Inchiostro e caffè: “La Guerra del Peloponneso”, interrogarsi sull’esemplarità di alcuni atteggiamenti

“È difficile, infatti, parlare come si deve in una situazione in cui a stento viene confermata anche solo la parvenza della verità. L’ascoltatore ben informato e ben disposto potrebbe velocemente credere che sia un po’ più ridotta di quanto desidera e di quanto sa; invece l’ascoltatore poco informato è possibile che pensi che sia eccessiva, per invidia, se sente raccontare qualcosa che va oltre le sue capacità.” (II: 35,2)

La Guerra del Peloponneso, opera dello storico greco Tucidide, narra le vicende della guerra tra Ateniesi e Spartani per il predominio sulla Grecia. Il conflitto, che segnò la fine del periodo d’oro della civiltà ellenica, durò dal 431 a.C. al 404 a.C.

Dopo un excursus nel I libro sulla Pentecontaetia (cinquantennio di egemonia ateniese dalla fine delle guerre persiane allo scoppio della guerra del Peloponneso), i libri continuano con la narrazione di tre fasi ben precise del conflitto: lo scontro tra i due colossi Atene e Sparta dal 431 a.C. al 421 a.C.; la sventurata spedizione ateniese in Sicilia iniziata nel 415 a.C. e conclusa nel 413 a.C. con la distruzione della flotta nel porto di Siracusa da parte delle truppe del comandante spartano Gilippo; ed infine la prosecuzione del conflitto fino al 411 a.C. Nelle intenzioni di Tucidide la narrazione sarebbe dovuta proseguire fino alla fine della guerra (404 a.C.).

Nel secondo libro, Tucidide descrive i primi tre anni di guerra peloponnesiaca ed è in questo contesto che viene inserito l’epitaffio di Pericle per commemorare i caduti del primo anno di guerra. L’epitaffio è uno dei brani più celebri e più conosciuti di questa opera. Nel discorso ricostruito dallo storico ateniese, Pericle pronuncia un’orazione funebre in cui celebra la grandezza di Atene e del suo sistema politico: la democrazia.

Nel passo iniziale, lo statista afferma di tenere tale orazione per consuetudine e di cercare in ogni modo di soddisfare il desiderio e il pensiero dei suoi ascoltatori. A Pericle, infatti, risultava difficile accontentare il suo popolo perché non solo è difficile parlare con misura, ma anche far accettare la veridicità di ciò di cui si parla. Egli distingue, dunque, due gruppi di uditori: i benevoli e gli inesperti. Per gli uni la celebrazione potrebbe essere inferiore a quello che si aspettano; per gli altri un’esagerazione.

La lucida analisi di Tucidide spinge il lettore a interrogarsi sui problemi che si ripresentano sempre uguali alla coscienza storica e sulla loro esemplarità. Le reazioni degli Ateniesi non sono dissimili da quelle che milioni di cittadini italiani hanno in questo momento. L’opinione pubblica è frammentata. Chi vorrebbe misure più dure. Chi vorrebbe che le proprie libertà fossero garantite. Chi pensa si stia banalizzando. Chi pensa che si stia esagerando.

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