Memoria e giustizia. Fritz Bauer e i processi sui crimini commessi ad Auschwitz

I mezzi d’informazione hanno dedicato il giusto spazio alla Giornata della Memoria, così chiamata affinché non sia dimenticata l’immane tragedia della shoah. Tuttavia, se si esclude la programmazione di alcuni film, peraltro su reti e in fasce orarie notoriamente non premiate da elevata audience, assai poco è stata ricordata la figura di Fritz Bauer, giurista tedesco vissuto fra il il 1903 e il 1968.

Fritz Bauer fu un insigne giurista che dal 1956 fino alla sua morte ricoprì l’incarico di procuratore dell’Assia con sede a Francoforte sul Meno. In gioventù aveva sofferto la prigionia nel campo di concentramento di Heuberg in quanto oppositore del regime nazionalsocialista e, una volta rilasciato, era stato costretto a vivere in esilio dapprima in Danimarca e poi in Svezia; fece ritorno in Germania nel 1949 quando nacque la Repubblica Federale Tedesca. Alla fine degli anni ‘50 iniziò a indagare sui crimini commessi ad Auschwitz nei confronti dei deportati. L’operazione si presentò assai difficile, sia perché richiedeva l’acquisizione di prove relative a singoli episodi di violenza e riferibili in modo particolare a singole persone ritenute colpevoli, sia per l’atteggiamento non collaborativo e talora addirittura ostile che incontrò all’interno della magistratura tedesca. Le indagini consentirono comunque di celebrare, fra il 1963 e il 1965, il processo di Francoforte a carico di 20 imputati: fu un autentico maxiprocesso che si svolse attraverso 183 udienze, che riempì 124 volumi di atti, in cui deposero 350 testimoni, e che si concluse con 6 condanne all’ergastolo (un maresciallo e un sottufficiale delle SS, un medico, una kapo e due responsabili di servizi al campo), 3 assoluzioni e 11 condanne a pene dentetive comprese fra i 3 e i 14 anni.

Al termine del processo Bauer non si mostrò soddisfatto del risultato, soprattutto per l’esiguo numero di episodi criminosi che fu possibile accertare e, conseguentemente, dell’esiguo numero di imputati che era stato possibile individuare a trarre a giudizio. Tuttavia non si può disconoscere la straordinaria importanza del suo operato, e ciò per diversi motivi.

Innanzitutto Bauer ruppe l’atteggiamento immobilista della magistratura tedesca che fino ad allora  aveva rifiutato di entrare nell’esame dei crimini nazisti perpetrati nei campi di concentramento e in particolare del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Infatti i soli processi contro criminali nazisti si erano tenuti a Norimberga e in Polonia, ma sempre ad opera delle potenze alleate vincitrici della guerra. Il processo di Francoforte aprì la strada ad altri due processi celebrati fra il 1965 e il 1968 in cui altre condanne furono inflitte ad altri criminali nazisti; inoltre Bauer ebbe un ruolo non secondario nella cattura di Adolf Eichmann (processato e condannato a morte in Israele) e nei tentativi non coronati da successo di assicurare alla giustizia il dottor Josef Mengele. Ma delle vicende relative ad Eichmann e a Mengele si parlerà in altra occasione. Qui rileva soprattutto ricordare che il processo di Francoforte diede inizio a quella svolta culturale attraverso la quale la Germania e la sua opinione pubblica iniziarono a fare i conti con il recente passato che da tempo era oggetto di una comoda ma inaccettabile forma di rimozione.

A ciò si deve aggiungere che la risonanza mediatica di quel processo, anche al di fuori della Germania, costituì e costituisce un tassello di quella memoria che è importante tenere viva ed evidenziò come anche il corretto esercizio dell’attività giudiziaria, purché improntata, come lo fu in quell’occasione, ad un rigoroso garantismo, può contribuire al diffondersi di una cultura collettiva che rifiuti il razzismo. E se veramente la memoria della shoah è fondamentale affinché certi orrori non abbiano a ripetersi, dobbiamo esprimere gratitudine anche alla competenza, alla determinazione e all’onestà intellettuale del procuratore di Francoforte Fritz Bauer.

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