C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel modo in cui usiamo i social e ci rapportiamo alle persone che seguiamo.
Non parlo semplicemente dell’odio online, che esiste da quando esiste Internet, ma di qualcosa di più sottile: la convinzione che vedere una persona ogni giorno attraverso uno schermo significhi conoscerla e poter avere aspettative che ci danno diritti.
Il caso di Emilie Kiser ne è un esempio quasi da manuale. Per chi non la conoscesse, Emilie ha un seguitissimo profilo di lifestyle e lo scorso anno ha subito la perdita di suo figlio per annegamento nella piscina di casa, mentre era con il padre e lei era fuori a cena.
Le critiche che le vengono mosse sono crudeli e parasociali.
Ma attenzione! Chi pubblica contenuti può essere criticato per ciò che pubblica, esattamente come chiunque produca qualcosa destinato a un pubblico. Il problema nasce quando la critica smette di riguardare ciò che vediamo e comincia a pretendere di spiegare ciò che non vediamo.
Un video diventa una diagnosi psicologica. Un sorriso diventa la prova che una madre non soffre abbastanza. L’assenza di lacrime davanti alla telecamera diventa assenza di dolore. Il ritorno ai contenuti abituali, come “Sunday reset” o “get ready with me”, viene interpretato come indifferenza. Persino il modo in cui una persona decide di ricordare pubblicamente un figlio morto viene sottoposto a una specie di controllo qualità collettivo.
La domanda che ricorre continuamente è: come può comportarsi così dopo quello che è successo?
Forse la domanda dovrebbe essere un’altra: perché pensiamo di dover capire come dovrebbe comportarsi?
Non esiste un’estetica corretta del lutto. Una persona può diventare terrorizzata dalla vita dopo una tragedia; un’altra può arrivare alla conclusione opposta: la vita può finire improvvisamente, quindi voglio viverla fino in fondo. Può essere una spiegazione. Oppure no. Ed è proprio questo il punto: non dobbiamo necessariamente averne una.
Abbiamo trasformato frammenti di vita selezionati per essere pubblicati in materiale investigativo e in un perenne scrutinio e rapporto parasociale.
Sembra essersi affermata l’idea che, una volta mostrata online una parte della propria vita, si perda il diritto di scegliere quale parte continuare a mostrare. “Ha monetizzato la famiglia, quindi il pubblico ha diritto di fare domande” è diventata una giustificazione sorprendentemente comune. Ma una persona può aver mostrato ieri il proprio marito e decidere di non mostrarlo domani. Può aver raccontato un figlio e successivamente decidere che quel ricordo non appartiene più al pubblico.
Ragioniamo inoltre con il conforto del senno di poi: se riusciamo a costruire una catena perfetta di errori, possiamo convincerci che tragedie simili accadano soltanto a persone che hanno sbagliato abbastanza. E forse questo ci tranquillizza più dell’alternativa, molto più scomoda: che genitori imperfetti possano prendere precauzioni, commettere errori e vivere comunque tragedie dalle conseguenze irreversibili.
Naturalmente possiamo parlare di sicurezza. Possiamo discutere di recinzioni, allarmi, supervisione e prevenzione degli annegamenti. Possiamo persino decidere che quello che vediamo di una creator non rappresenti più valori che vogliamo sostenere e smettere di seguirla.
Quello che non segue logicamente è trasformare ogni fotogramma successivo in un referendum sul suo valore come essere umano.
La contraddizione più evidente è che molte delle stesse persone che chiedono che qualcuno venga “cancellato” continuano a guardarne ogni video, analizzarlo, commentarlo e produrre nuovi contenuti su di esso.
La accusano di monetizzare sul lutto, mentre loro stanno facendo lo stesso.
Ed è forse qui che la relazione parasociale cambia segno senza cambiare struttura. Non serve amare qualcuno per sviluppare un rapporto parasociale con lui. Anche l’odio può richiedere attenzione, familiarità, aspettative e una sensazione di accesso.
A quel punto non stiamo più reagendo a quello che una persona pubblica. Stiamo costruendo un personaggio e chiedendo alla persona reale di comportarsi coerentemente con la storia che abbiamo scritto per lei.
Ed è paradossale che tutto questo avvenga sui social network. Strumenti nati per connettere le persone stanno normalizzando comportamenti che, trasferiti fuori dallo schermo, riconosceremmo immediatamente come invasivi. Ancora oggi, nel 2026, usiamo il mezzo di comunicazione più potente che l’uomo abbia mai avuto nel modo più sbagliato possibile.
Forse la degenerazione più antisociale dei social non è che siamo diventati più cattivi. È che abbiamo iniziato a confondere l’accesso ai contenuti con l’accesso alle persone.







