Premierato o principato? L’esito inatteso della nostra democrazia

Anni di slogan, mesi di proteste e giorni di dimissioni sono i meteoriti che il tempo dell’ultima repubblica sta lanciando alla nostra democrazia. O forse stiamo assistendo ad uno snodo decisivo ancora poco stimabile della sua evoluzione, o forse siamo gli ingenui spettatori di un evento mirabolante: proprio le dimissioni della democrazia.

I tentativi di appiattire le borchie di un trono sempre più impellente non sono stati circostanziali in questi mesi nell’aula di Montecitorio, ma piuttosto disperati da parte dell’opposizione. Così si spiegano in sequenza le fallaci richieste di dimissioni del sen. Maurizio Gasparri nello scorso novembre in seguito alla stoccata televisiva di Report, poi ancora quelle avvenute di Sgarbi, e infine quelle più recenti e ritirate del sindaco di Terni Bandecchi. Tutti attori politici, non sfuggirà questo ai più, che sembrano gravitare nell’orbita della destra meloniana, eccezion fatta per Bandecchi che costituisce un caso partitico isolato. Una destra che vuole mantenere non la maggioranza, ma che vuole essere maggiorata, riparandosi da ogni responsabilità politica e immunizzandosi completamente nel dibattito parlamentare.

Una destra allora che non riesce a trattenersi nel corpo esecutivo, ma che travalica sempre di più la fiducia legislativa delle Camere. Insomma non è un Governo di destra quello a cui assistiamo esterrefatti mentre l’altro giorno l’on. Speranza, ex ministro della Salute, dichiarava in aula la composizione in sordina di uno “squadrismo” sugli scranni dell’entourage della Meloni. Piuttosto si direbbe, a questo punto, di una Destra al governo, fatto non condizionale, ma devozionale.

Il voto affidato dal corpo elettorale al programma politico che la Presidente del Consiglio in carica aveva definito tempo fa pubblicamente, ha già assecondato la sua candidatura alla Presidenza, conferendole quel mandato che oggi sembra più che mai difficile da vedere coerente al suo partito maggioritario FdI et alii, proprio perché si tratta di una maggioranza che si tiene frammentaria solo per la fede lobbistica del partito.

La fiducia del Parlamento invece, e quindi dell’intero corpo legislativo, è più significativo notare come sia divenuta una “obsoleta ragnatela rarefatta”, a cui ci si può accostare per toccare il vuoto dialogico con le istituzioni, ma per il semplice e costituzionale gusto di farlo davanti alla stessa parte plebiscitaria che viene così non tradita di fiducia ma sedotta di fede ideologica, che forse è il vero perno attorno cui ruota l’unità dell’attuale Governo.

Raramente però abbiamo potuto osservare nella storia della nostra repubblica quanto intollerabili possano essere i giornali e le trasmissioni polifoniche all’interno della cabina regia di un governo come tanto risulterebbero in quello attuale. Anzi è proprio in questa nuova commissione governativa che è smessa d’essere apparenza una acuta sensibilità verso il contraddittorio pubblico e privato, verso le disomogeneità sociali e intermedie. Viene anzi da segnalare quasi una attitudine dalla parte più alta del vertice governativo, a scarnificare la genuinità di pensiero, a semplificare la complessità socio-economica che sta attraversando la nostra Italia anti-immigrati.

Sanremo ormai si è concluso nella sua copulativa schermaglia anti-israelita, ma riecheggiano ancora nelle menti degli elettori italiani, nonché della Corte Costituzionale, alcune parole come “sostituzione etnica” o “metadone di Stato”, o la recente “autonomia differenziata” fino ad arrivare all’ultima e forse anche più suggestiva di tutte, “premierato”.

Perché dunque sorprenderci? Non dovrebbe affatto sorprendere né noi sovrani (e)lettori né loro sovrani legislatori se una Premier sente il timore, all’interno di una solenne e istituzionale contraddizione fondata proprio dalla nostra Costituzione, di non poter reggere la sua preminenza politica, di non poter agire unanimemente, senza interventi moderativi e senza pareri oppositivi. Insomma è davvero così un gran problema se si vuole governare facilmente e senza impedimenti costituzionali un Paese che difficilmente si è guadagnato una repubblica democratica come la nostra Italia? Non è più certo un problema questo se per servire i principi di una democrazia si procede al privilegium della revisione di quella stessa Carta che li ha fissati in una difficile formula sintetica di libertà e legalità. Basterebbe infatti soltanto essere devoti a quella stessa fede per cui si supporta un reato seppur svolto per la sua giustifica ideologica. Quasi non servirebbe convincere allora i sudditi di re Carlo a credere di cittadini della stessa democrazia se il Primo Ministro Johnson dichiarasse oggi che la nuova realtà statuale è quella repubblicana.

Ci sarebbe però la piccola differenza che i cittadini del regno britannico sanno del valore che ha la loro Carta non scritta, e perciò gli stonerebbero le orecchie se davvero qualcosa venisse scritta nel sistema FPTP dove il voto non rimane un ex voto alla Carica, ma è già accountable nella crezione del Gabinetto stesso, ovvero del Premier.

“O il gabinetto riesce a legiferare, o scioglie l’assemblea. E’ una creatura che ha il potere di distruggere il proprio artefice […] Esso è stato fatto, ma può disfare; pur dipendendo da un altro per la sua creazione, quando è all’opera può distruggere il creatore”. Questo, che afferma il teorico britannico Walter Bagehot, è quanto di più lecito e spontaneo possa esistere in un sistema maggioritario uninominale come quello inglese, ma che bene si adatterebbe per alcuni come il prof. Tommaso Edoardo Frosini, al nostro Paese in questo momento. Si aggiunga però, che bene si adatterebbe a prescindere in un Paese come l’Inghilterra o la Francia, dove si conserverebbe il nome di “Premierato”, mentre in un Paese come l’Italia intriso di burocrazia ristaurerebbe la nostalgia del Principato. Un eufemismo da intendere questo, beninteso, proprio nell’univocità di un’autonomia che andrebbe a rompere ancora di più l’Italia in quelle differenze che invece di accentuare in particulare inasprendo la disparità economica infra-regionale, il nostro Pese avrebbe bisogno di coadiuvare e apprezzare nella loro storica unità.

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Mauro Di Ruvo
2000, Bari, Classicista e storico dell’arte. Redattore di Politica interna. Attualmente si occupa di Estetica poietica ed Etica politica a Perugia, dove conduce indagini accademiche di archeologia sperimentale in Diritto romano ed Etruscologia. Si è occupato di Estetica cinematografica e filosofia del linguaggio audiovisivo a Firenze presso la storica rivista “Nuova Antologia” e collabora con la Fondazione Spadolini. È autore del romanzo Pasqualino Apparatagliole (2023, Delta Tre Edizioni), e curatore della recensione al libro Oltre il Neorealismo. Arte e vita di Roberto Rossellini in un dialogo con il figlio Renzo di Gabriella Izzi Benedetti, già presidente del Comitato per l’Unesco, per la collana fiorentina “Libro Verità”. Ha già curato per la “Delta Tre Edizioni” le prefazioni alla silloge Lo Zefiro dell’anima (2019) di Pasquale Tornatore e al romanzo Le memorie del dio azteco (2021) dello storico Saverio Caprioli. A novembre 2023, ha curato il Convegno “L’ombra del doppio: la dicotomia nella poiesis” nella città di Lavello.

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