Il Principe di Machiavelli, riflessioni e pensieri

Il Principe è un testo per scrivere il quale Machiavelli interruppe momentaneamente lo scritto sulle repubbliche, come attesta lo stesso Autore a inizio del II capitolo, sottolineando di essersene già occupato nei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio:

Io lascerò indietro el ragionare delle repubbliche, perché altra volta ne ragionai a lungo.

Dedicato a Lorenzo De Medici, figlio di Piero e quindi nipote del Magnifico, il Segretario fiorentino mirava con questo breve trattato di ingraziarsi il nuovo sovrano al fine di ottenere una carica di rilievo nel nuovo regime. L’opera fornisce indicazioni molto pragmatiche sui modi di conquistare e mantenere il dominio di uno Stato e di gestire le milizie, ma rivela carenze per quanto riguarda gli altri ambiti della gestione di uno Stato, come molto chiaramente scrive Machiavelli, il quale ritiene che fondamento e natura dello Stato sia la guerra: la guerra permette la conquista o la creazione dello Stato, il suo mantenimento e saldezza.

Debba uno principe non avere altro obbietto né altro pensiero… fuora della guerra: perché quella è la sola arte che spetta a chi comanda.

Al principe per governare non spetta necessariamente avere alcuna competenza di economia, di questioni sociali, giuridiche, ecc..

Dai pitagorici fino ai teorici politico dell’Umanesimo, tranne qualche indicazione a badare all’azione pratica più che all’etica dello stesso agire fornita da Aristotele nel V capitolo degli scritti della Politica, la politica non viene mai disgiunta dalla morale. Anche gli autori che più risultano aver vissuto in antitesi con il loro modo di vivere ed agire, come ad esempio Cicerone e Seneca, hanno sempre tenuto in auge la morale considerandola fondamento dell’agire. E se è vero che gli autori tardomedievali hanno dato una svolta alla tradizione politica ponendola più a dimensione d’uomo in una prospettiva democratica, nel senso di una considerazione del popolo  come oggetto dei benefici dell’azione politici, è vero che con Machiavelli si apre una teorizzazione politica assolutista. Tuttavia, bisogna notare che nessuno di questi, nemmeno il più grande teorico dell’assolutismo che è Hobbes, giungerà a negare l’importanza del popolo nella costituzione dello Stato e nel conferimento del potere assoluto al sovrano.

“Il fine giustifica i mezzi” è una frase che non compare in nessuno scritto del Machiavelli ma è riassuntiva del suo pensiero mentre sono numerosi i punti del Principe ove l’autore invita a tener conto degli obiettivi da raggiungere senza fari scrupolo dei mezzi da usare e della correttezza. In particolare il XVIII capitolo, intitolato “In che modo i principi debbano mantenere la parola data” indica come per Machiavelli il sovrano non deve preoccuparsi dell’utilizzo dei mezzi, della correttezza morale delle azioni, bensì de fine che vuole perseguire perché è in base al fine che si vuole raggiungere che il sovrano viene giudicato e le sue azioni, sempre secondo Machiavelli, giudicate meritevoli e rispettate. Perciò, scrive il Segretario fiorentino, il sovrano non deve farsi scrupolo d’ingannare chi si comporta in maniera corretta e leale e deve limitarsi a dare la parvenza di avere virtù e qualità senza preoccuparsi di averle realmente perché comportarsi in base a queste è un freno all’azione pronta e risoluta, per cui sembrare di essere pietoso, fedele, umano, integro e religioso, apparire dunque una persona dall’indiscutibile contegno morale e affidabile, ma operare

Contro la fede, contro la carità, contro l’umanità, contro la religione

Pronto a disporsi a seconda dei

Venti della fortuna e delle variazioni delle cose che li comandano.

Anche se il Machiavelli scrive che il dominio può essere mantenuto o con le leggi o con la forza, modo il primo proprio dell’essere umano, delle bestie, invece, il secondo, alla fine è l’elemento dispotico il criterio, poiché le leggi le fa il sovrano che detta il criterio per stabilire ciò che è giusto e lo fa in base al proprio utile, ma anche per il fatto che la forza è l’elemento che il Machiavelli ha indicato anche per la conquista del potere, invita ad usare la violenza laddove necessiti.

