In Iran si protesta ancora. E si muore ancora. Un nuovo rapporto della Human Rights Activists News Agency (HRANA) documenta almeno 6.842 morti confermati legati alla repressione delle proteste con altri 11.280 casi ancora sotto verifica, in quella che è considerata una delle repressioni più letali degli ultimi anni. Eppure, nonostante l’ampiezza del dissenso, la radicalità delle richieste e il costo umano crescente, il regime non cade. Anzi, resiste. Non perché sia forte, ma perché il sistema di potere su cui si regge è costruito per sopravvivere anche quando perde ogni legittimità.
Per andare in fondo a questo paradosso bisogna considerare insieme tre livelli: la dinamica interna della repressione, il ruolo destabilizzante ma controllato delle tensioni internazionali e la strategia statunitense sotto Donald Trump, che punta a contenere l’Iran senza provocarne il collasso.
Governare senza consenso
Le proteste iraniane non sono un’ondata emotiva passeggera. Da mesi attraversano il paese in forme diverse: manifestazioni di piazza, scioperi settoriali, disobbedienza civile, rituali di lutto trasformati in atti politici. Il loro tratto distintivo è la radicalità: non chiedono riforme, ma la fine dell’intero sistema della Repubblica islamica. In questo senso, il regime ha già perso sul piano simbolico e culturale.
Ma il potere in Iran non si fonda più da tempo sul consenso. Si fonda su un apparato coercitivo autonomo, incarnato soprattutto dalla Guardia Rivoluzionaria e dalle milizie Basij, che non sono semplici strumenti dello Stato ma pilastri economici, politici e militari del sistema. Questo apparato ha interessi diretti nella sopravvivenza del regime: aziende, fondazioni, reti di potere informale. Per i suoi membri, un cambio di regime non significherebbe solo la perdita del potere, ma anche il rischio di processi, vendette e isolamento. La repressione estrema, quindi, non è il segno di un potere sicuro di sé, ma di un potere che sa di non avere via d’uscita. Ogni morto in più rende più difficile qualsiasi compromesso futuro; ogni arresto di massa chiude la porta a una transizione negoziata. Il regime iraniano ha superato da tempo il punto di non ritorno: o sopravvive così com’è, o rischia di essere travolto.
Il dissenso senza vertice
Se la brutalità del regime spiega perché non cade dall’alto, non basta a spiegare perché non venga rovesciato dal basso. Le proteste iraniane sono diffuse, partecipate e profondamente politiche, ma soffrono di una debolezza strutturale: non hanno un centro di gravità organizzativo. Non esiste, infatti, una leadership riconosciuta, né all’interno né in esilio, capace di parlare a nome del movimento nel suo complesso. Non esiste un programma condiviso su cosa dovrebbe accadere il giorno dopo la caduta del regime. Questa assenza non delegittima la protesta, ma ne limita l’efficacia strategica. Senza un’alternativa visibile, settori dell’élite economica e amministrativa — che pure potrebbero essere tentati di rompere con il sistema — restano fermi. Ai loro occhi, il pericolo di un caos totale sembra più imminente del rischio di mantenere lo status quo. La Repubblica islamica dunque sfrutta questa paura. Non promette più un futuro migliore, ma minaccia uno peggiore.
La tensione controllata come strumento di sopravvivenza
In questo contesto interno esplosivo si inseriscono le tensioni internazionali. L’abbattimento di un drone iraniano da parte degli Stati Uniti nel Golfo Persico, le manovre aggressive nello Stretto di Hormuz, gli avvicinamenti a petroliere battenti bandiera americana: tutti episodi che aumentano la pressione e l’attenzione globale sull’Iran.
Ma sarebbe un errore leggerli come passi verso una guerra imminente. L’Iran non cerca un conflitto aperto con gli Stati Uniti. Al contrario, usa la tensione come strumento di deterrenza e di negoziazione. Dimostra di poter colpire, di poter disturbare le rotte energetiche, di poter alzare il prezzo della pressione internazionale. Allo stesso tempo, evita accuratamente di superare la soglia che renderebbe inevitabile una risposta militare massiccia. Questa strategia ha anche un effetto interno: rafforza la narrazione dell’assedio esterno, compatta temporaneamente settori della popolazione e offre al regime una giustificazione per la repressione in nome della “sicurezza nazionale”.
Trump ed il tentativo diplomatico
È qui che entra in gioco Donald Trump. A differenza di altre amministrazioni statunitensi, Trump non ha mai mostrato un reale interesse per il cambio di regime in Iran. La sua visione è meno ideologica e più transazionale. L’Iran è un problema da gestire, non un sistema da trasformare. Trump vuole evitare due scenari: una guerra regionale su larga scala e un collasso improvviso dell’Iran che potrebbe destabilizzare tutto il Medio Oriente. Entrambi sarebbero costosi, imprevedibili e politicamente difficili da controllare. Al contrario, un Iran indebolito ma funzionante, disposto a negoziare da una posizione di necessità, è un interlocutore più utile. In questo senso vanno letti i segnali di apertura a colloqui “equitativi” (“fair and equitable negotiations”): non sta parlando di giustizia in senso morale, ma di rapporti di forza. Non sono un segno di distensione morale, ma di realismo politico. Il regime iraniano cerca ossigeno economico e spazio diplomatico per sopravvivere mentre Trump cerca un accordo che possa presentare come una vittoria personale, senza impegnarsi in un processo lungo e fragile di trasformazione politica.
Una pericolosa instabilità
Il risultato è uno stallo. Un fermo politico (interno ed esterno) e strutturale. Il regime iraniano è più fragile che mai, ma non abbastanza fragile da cadere. La società è più ostile che mai, ma non abbastanza organizzata da rovesciarlo. La comunità internazionale condanna, sanziona, ma non interviene in modo decisivo. Gli Stati Uniti alzano la pressione, ma tengono aperta la porta del negoziato. Nel frattempo, il costo umano continua a crescere.
La Repubblica islamica non sopravvive perché è legittima, né perché è stabile. Sopravvive perché tutti gli attori coinvolti — interni ed esterni — temono le conseguenze immediate della sua caduta più di quelle della sua permanenza. Ma questo equilibrio è intrinsecamente instabile. Non può durare indefinitamente. La domanda non è se il regime iraniano cadrà, ma quando e in che modo. E soprattutto, quanto sangue dovrà ancora scorrere prima che lo stallo diventi insostenibile.






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