Quando nella notte del 3 gennaio 2026 le esplosioni hanno scosso Caracas e le forze speciali americane hanno catturato Nicolás Maduro, non si è trattato solo di un’operazione militare contemporanea. Dietro quella notte di fuoco si celava l’ombra lunga di una dottrina formulata esattamente 203 anni prima, il 2 dicembre 1823, quando il presidente James Monroe pronunciò davanti al Congresso americano quello che sarebbe diventato uno dei pilastri della politica estera statunitense: la Dottrina Monroe.
“L’America agli americani”: nascita di un’ideologia
Nel 1823 l’America Latina viveva un momento di profonda trasformazione. Le colonie spagnole e portoghesi stavano conquistando l’indipendenza una dopo l’altra: il Venezuela di Simón Bolívar aveva ottenuto la libertà nel 1821, seguito da Colombia, Perù, Ecuador. L’impero coloniale europeo nel Nuovo Mondo stava crollando, e gli Stati Uniti temevano che le potenze europee, tornate stabili dopo la sconfitta di Napoleone, potessero tentare di riconquistare quelle terre.
Il presidente Monroe formulò allora un principio apparentemente difensivo: le Americhe non dovevano essere considerate oggetto di futura colonizzazione europea, e qualsiasi tentativo di interferenza del Vecchio Continente sarebbe stato considerato un atto ostile. In cambio, Washington si impegnava a non intromettersi negli affari europei.
Lo slogan che sintetizzava questa visione era semplice ed efficace: “L’America agli americani”. Ma c’era un’ambiguità di fondo che nel tempo si sarebbe rivelata determinante: quali americani? Formalmente, tutti i popoli del continente. Sostanzialmente, gli Stati Uniti si arrogavano il diritto di considerare l’intero emisfero occidentale come propria sfera d’influenza esclusiva.
Dal corollario Roosevelt alla “diplomazia delle cannoniere”
Se nel 1823 la Dottrina Monroe era rimasta in gran parte sulla carta – gli Stati Uniti non avevano né la marina né l’esercito per farla rispettare – le cose cambiarono drasticamente alla fine dell’Ottocento. Gli USA divennero la prima potenza industriale mondiale e nel 1898 sconfissero la Spagna, costringendola ad abbandonare Cuba, Portorico e le Filippine.
Il vero salto di qualità avvenne però nel 1904, quando il presidente Theodore Roosevelt trasformò quella che era una dottrina difensiva in una chiara affermazione di dominio. Il cosiddetto “corollario Roosevelt” stabilì che gli Stati Uniti non solo avevano il diritto di opporsi all’intervento europeo, ma anche il dovere di intervenire direttamente negli Stati latinoamericani ritenuti incapaci di garantire stabilità politica o di rispettare gli interessi economici internazionali.
Nacque così la famigerata “diplomazia delle cannoniere”: l’uso esplicito della forza militare come strumento di pressione politica. Nel corso del Novecento, questa interpretazione giustificò interventi armati, occupazioni militari e l’imposizione di governi favorevoli a Washington in tutta l’America Latina. Repubblica Dominicana (1965), Grenada (1983), Panama (1989): la lista è lunga e dolorosa nella memoria collettiva latino-americana.
Il Venezuela di Maduro: perché oggi, perché così
Il Venezuela rappresentava per l’amministrazione Trump l’incarnazione perfetta di ciò che la Dottrina Monroe, nella sua interpretazione più espansiva, intendeva contrastare: un governo latino-americano alleato di potenze considerate ostili – Russia, Cina, Iran – in quello che Washington continua a considerare il proprio “cortile di casa”.
La pressione americana si è intensificata progressivamente: oltre 15.000 militari dispiegati nei Caraibi, raid contro imbarcazioni sospettate di traffico di droga con almeno 115 morti dal settembre 2025, sequestro di petroliere, blocco navale e aereo. La taglia su Maduro è stata aumentata a 50 milioni di dollari nell’agosto 2025, dopo la designazione del “Cartel de los Soles” come organizzazione terroristica.
