Per molto tempo le teorie e gli schemi interpretativi di matrice liberale, marxista, costruttivista e di altre scuole di pensiero delle relazioni internazionali hanno cercato di ritagliarsi un ruolo predominante nel formulare spiegazioni sul funzionamento della politica internazionale nonché sul comportamento dei suoi attori.
Quale chiave interpretativa?
Tuttavia quanto sta accadendo in Venezuela ci impone ancora una volta di riconsiderare tutte le nostre convinzioni, sia da un punto di vista di idealità sia da un punto di vista legato ai modelli analitici che usiamo per comprendere la realtà internazionale. Difatti, se è pur vero che le istanze liberali e costruttiviste, per ciò che attiene alle sole relazioni internazionali, possono avere un ruolo nell’offrire certe dinamiche di spiegazione; occorre accettare che la scuola realista è ancora la più adatta, nelle sue sfaccettature, a descrivere la realtà con un buon livello di precisione.
Perché? Semplicemente, come stiamo vedendo in Venezuela, gli Stati, ed in particolare le grandi potenze, sono pronti a perseguire i propri interessi in maniera attiva e violenta senza curarsi del sistema internazionale ma ragionando piuttosto sulla base del concetto di equilibrio di potenza. La Russia, a torto o a ragione, ha percepito una minaccia per i suoi interessi ed ha invaso l’Ucraina; senza considerare gli altri precedenti in Georgia e in Cecenia. La Cina ha continuato a perseguire un’impostazione assertiva della sua proiezione di potenza con le isole artificiali, l’assorbimento di Hong Kong e Macao e altri episodi legati al suo espansionismo geo-economico e geo-strategico. L’Unione Europea alla fine sceglie di riarmarsi. E ora gli Stati Uniti di Trump lanciano l’ennesimo avvertimento.
Si tratta di una concezione positiva? Certamente no, ma è quella che funziona nello spiegare l’accadimento di questi fenomeni. Possiamo scegliere di continuare a cullarci nell’idealità o possiamo finalmente comprendere che il sistema internazionale ha sempre funzionato così, soprattutto in presenza di leader particolarmente carismatici.
Teoria del Pazzo od equilibrio di potenza?
Molti analisti che si sono occupati della dottrina di politica estera di Donald Trump, tra i quali chi scrive questo articolo, hanno asserito che l’applicazione della Teoria del Pazzo ne costituisse un elemento fondamentale.
Quanto succede in Venezuela non fornisce soltanto un’ulteriore conferma a questo modello interpretativo, ma lo può addirittura estendere verso quello che avevo personalmente definito come wrathchild model in alcune discussioni con altri colleghi politologi.
Il wrathchild, ovvero il “figlio del furore”, è un concetto applicabile alla dottrina Trump nella misura in cui notiamo una repressione violentemente assertiva degli avversari internazionali che contrastano gli interessi statunitensi. Si tratta di un effettivo superamento della Teoria del Pazzo più classica, perché aggiunge all’uso razionale dell’irrazionalità la risposta violenta contro un avversario che perpetua un posizionamento opposto. Insomma, non solo imprevedibilità dell’azione ma anche uso effettivo della potenza come avvertimento.
Ora però occorre anche domandarsi in quale misura l’operazione in Venezuela sia stata il frutto di ragionamenti avventati oppure di calcoli mirati. Se seguiamo la linea di razionalità già tracciata in precedenza, sarebbe ragionevole pensare che, malgrado la spettacolarità e la dinamica virulenta degli eventi, vi sia dietro un calcolo. Se cerchiamo degli indizi nelle dichiarazioni pubbliche e nelle informazioni provenienti da fonti aperte, notiamo che tra le dichiarazioni di Trump ne compaiono alcune riguardanti la Cina ed il Messico.
Nel primo caso:”Ho una buona relazione con Xi, la Cina non avrà alcun problema, avranno il petrolio”.
Nel secondo:”(La Presidente Sheinbaum, ndr) Non sta governando il Messico, lo fanno i cartelli”.
Quello che si deduce è che, ragionevolmente, gli Stati Uniti non avrebbero mai fatto una simile mossa senza aver raggiunto un accordo con la Cina; anche perché il rischio di generare ulteriori tensioni a Taiwan, in Africa o nella stessa America Latina sarebbe stato significativo. La Cina, e probabilmente anche la Russia, guadagnerà qualcosa dal nuovo corso in Venezuela mentre gli Stati Uniti avranno neutralizzato un nemico chiave nel quadro della loro rinnovata dottrina Monroe. In poche parole, equilibrio di potenza, avvertendo altri paesi rivali od ambigui, come il Messico, che potrebbero essere i prossimi e che, se dovessero indugiare, le possibilità di reazione statunitense saranno molto più concrete dell’aspettato.
Europa, ordine liberale e politica di potenza
Come conclusione di questo ragionamento rimane da analizzare l’insieme delle conseguenze per l’ordine liberale in rapporto alle politiche di potenza attuate dai vari attori internazionali.
L’Unione Europea rimane, effettivamente, il solo attore che ancora pare fare riferimento al diritto internazionale e ai postulati di natura liberale che strutturano il funzionamento del sistema internazionale. Questo conferisce agli europei sia un vantaggio sia uno svantaggio perché; se da un lato si è sempre più soli nel segnalare l’importanza di certi canoni che impediscono di far degenerare le tensioni internazionali, dall’altro l’Unione Europea potrebbe sfruttare il vantaggio narrativo derivante da questa posizione apparentemente solitaria. La scommessa sarebbe infatti quella di radunare tutti gli attori internazionali, statali e non, ancora affezionati all’idea di una minima regolamentazione, fatta salva l’irrinunciabilità del Realismo, attorno ad un blocco d’influenza basato su una guerra culturale a favore del sistema che noi stessi, come occidentali, abbiamo contribuito a costruire.







