Come riflettere sulla violenza di Torino?

I fatti di Torino non sono stati l’emblema della gratuità della violenza, ma un monito da parte di chi promuove il disordine pubblico, a scapito di qualunque intento di protesta.

Non c’è nulla di casuale in ciò che è accaduto. La violenza esercitata contro le forze dell’ordine non è l’esito di una protesta sfuggita di mano, bensì una scelta deliberata che mira a spostare il conflitto fuori dal terreno politico e civile. È una forzatura consapevole: rendere impossibile ogni distinzione, costringere il dibattito a fermarsi sull’ordine pubblico, quasi anche neutralizzare qualsiasi rivendicazione prima ancora che venga discussa. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. I fatti di Torino non hanno prodotto una condanna unitariamente condivisa della violenza contro chi indossa una divisa, né hanno rafforzato un senso di responsabilità collettiva. Hanno invece irrigidito le posizioni, rafforzato riflessi securitari e polarizzato ulteriormente il confronto politico. Un copione già visto, che si ripete ogni volta.

In questo contesto, la risposta non è mai neutra. Ogni episodio viene immediatamente assorbito in una narrazione propagandistica che semplifica. La sicurezza diventa l’unico tema ammesso, laddove in Italia non ci sia un’emergenza sicurezza, come molti provano a proporre. Esiste, però, un sistema fatto di meccanismi complessi, che vivono in relazione a politiche ideologiche, e motivati da sentimenti rivoluzionari. È così per i centri sociali, dove proliferano degrado e ribellione, come anche per i collettivi di ispirazione neo-fascista. E la lista potrebbe proseguire. Tutto questo sposta dibattito pubblico, e con esso l’agenda politica.

C’è poi una distorsione tutta italiana che merita di essere messa a fuoco. La tutela delle forze dell’ordine è stata progressivamente trasformata in una bandiera identitaria della destra, mentre la difesa dei diritti di chi viene espulso o marginalizzato dalle dinamiche sociali è diventata appannaggio della sinistra, ad esempio. Ciò per riflettere su quanto si preferisca polarizzare, anziché risolvere problemi. Come se le due cose si escludessero a vicenda e come se garantire sicurezza e riconoscere le fragilità sociali fossero scelte alternative e non parti dello stesso problema. È una logica di possesso: etichettare un tema per controllarlo, per usarlo come arma retorica. Nel frattempo, le questioni restano irrisolte.

Torino, in questo senso, non è un’eccezione ma una conferma. Finché la violenza verrà utilizzata come strumento di rottura e la politica come palcoscenico, ogni episodio simile continuerà a generare le stesse conseguenze: più distanza, meno comprensione, risposte sempre più schematiche. E nessun passo avanti reale, né per la sicurezza, né per i diritti, né per la tenuta democratica del Paese.

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