Il pretesto ufficiale è stata la lotta al narcotraffico. Trump ha inquadrato l’operazione come azione contro il “narcoterrorismo”, evitando così di dover chiedere l’approvazione del Congresso per un intervento militare. Un espediente legale che ha scatenato le ire del Parlamento americano, tenuto sostanzialmente all’oscuro dell’operazione fino all’ultimo.
Ma i dati internazionali sul traffico di stupefacenti mostrano che la maggior parte della droga diretta negli Stati Uniti non proviene dal Venezuela, bensì da altri paesi latinoamericani. I veri motivi dell’intervento sono più complessi e intrinsecamente legati alla logica della Dottrina Monroe.
Petrolio, geopolitica e politica interna
Tre fattori si intrecciano nell’azione di Trump. Primo, il petrolio: il Venezuela possiede le più grandi riserve petrolifere al mondo e le compagnie americane sono già pronte, secondo lo stesso Trump, a investire per riparare le infrastrutture estrattive del paese.
Secondo, la geopolitica: sotto Chávez prima e Maduro poi, il Venezuela è diventato un alleato strategico di Russia, Cina e Iran, creando quella che Washington considera una pericolosa testa di ponte di potenze rivali nell’emisfero occidentale. Inaccettabile secondo la logica monroiana che permea ancora oggi la politica estera americana.
Terzo, la politica interna: attaccando il regime di Maduro e dichiarando di sconfiggere il narcotraffico, Trump ottiene consenso dalla sua base elettorale e dalla numerosa comunità di esuli venezuelani negli Stati Uniti.
Il mondo diviso: reazioni internazionali
La cattura di Maduro ha spaccato profondamente la comunità internazionale, rivelando le faglie geopolitiche del nostro tempo.
L’asse del rifiuto: Brasile, Colombia e altri paesi socialdemocratici latinoamericani hanno condannato duramente l’operazione. Il presidente brasiliano Lula da Silva ha parlato di un passo verso un mondo dove prevale la legge del più forte, mentre Gustavo Petro ha schierato l’esercito colombiano lungo il confine venezuelano e ha invocato il principio dell’autodeterminazione dei popoli. Russia, Cina e Iran hanno denunciato una flagrante violazione della sovranità statale e del diritto internazionale.
L’asse del sostegno: L’Argentina di Javier Milei ha esultato, definendo la cattura un’ottima notizia per il mondo libero e accusando Maduro di essere un narcoterrorista con legami internazionali pericolosi. Milei ha chiesto che anche altri leader del regime chavista seguano la stessa sorte.
L’Europa incerta: L’Unione Europea si è trovata in una posizione ambigua. Von der Leyen e Kallas hanno chiesto una transizione pacifica e democratica, ricordando che Maduro era privo di legittimità, ma hanno anche sottolineato che l’operazione militare viola il principio di non uso della forza sancito dal diritto internazionale. La Francia è stata più netta: il ministro degli Esteri Jean-Noel Barrot ha affermato che nessuna soluzione politica duratura può essere imposta dall’esterno.
L’Italia di Giorgia Meloni ha mantenuto una linea equilibrata: pur non avendo mai riconosciuto la vittoria elettorale di Maduro e ritenendo legittima la difesa contro il narcotraffico, ha criticato l’azione militare esterna, ribadendo che la priorità assoluta è la sicurezza della comunità italiana in Venezuela.
Anche il Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres ha espresso preoccupazione per la violazione del diritto internazionale, mentre si profila una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza in un momento politicamente delicato, con la presidenza di turno della Somalia.
Venezuela interno: tra incertezza e transizione
La situazione all’interno del Venezuela rimane fluida e carica di incognite. Centinaia di sostenitori del chavismo sono scesi in piazza a Caracas chiedendo la liberazione di Maduro e prove che sia ancora vivo, mentre la vicepresidente Delcy Rodríguez ha chiesto formalmente a Trump di dimostrare che il presidente e la moglie Cilia Flores sono in vita.
L’opposizione venezuelana, guidata dalla premio Nobel per la Pace 2025 María Corina Machado, ha invece parlato di “ora della libertà” e ha invocato l’insediamento immediato del presidente eletto Edmundo González Urrutia, considerato il vincitore legittimo delle elezioni del luglio 2024. Machado ha promesso di liberare i prigionieri politici e di costruire un paese eccezionale.