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Il Principe è un testo in antitesi con il pensiero platonico, che abbiamo visto nei precedenti articoli, per il quale il requisito fondamentale per la politica è la morale e, per lo stesso motivo, con la trattatistica medievale e quattrocentesca.

Dal punto di vista morale, non è certamente possibile dire che Machiavelli abbia concepito una dottrina politica sull’immoralità ma sicuramente possiamo dire che la spregiudicatezza del principe machiavellico non si pone il problema morale. A inizio del XV capitolo Machiavelli scrive che se il principe pone attenzione ad un modo di comportarsi in maniera retta, anziché in maniera molto pragmatica e risoluta per il mantenimento dei propri interessi, rischia di andare in rovina perché un uomo che si comporta in questa maniera cade sotto il giogo di persone scorrette. 

La virtù per Machiavelli non consiste in una disposizione morale, come presso i greci e i latini, ma in una capacità di agire dell’uomo che sa approfittare dei mezzi che gli capitano o sa procurarseli per i propri scopi. La dissimulazione del principe è funzionale alla necessità di adattarsi alla realtà del momento con fredda determinazione, essa viene a rappresentare una virtù politica, mentre la saldezza morale diviene per Machiavelli un freno all’agire in determinate situazioni. 

Nel capitolo XVII Machiavelli dimostra di avere una pessima considerazione dell’essere umano mentre afferma che lo splendore dell’umanità è stato dato dalla capacità di pochi uomini che hanno saputo guidare i popoli. Il principe è quell’uomo eccezionale che spicca sugli altri, capace di guidare la misera umanità, astuto ed energico nel prendere e mantenere il potere in una lotta spregiudicata dove la morale è un peso, dove comportarsi eticamente può essere dannoso, dove la morale diviene paradossalmente un male e la dissimulazione una virtù.

Il problema morale non prescinde la questione democratica, il coinvolgimento della popolazione, il suo consenso. Torniamo qui, più chiaramente che in altri articoli, sul fatto che la legittimazione del popolo è un cardine per ogni genere di potere, un principio a cui ci ha abituato una certa tradizione culturale e giuridica di cui la monarchia sabauda ha fornito esempi come non altri regimi sia monarchici che repubblicani. Ora, il Principe considera lo Stato appannaggio di un uomo che governa con la forza, intelligenza e fortuna un dominio personale con una massa di persone che sono assolutamente ininfluenti per le sorti dello Stato seppure motore dell’economia e della vita di questo, è come se la popolazione esista solo per il signore, incapace di alcuna decisione, azione o reazione. Tutto questo è molto grave da parte di uno che è stato alto funzionario di una repubblica.

La stessa mancanza di scrupoli nell’agire del Principe è la stessa mancanza di scrupoli del Machiavelli a passare da convinto assertore della repubblica ad adulatore della famiglia Medici per ottenere un ruolo nella gestione della “cosa pubblica”. Machiavelli appare più interessato ad avere una carica, un potere personale indifferentemente in un regime o in un altro, un atteggiamento di convenienza personale che rivela una personalità inaffidabile come quella ritratta nel libretto di cui ci stiamo occupando. L’affidabilità del personaggio politico è un requisito morale fondamentale che ha una grande importanza anche sul piano della politica estera in funzione di accordi politici, di alleanze e di accordi economici, aspetto, questo, molto trascurato del Machiavelli.

Una persona non può dirsi in diritto di governare uno Stato, di esserne padrone, per il fatto di averlo “conquistato” perché in primo luogo uno Stato non è una proprietà  con cose da usare e bestie da sfruttare; in secondo luogo, poi, va rilevato che “conquistare” vuol dire fare propria qualcosa, prenderla per sé perché non la si aveva, quindi è d’obbligo chiedersi su quale diritto si fonda l’impossessarsi di uno Stato.

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