Federazione Lega – Forza Italia: il lascito di Berlusconi

Secondo un ricorrente modo di dire, che in politica trova larga applicazione, “l’unione fa la forza”. In altre parole: quando da solo conti poco, mettiti insieme a chi conta di più. Nel centrodestra di oggi non solo l’unione fa la forza, ma è utile anche ad arginare la forza degli altri. È il caso di Lega e Forza Italia, sempre più vicini a una federazione che lascerebbe da parte il partito di Giorgia Meloni. Cosa sta alla base di tale scelta? Cosa ha portato Berlusconi e Salvini a mettersi d’accordo e unirsi? E soprattutto, perché solo loro?

Le ragioni di questa decisione che, si badi, non è ancora stata ufficializzata né pianificata, tuttavia se ne parla con insistenza, vanno ricercate tanto nell’attualità quanto nella storia del centrodestra negli ultimi anni. 

Innanzitutto, si parla di “centrodestra” dal 1994, grazie alla discesa in campo di Berlusconi, che volle fondare un partito nuovo, liberale e di taglio liberista, imprenditoriale, sulle ceneri di Mani Pulite. Di lì, si allargò la forbice di partiti che si rispecchiavano, con differenze, nei valori della destra. Gli anni a seguire hanno portato all’alleanza con la Lega di Bossi e, nel 2007, alla nascita del Popolo della Libertà, che fece rinascere un Berlusconi già dato per vinto. Poi, con l’accumulo dei processi e delle difficoltà di gestione con gli alleati, nel 2013 il Pdl fu sciolto e Berlusconi tornò a Forza Italia. Da quel momento in poi, per il partito del Cav le percentuali sono andate decrescendo e non c’è più stata un’unione tra partiti, piuttosto una coalizione di convenienza per fronteggiare le scadenze elettorali. Valori diversi, prospettive differenti e spesso astio tra i componenti. Ma finché si vince, bene. 

Sopratutto, fintantoché, all’interno della coalizione, uno solamente ha i numeri, gli altri due lottano per strapparsi a vicenda uno o due punti percentuali. Tuttavia, la storia cambia quando i partiti egemoni sono due, e si appaiano. In tal caso, accade che l’ultimo rimasto, cioè Forza Italia, fanalino di coda della coalizione, perde credibilità e da esso parte la transumanza di parlamentari e amministratori. Oggi, Giorgia Meloni ha risalito la china ed è quotata intorno al 19%*; Matteo Salvini, dopo la caduta dal 34% al 21%*, è stabile intorno a quest’ultimo dato. Il leader del Carroccio sente il fiato sul collo della Meloni, la quale, però, ha il vantaggio di sedere dall’altra parte dell’Aula: stare all’opposizione significa poter parlare bene senza razzolare. Senza, cioè, dimostrare ai cittadini cosa si è in grado di fare – ovviamente da un punto di vista nazionale. 

L’unica via di fuga dai problemi presenti e futuri, anch’essa, comunque, non priva di difficoltà, è l’unione. Berlusconi e Salvini stanno ragionando di federare i rispettivi partiti. Così Forza Italia non muore e la Lega può staccare Fratelli d’Italia nella classifica e, per ora, dormire tranquilla. C’è dell’altro: pare che una condizione imposta da Salvini sia l’agevolazione nell’ingresso nel PPE. La parabola di conversione (forse solo apparente, ma significativa) della Lega giungerebbe al termine proprio con una forte presa di posizione in Europa. Il Partito Popolare è potente in sede europea e per Salvini potrebbe essere un trampolino di ri-lancio importante. Dovrebbe rinnegare un po’ il passato, ma pazienza. 

Tra i forzisti non mancano dissapori: da una parte l’asse Gelmini-Carfagna, che appare scettico, dall’altra quello Mulè-Bernini, che invece, pur di sopravvivere, si dice entusiasta. La domanda – lecita – che si fanno è quanto potere decisionale resterebbe a Forza Italia in una federazione con un partito più forte, più comunicativo e più attuale. Nelle file dei berluscones tutti, a maggior ragione chi s’è trovato i posizioni apicali senza rendersene troppo conto, hanno scongiurato la vecchiaia del proprio leader. Fino a che Silvio è in forze, tutto procede. Ma non hanno fatto i conti con la clessidra, che, capovoltasi, fa scorrere inesorabilmente la sabbia custodita al suo interno. Berlusconi non è più quello di vent’anni fa, Salvini invece, al netto di alcune gaffe che ha pagato care, è in piene forze. In questa ipotetica alleanza, Forza Italia sopravvive, la Lega comanda. E tutti lo sanno bene. 

Giorgia Meloni, dal canto suo, guarda con apparente indifferenza la strategia degli “alleati” e prosegue sulla propria strada. “L’operazione non ci riguarda”, ha sentenziato. In realtà, di riflesso tocca il suo partito, o meglio, le sue personali ambizioni. Arrivata a un passo dalla leadership, si troverebbe altri 7/8 punti percentuali da raggiungere, perché la federazione, stando ai numeri odierni, starebbe intorno 28%. 

Un “predellino malinconico”, che metterebbe il punto sulla carriera politica di Silvio Berlusconi. Quand’era padrone d’Italia, politicamente parlando, poteva permetterselo, e lo fece; oggi non più. Allora salì sulla staffa della sua automobile in piazza San Babila con fare audace, oggi annuncia l’eventualità di un’alleanza via Zoom ai membri del partito. Cambiano le epoche, seppur in poco tempo, invecchia l’uomo. Se quanto scritto verrà realizzato, l’eredità politica del Cavaliere resterà nelle mani di Salvini. Probabilmente non è quello che Berlusconi si aspettava che accadesse, ma, col passare del tempo, i mea culpa dovrebbero essere spontanei. Ritardarli non è mai cosa buona e giusta. 

*fonte: YouTrend per Agi

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