso attentati e sabotaggi, scambi di cyberattacchi contro infrastrutture strategiche. In particolare, Israele ha sempre cercato di colpire persone e luoghi legati al programma nucleare iraniano, uccidendo ingegneri e distruggendo siti di raffinazione dell’uranio o bloccando la produzione di energia nucleare.

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