Nuovo colonialismo cinese in Africa

Dal 2000 la Cina non si è fatta sfuggire l’occasione di un nuovo mercato più attraente come quello africano, partendo dall’intensificazioni di relazioni con gli Stati Africani con la prima edizione di “Forum on China Africa Cooperation”. L’intento è quello di mantenere rapporti per favorire soprattutto lo sviluppo economico. Ad oggi, infatti, la Cina è presente maggiormente in Africa nel settore di materie prime (petrolio, ferro, rame e zinco), nel settore delle infrastrutture (porti, strade, ferrovie), scambi commerciali e operazioni finanziare.

Nella prima metà del 2019 le importazioni e le esportazioni tra i due Stati ammontano a 101,86 miliardi di dollari, ovvero +2,9% su base annua. Poi, con il progetto “Belt and Road” ci sono stati investimenti da 1 miliardo di dollari per l’Africa. Questo interessamento della Cina nei confronti del continente africano ha fatto, dunque, parlare di nuovo colonialismo. È un dato di fatto che alla Cina interessano in primis le materie prime che hanno creato legami con i territori più ricchi – Nigeria, Sud Africa, Repubblica democratica del Congo, Zambia, Angola – per dimostrare al resto del mondo quanto può essere forte e sviluppata.

Non mancano relazioni commerciali con altri Stati come Etiopia, Kenya, Uganda e Gibuti che rappresentano i maggiori consumatori del mercato. Infine, abbiamo i grandi progetti infrastrutturali finanziati dalla Cina per potenziare e migliorare il settore trasporti e collegamenti. Sono intervenuti con la logica del soft power, costruendo porti, strade, ferrovie, oleodotti, così da garantirsi l’appoggio degli Stati Africani per le risorse energetiche e minerarie.

Dunque, si parla di finanziamenti da capogiro, ovvero 143 miliardi di dollari, destinati per un terzo ai trasporti, un quarto al comparto energetico, il 15% all’attività estrattiva, soprattutto per gli idrocarburi; solo l’1,6%, ahimè, per l’istruzione, la sanità, l’ambiente e il settore alimentare. Dunque, va bene puntare sulle risorse di lancio, ma lasciare indietro la cosa più importante per un popolo è segno che qualcosa di negativo dietro l’angolo c’è. Persino il settore delle telecomunicazioni è diventato di grande interesse per i cinesi, finanziato da Huawei Technologies – che in Sud Africa rappresenta il 14,5% della telefonia venduta – e ZTE. In Kenya, il PANG (Pan Africa Network Group) cinese ha ottenuto il diritto di distribuzione di contenuti in radiodiffusione quando il Paese è passato dall’analogico al digitale.

Non è tutto oro quel che luccica

Nonostante ci siano state somme da capogiro a favore dell’Africa, l’impatto cinese ha comunque gravi conseguenze: da un lato comporta una modernizzazione infrastrutturale del continente, dall’altra debiti ingentissimi a cui far fronte. Persino il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale hanno dichiarato i loro dubbi e le loro perplessità: il debito dell’Africa nei confronti della Cina ultimamente si è raddoppiato.

In particolare, la Repubblica del Congo è uno degli Stati a maggior rischio e che ha dovuto chiedere un prestito di salvataggio. Anche il Kenya ha fatto ricordo a prestiti di ben 3,2 miliardi di dollari per costruire la rete ferroviaria di 470 km tra il Mombasa e Nairobi. Però, se non riuscirà a saldare il debito con la Cina, rischia di perdere il porto di Mombasa che è stato dato come pegno del prestito. La stessa sorta la avranno altri porti come quello del Gibuti e di Lamu, mentre per lo Zambia – che ha il debito al collasso – si cederà l’aeroporto di Lusaka e l’Azienda Elettrica Nazionale.

Non solo la Cina

L’Africa non è un continente di solo interesse cinese, ma ci sono altre potenze che hanno poggiato solide basi e per questo si sentono minacciate. È il caso del triangolo USA – Cina – Russia che desta non poche preoccupazioni. Le tensioni tra i tre Stati stanno aumentando e si giocano non solo nel Medioriente ma anche nella zona equatoriale. Gli americani, qui, sono presenti da tempo (come si può notare anche dalla cartina risalente ad un anno fa) e hanno dovuto concentrarsi nella lotta contro il terrorismo.

Mentre la Cina è predatrice di risorse minerarie e ha l’intendo di affermarsi come potenza globale, la Russia è il primo fornitore di armi ma anche cliente di contratti redditizi per importare le risorse naturali a basso costo. Per esempio, in Tunisia, Egitto, Uganda e Libia il Cremlino è giunto in accordi per la cooperazione agricola, in Nigeria, Camerun, Ghana, Repubblica del Congo, Sud Africa, Sud Sudan e Mozambico si presta come aiuto nell’estrazione di risorse energetiche, minerarie in Angola e donazioni mediche in Uganda, Guinea e Angola. L’America, invece, ha un approccio del tutto diverso dalle sue avversarie: si basa sulla costruzione di relazioni diplomatiche e sulla promozione di valori e regole democratiche, offrendo prestiti e concessioni meno vincolanti di quelli cinesi. Ma con la guerra in Afghanistan, in Iraq, hanno concentrato totalmente le loro forze sul versante mediorientale tralasciando questo pezzo del continente. Riusciranno a riconquistarlo?

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