“È importante questo mare: torna sempre. Per l’isola è il posto dove nascondersi, il mare, perché da lì si può andare e non tornare, lasciare dietro e dimenticare. Tutti si fermano sulla banchina: nessuno avrà mai l’audacia di iniziare a nuotare”
Tornare, andar via e dimenticare, restare: questi sono i temi che emergono da Albergo Savoia, romanzo d’esordio di Simone Azzu (Il Maestrale). A questi si potrebbe aggiungere l’incapacità di scegliere, forse alla base di tutto il romanzo: l’ignavia della scelta si traduce inevitabilmente nell’abdicazione al proprio riscatto. Tra l’Albergo Savoia, ritrovo borghese locale della politica e dei professionisti, e il Bar Delfino, rifugio di disoccupati e sconfitti, c’è di mezzo il corso principale, come a dividere la città sarda, ma anche i due mondi. L’Albergo Savoia è ben visibile, il Bar Delfino è nascosto tra vicoli stretti. Questi due mondi sembrano non toccarsi mai ma in realtà si intersecano tra di loro costantemente. Questo accade in maniera pratica e fisica: uomini e donne di queste due parti sociali trovano “conforto” tra di loro, si mischiano, sempre nascondendosi. La suite dell’albergo diventa, infatti, il luogo dell’unione tra Gianni e Maria, tra la ricchezza e la povertà; il luogo in cui, attraverso lo scavo psicologico dei protagonisti da parte dell’autore, quella strada che divide sembra non esserci più.
Da una parte, quindi, una distanza socio-economica incolmabile, dall’altra l’unione dettata dalla fragilità dell’uomo che non conosce distinzioni. Perché all’aspetto puramente economico si sommano i desideri e i sogni, come quello di Gianni di avere un erede o anche solo qualcuno che stia al suo fianco, ricordando quel vecchio amore parigino; si sommano le debolezze che nel caso di Fais si scontrano col desiderio di sentirsi potente nella vita lavorativa e soprattutto nella privata, fino a schiavizzare una donna, a ucciderla e poi uccidersi. Il ruolo della donna non trova differenze tra i due mondi: mogli e amanti pensano, meditano, soffrono e gioiscono, ma non decidono. Possono mostrare le costose pellicce, ma la loro funzione è collaterale alla vita dell’uomo. Tuttavia sono quelle che danno di più, che si fanno carico del peso della propria vita, di chi hanno accanto, dei figli. Non esiste solidarietà all’interno delle due fazioni: nel mondo dei ricchi ognuno pensa a sé e tra i frequentatori del bar non c’è una solidarietà politica strutturata, ma una comunione della marginalità.
Il libro non è solo una cronaca sociale dura, ma un’opera teatrale e polifonica. Il basso e il sublime vengono espressi attraverso il linguaggio, in cui si mescolano la crudezza della vita di strada ma anche la delicatezza interiore. Con una narrazione polifonica ed emotivamente tagliente, Simone Azzu firma un esordio potente che costringe il lettore a guardare dentro i vicoli ciechi della rinuncia. Albergo Savoia non è una lettura confortevole, ma un’opera necessaria: il ritratto di un’umanità fragile e divisa che, pur sognando il mare aperto, sceglie di restare ferma sulla banchina della propria immutabile solitudine.







