La resistenza ha un volto di donna: dialogo al Salone del libro sul ruolo delle donne nei movimenti per la libertà

Durante la seconda giornata del Salone Internazionale del Libro di Torino 2023, il diciannove maggio, si è tenuto l’incontro “La resistenza ha un volto di donna: l’impegno globale delle donne per la libertà e i diritti”, con interventi dal vivo di Barbara Berruti, Deniz Kivage e Alessandro Ajres, un intervento-video di Rula Jebreal e la moderazione di Helena Janeczek.

L’incontro è stato pensato a partire dalla volontà di restituire il ruolo delle donne nelle resistenze politiche di ieri e di oggi, in un’ottica quindi diacronica ma anche sincronica, perché le zone di conflitto e di resistenza, oggi, attraversano tutto il mondo, dall’Iran all’Arabia Saudita, dalla Polonia a Israele. È proprio rispetto a queste aree che si è cercato di rendere conto del ruolo delle donne nelle proteste che vi hanno preso e vi prendono piede, attraverso gli interventi delle relatrici e del relatore che, a partire dalle loro aree di interesse specifico, hanno contribuito a costruire un panorama tanto variegato quanto unitario; sopratutto se, come lente, si assume quella che vede il tenersi strettamente insieme della soppressione delle democrazie e dei diritti delle donne.

È per questo, infatti, che le donne hanno sempre avuto e stanno avendo una parte tanto attiva nelle rivolte: perché se «la democrazia», come ha detto Rula Jebreal (giornalista e scrittrice palestinese) nel suo intervento-video, «è una minaccia vera e propria alla dittatura», non ci può essere minaccia maggiore di una democrazia che veda partecipare le donne alla sua costruzione e preservazione. 

Quelle che ci sono state restituite dalla storia, tuttavia, sono guerre che non hanno il volto di donna: come mostra il libro del 2017 di Svetlana Aleksevič (“La guerra non ha un volto di donna”), che racconta del ruolo fondamentale delle donne nell’esercito sovietico durante la Seconda guerra mondiale, il punto di vista delle donne nella guerra e sulla guerra non è mai stato riportato nei libri di scuola e ha sempre dovuto aspettare che altre donne, di generazioni posteriori, lo portassero di nuovo alla luce. Questo è quello che è successo con Svetlana Aleksevič e le donne sovietiche, ma è quello che è successo anche nel caso delle donne della Resistenza italiana, che hanno dovuto aspettare, come ha raccontato Barbara Berruti (vicedirettrice dell’Istituto piemontese per la storia della Resistenza), una storica di generazione successiva – Anna Bravo – perché il loro modo di fare resistenza venisse letto come un gesto politico di importanza fondamentale per la l’organizzazione e la sopravvivenza della Resistenza.

Barbara Berruti, che ha collaborato a livello iconografico alla composizione del libro di Benedetta Tobagi “La resistenza delle donne”, edito da Einaudi nel 2022, ha parlato durante l’incontro di come la resistenza delle donne in Italia, nelle poche volte in cui viene ricordata, venga riferita come una resistenza di donne armate – fatto già di per sé rivoluzionario – accanto ad uomini armati: una resistenza, quindi, tutta ricompresa nell’immaginario tradizionale e stereotipato della guerra, e trasmessa a livello fotografico da quei reporter americani che riportavano solo ciò che saltava loro agli occhi – le donne con il fucile e la cartuccera; le donne, poche, accanto agli uomini e come gli uomini. Ma il ruolo delle donne nella Resistenza si è giocato, in realtà, anche e soprattutto su un altro livello, ovvero quello dell’«invisibilità». Essendo le donne invisibili di per sé, infatti, sia agli occhi della politica che della guerra, hanno potuto sfruttare la loro invisibilità per rendere invisibili altri, ovvero quegli uomini partigiani che aiutavano a nascondersi, a spostarsi da un luogo all’altro, a scampare alla chiamata alle armi e alla deportazione.

Quegli uomini che proteggevano. Senza questo atto «apparentemente pre-politico, di maternagecollettivo», come lo ha descritto Helena Janeczek, sarebbero mancate le basi stesse della resistenza: la loro resistenza non-armata ci restituisce un’immagine diversa, non stereotipata, di una guerra irregolare come è stata quella partigiana, in cui le donne hanno svolto il compito fondamentale di garantire, proprio perché invisibili, i collegamenti e le congiunzioni.

È nel solco di questa resistenza alternativa, alla ricerca di un immaginario diverso, che si sono tenuti anche gli altri interventi: Rula Jebreal, a partire dal suo ultimo libro “Le ribelli che stanno cambiando il mondo”, edito Longanesi, ha riportato esempi di donne resistenti, dagli Stati Uniti all’Arabia Saudita, che decidono di non sottomettersi alle intimidazioni della violenza maschile e di Stato; Alessandro Ajres (professore di Lingua Polacca presso l’Università di Torino) ha parlato di come le donne in Polonia si siano riversate in piazza, a Varsavia nel 2020, nonostante le restrizioni da Covid, e di come abbiano portato dalla loro parte uomini e giovani che, insieme a loro, combattono oggi per il diritto all’aborto libero e sicuro; Deniz Kivage (avvocata e attivista iniziatrice del movimento Women Life Freedom Italy), ha parlato di come le donne iraniane, dopo quarantaquattro anni di imposizione di una visione monolitica dello Stato e di indottrinamento, abbiano «rotto il patto sociale» e non solo si siano riversate nelle piazze, ma stiano continuando a combattere su «piazze virtuali»: sui canali social, attraverso i quali gli iraniani e le iraniane della diaspora sono connessi tra loro, anche mediante video di ragazze che ballano e twerkano, portando avanti la ribellione. 

Se quindi la guerra, intesa come lotta armata e azione programmatica di Stato, non ha volto di donna, la resistenza invece sì; ed è dalle zone marginali, periferiche del resistere, dal substrato diffuso su cui oggi premono e sempre hanno premuto le donne, che possono partire le rivoluzioni più durature, in grado di agire realmente sul tessuto sociale e di minacciare l’esistenza di ogni tipo di tirannia. 

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