Al Nazra Palestine Short Film Festival il cinema palestinese non chiede soltanto di essere guardato: mette in discussione il nostro modo di guardare
Quattro film premiati, quattro modi di interrogare la memoria e il presente. Le immagini non sono innocenti. Possono documentare, manipolare, spettacolarizzare il dolore. Possono trasformare una persona in una statistica oppure restituirle un volto, una voce, una storia. È dentro questa contraddizione che si muove il cinema attraversato dall’edizione 2026 del Nazra Palestine Short Film Festival. Il valore del festival non sta soltanto nel dare visibilità a un cinema troppo spesso marginalizzato dai circuiti dominanti. Sta nella possibilità di incontrare opere che si confrontano con una domanda politica ed estetica insieme: come raccontare una realtà segnata dalla violenza senza ridurla alla rappresentazione della violenza?
La sezione GAZE ON GAZA è stata vinta da Free Fish, Bisan Owda. Il lavoro segue due fratelli pescatori separati dall’assedio e dallo sfollamento. Uno si trova a Khan Younis, l’altro è rimasto nel nord di Gaza. La pesca, attività quotidiana e fonte di sostentamento, si trasforma in una pratica di resistenza in una costa militarizzata, dove le barche sono prese di mira e persino il cibo diventa uno strumento di guerra. La luminosità delle immagini e le inquadrature fisse, che richiamano la composizione dei quadri fiamminghi, costruiscono un contrasto radicale con ciò che viene raccontato. Non c’è bisogno di trasformare ogni immagine in uno spettacolo dell’orrore: la persistenza dei gesti, dei corpi e del lavoro racconta già la violenza che li attraversa. Restare, qui, non è una posa eroica. È una condizione quotidiana.
La sezione Opere sperimentali è stata vinta da Morning Circle, Basma Al-Sharif. Il corto sposta lo sguardo sull’esilio e sull’assimilazione. Un padre e un figlio armeni attraversano i rituali del mattino a Berlino, mentre una voce incalzante incrina la normalità domestica. La steadicam segue i personaggi in una città livida; la colonna sonora mescola hip-hop, canzoni tradizionali egiziane e sonorità noir. Il film evita di confinare il colonialismo in un passato concluso e lo interroga attraverso l’esperienza concreta di chi cerca una casa altrove. Il finale aperto non offre una soluzione rassicurante: lascia allo spettatore il compito di misurarsi con le domande sollevate dalle immagini.
Qaher ha vinto il corto nella sezione Fiction e Intersecting Memory la sezione documentario La loro presenza, insieme a quella degli altri titoli premiati, restituisce l’idea di un festival che non riduce il cinema palestinese a un unico linguaggio o a una sola forma di testimonianza. La menzione speciale a Ya Maha amplia ulteriormente questo spazio di riconoscimento. Per comprendere pienamente le scelte della giuria sarebbe necessario entrare nel merito di queste tre opere: i titoli, da soli, non bastano a stabilirne le qualità formali e narrative.
È una precisazione importante, perché il cinema politico non può essere esentato dalla critica cinematografica. Le buone intenzioni non sostituiscono la regia, il montaggio, il lavoro sul suono o la costruzione dello sguardo. Un film non è efficace soltanto perché affronta una questione urgente: deve trovare una forma capace di farla emergere senza semplificarla. È proprio qui che un festival come Nazra può esercitare la sua funzione più preziosa: non limitarsi a offrire una vetrina, ma creare le condizioni per vedere, discutere e confrontare opere e linguaggi.
In un tempo in cui le immagini circolano incessantemente e il dolore rischia di diventare un contenuto da consumare, conservare la memoria non significa accumulare documenti. Significa scegliere come guardarli, quali storie ascoltare e quali vite sottrarre all’invisibilità. Il cinema non può fermare una guerra né restituire ciò che è stato distrutto. Può però contrastare l’oblio, rifiutare la neutralità di uno sguardo che si pretende innocente e restituire complessità a chi viene privato persino del diritto di raccontarsi. È questa la posta in gioco di Nazra: non soltanto mostrare il cinema palestinese, ma difendere la possibilità stessa di produrre immagini, custodire memorie e costruire narrazioni che non si lascino cancellare.