Ma emergono anche elementi che suggeriscono una situazione più complessa. Fonti dell’opposizione parlano di una possibile “uscita concordata” di Maduro, e la debolezza della risposta militare venezuelana agli attacchi americani solleva interrogativi. Il ministro della Difesa Vladimir Padrino López, che ha denunciato il “vile attacco americano”, è apparso da solo, in abiti civili, senza i vertici militari al suo fianco, un dettaglio che non è sfuggito agli osservatori.
Trump ha dichiarato che Marco Rubio sta lavorando con la vicepresidente venezuelana per gestire la transizione, suggerendo che potrebbero esserci stati contatti dietro le quinte. Il presidente americano ha anche minacciato una seconda ondata di attacchi “molto più massiccia” se il regime non accoglierà le richieste di cedere il potere, aggiungendo che gli Stati Uniti “governeranno” il Venezuela, un’affermazione volutamente ambigua.
La vera incognita rimangono le Forze Armate venezuelane e le milizie chaviste, che potrebbero garantire una significativa resistenza sul territorio. Il “falco” Diosdado Cabello e altri leader del regime sono ancora liberi e potrebbero tentare di mantenere il controllo anche senza Maduro.
Un precedente pericoloso?
Al di là dell’esito immediato, l’operazione contro Maduro solleva interrogativi fondamentali sul diritto internazionale e sull’ordine mondiale. Se i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU – come ha avvertito il ministro degli Esteri francese – possono violare il principio di non uso della forza, quali saranno le conseguenze per la sicurezza globale?
L’operazione ricorda tristemente altri interventi unilaterali americani: dalla cattura di Manuel Noriega a Panama nel 1990 (esattamente 36 anni prima, il 3 gennaio) alle operazioni contro Osama bin Laden e Saddam Hussein. La CNN ha definito questa l’operazione militare straniera più significativa della presidenza Trump.
Ma c’è una differenza cruciale: oggi esistono potenze come Cina e Russia capaci di contestare l’egemonia americana in modo molto più efficace che in passato. La Dottrina Monroe, formulata in un’epoca in cui gli Stati Uniti erano l’unica potenza dell’emisfero occidentale, si scontra con una realtà multipolare dove altri attori rivendicano spazi di influenza.
Monroe nel XXI secolo
L’operazione contro Maduro dimostra che la Dottrina Monroe non è un reperto storico, ma continua a informare la visione strategica americana dell’America Latina. Trump ha sostanzialmente riaffermato che gli Stati Uniti considerano ancora il continente come propria sfera di influenza esclusiva e sono disposti a usare la forza per mantenerla.
Tuttavia, questo approccio si scontra con una realtà profondamente mutata: i paesi latinoamericani hanno sviluppato una propria consapevolezza e rivendicano il diritto all’autodeterminazione; potenze extraregionali come Cina e Russia hanno interessi consolidati nell’area; l’opinione pubblica internazionale è molto più critica verso gli interventi unilaterali.
La cattura di Maduro potrebbe segnare l’inizio di una nuova fase nelle relazioni tra Stati Uniti e America Latina, ma potrebbe anche rappresentare il canto del cigno di una dottrina ottocentesca che fatica a trovare spazio nel XXI secolo. Il mondo sta guardando, diviso tra chi vede un atto di giustizia contro un dittatore e chi intravede un pericoloso precedente capace di minare l’ordine internazionale.
Una cosa è certa: duecento anni dopo il discorso di James Monroe al Congresso, “l’America agli americani” continua a essere una formula dal significato ambiguo e dalle conseguenze imprevedibili. E mentre Maduro viene trasferito a New York per affrontare la giustizia americana, milioni di venezuelani – dentro e fuori dal paese – si chiedono quale sarà il futuro della loro nazione, sospesa tra le aspirazioni democratiche e le logiche di potenza che da sempre caratterizzano la politica internazionale.
Ma forse la domanda più inquietante è un’altra: quando Trump dice “America First” e quando Monroe diceva “L’America agli americani”, di quali americani stiamo davvero parlando? E fino a quando il resto del continente accetterà che Washington continui a rispondere a questa domanda al posto loro?

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