L’Italia e quella solita paura delle riforme

C’è una differenza sostanziale tra l’essere riformisti e l’essere riformatori. Il riformista è in una posizione ideologica. Crede che si possa cambiare, lo dice per accrescere il proprio consenso personale, ma aspetta che lo facciano gli altri. Il riformatore è colui che realizza, entra in partita, indipendentemente dal come. In Italia, da sempre, abbiamo molti riformisti e pochissimi riformatori. Tant’è che definirsi “riformista” è assai frequente nel contesto politico: negli anni 90 nacquero i “Riformisti Italiani”, in seno all’area socialista, oppure più tardi i “Cristiano Riformisti”, una piccola e innocua parentesi del centrodestra post berlusconiano. Qualcuno ne ricorda riforme epocali?

L’Italia è restia al cambiamento. Lo è in ambito energetico, laddove guarda di traverso al nucleare – guarda caso, ostacolato dal voto contrario in due referendum, quello del 1987 post Chernobyl e quello del 2011, dove addirittura il 94% dei votanti disse “no”. Qualcuno avrebbe mai pensato che gli equilibri tra Europa ed Oriente sarebbero cambiati? Che la Russia, nostro approvvigionatore, avrebbe invaso uno stato sovrano e si sarebbe messa contro una gran parte di mondo? O che Trump, all’epoca solo un noto e controverso businessman, avrebbe vinto due volte le elezioni negli USA e nel secondo mandato avrebbe attaccato l’Iran, che di reazione avrebbe chiuso i canali di export petrolifero? Nessuno prevede il futuro. Ma il presente, per chi fa politica, deve essere soltanto ordinaria amministrazione; il compito principale di chi guida un Paese è quello di anticipare gli eventi, mettere strutture e infrastrutture al sicuro da futuri, benché eventuali, imprevisti. Ai cittadini che esercitano il voto non è richiesto tutto questo, ma la politica dovrebbe metterli nelle condizioni di capire, anziché distorcere le narrazioni e indirizzare il voto come un segnale di approvazione o disapprovazione verso il proprio operato.

L’Italia è altresì restia al cambiamento in ambiti come il lavoro, laddove è molto difficile introdurre una riforma che metta d’accordo tutti sul tema forse più caro ai cittadini. Ci provò Renzi col Jobs Act, ma fu attaccato da tutti i fronti. Oppure la pubblica amministrazione, cavallo di battaglia trasversale di ogni campagna elettorale e di ogni partito. Dalla riforma Bassanini alla riforma Brunetta, la palude burocratica è rimasta uno stagno senza bonifica: sovrapposizioni di enti, procedure complesse, scarsa meritocrazia, la macchina amministrativa italiana è tra le più vecchie di Europa.

Da questo punto di vista, realmente l’Italia è il Paese più conservatore d’Europa. Con la particolarità, tuttavia, che dei problemi ci si lamenta sempre. È raro trovare un italiano contento del proprio sistema, eppure davanti a un’opportunità di cambiamento è ancor più raro scoprire che abbia deciso di cambiare passo. Questo un po’ perché il leitmotiv “abbiamo la Costituzione più bella del mondo” è diventato più un coro da slogan che celebrativo di una Carta dotata di un impianto ben fatto, seppur datata di ottant’anni. E un po’ anche perché l’italiano è uno che si siede sul risultato, preferisce conservare anziché innovare “poiché, in fin dei conti, se l’hanno deciso quelli di ieri allora sicuramente erano più bravi di quelli di oggi”.

Il riformismo, in Italia, è diventato un alibi. Una parola nobile per giustificare l’inazione. Ci si dice riformisti per non essere riformatori, si invoca il cambiamento per non praticarlo, e così si difende il passato per paura del futuro. Mentre però le società progrediscono, il Paese resta fermo, sospeso tra ciò che non funziona e ciò che non si ha il coraggio di cambiare. Forse il problema non è la mancanza di idee, ma di volontà. Non di riforme, ma di riformatori. Perché finché il cambiamento sarà percepito come un rischio da evitare e non come una responsabilità da assumere, l’Italia continuerà a preferire la sicurezza dell’inerzia all’incertezza del progresso. Anche quando quella sicurezza, in realtà, è solo un’illusione, o semplicemente un materassino dove si galleggia bene pur rimanendo fermi.

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