Perché leggere “Bagheria” di Dacia Maraini: l’infanzia di una grande scrittrice

Libertà, uguaglianza, diritti e privilegi, lotta per l’emancipazione, guerra e pace, questi sono solo alcuni dei temi e ideali che troviamo in questo romanzo, un romanzo che ci racconta dell’infanzia e della crescita di una scrittrice tra le più grandi in assoluto del nostro secolo e non solo.

Perché la Maraini è questo, una delle più grandi scrittrici di sempre, un’anima ribelle, curiosa, appassionata, che ha vissuto intensamente e ce lo racconta apertamente, ricercando una verità anche scomoda a volte. La scrittura evoca drammi e passioni mai dimenticati, ferite di chi ha vissuto grandezza e soprusi soprattutto come donna, miseria e nobiltà.

Compito e desiderio della scrittrice, in questo romanzo a sfondo autobiografico, è rivelarci la sua anima ribelle, da vera combattente, e noi non possiamo che prendere atto della sua vastissima cultura, tutto ciò ci fa comprendere facilmente come Dacia Maraini sia diventata un simbolo per più generazioni di donne e non solo, così leggiamo: “Mi vergognavo di appartenere a una famiglia così antica e nobile … odiavo la loro incapacità di cambiare” (p. 69).

Oggi parliamo di lei e del romanzo che racconta la sua infanzia passata in Giappone in un campo di concentramento, siamo infatti negli anni della 2^ guerra mondiale, e i suoi genitori sono avversi al regime fascista, poi il ritorno “felice”, forse, in Sicilia, dove ha le sue origini, la sua famiglia.

Al giorno d’oggi, molti conoscono e apprezzano la grande scrittrice, forse non tutti conoscono la sua storia personale. Dacia Maraini, in questo libro, ci conduce nei meandri della memoria, indietro nella sua infanzia. È lei che ci guida, attraverso gli occhi innocenti di una bambina che tutto coglie, osserva, non sempre sa spiegare il perché delle cose, di una società fin dall’inizio connotata dalla violenza, dal sopruso e dalla “reticenza” o omertà, come si vuol chiamare.

Allora iniziamo il nostro “viaggio” tra le origini nobili, i genitori giovani anticonformisti e ribelli, le ville antiche, la ricchezza, tutto torna con stupore infantile, certo nata benestante e privilegiata, ma c’è il rovescio della medaglia, cioè l’accettazione delle regole del gioco, in una società in cui omertà e silenzio sembrano essere la norma, la “normalità”, dove le donne, che siano bambine o adulte, devono solo accettare e obbedire, dove ogni uomo rappresenta l’altro, l’estraneo, il nemico.

Ci sono eccezioni certo, come la presenza fondamentale del nonno e anche del padre, ma non sono mai figure del tutto positive, mai completamente, intenti a trascorrere un’esistenza dove le donne appaiono essere per lo più solo cupe e silenziose comparse. Così si descrive nel rapporto col padre: “Ho odiato la mia remissività, che è un segno di insicurezza … di resa di fronte a chi poteva scacciarmi con un gesto di noia, come faceva qualche volta mio padre, preso dalle sue avventure, dai suoi pensieri di libertino,dalle sue abitudini sportive e di giramondo.” (pp 73-74).

Ricorrente e dolorosamente presente è il ricordo del campo di concentramento in Giappone, dove la scrittrice fu rinchiusa da piccolissima, insieme ai genitori e alle due sorelle, poiché la sua famiglia era contraria al regime fascista. Una realtà piacevole in cui viveva con i suoi genitori, trasferiti lì per lavoro, si trasforma in un incubo di fame, sofferenze, malattie e privazioni.

Poi il ritorno alle origini, alla terra dei suoi avi, tutto sembra più bello, non c’è più la fame, i patimenti, le malattie, in Sicilia tutto è lusso, ricchezza, abbondanza. Ma forse qualcosa non torna, ci sono cose che si sanno ma non si dicono, si fanno o si accettano passivamente e non esistono.

È da qui che inizia la presa di coscienza della nostra autrice, troppo ribelle per accettare questo stato delle cose, troppo audace e “moderna” per essere accettata dalla sua nobile famiglia, abituata ad atavici comportamenti tanto da ritenerli “normali”. Ribelle come già sua madre, luminoso esempio di donna per la piccola Dacia, fondamentale nella sua crescita.

È  da qui che parte il desiderio di riscatto e di denuncia di ogni sopruso subito soprattutto dalle donne, in ogni epoca fino ad oggi, la condizione femminile sempre al primo posto, come anche nel meraviglioso romanzo  “La lunga vita di Marianna Ucrìa”, straordinario affresco storico  sulla vita, usi e costumi del XVIII secolo in Sicilia. Basato sulla storia vera di una sua nobile antenata, di cui troviamo notizie e citazioni in “Bagheria”. Infatti così leggiamo: “Sono lì impietrita a guardare quel quadro… come se avessi aspettato per anni di trovarmi faccia a faccia con questa donna morta da secoli” (p.148), quasi a voler gettare un ponte ideale tra i due romanzi, con la donna e la sua condizione esistenziale al centro.

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