Bruxelles propone a Ottawa uno status che i trattati non prevedono. È una risposta a Trump, ma anche un esperimento su che cosa sia l’Unione e fin dove arrivino i suoi confini.
Il 16 settembre, a Strasburgo, Ursula von der Leyen ha usato il discorso sullo Stato dell’Unione per proporre al Canada di diventare il primo «membro associato» dell’Unione Europea. Il giorno dopo Mark Carney ha parlato davanti allo stesso emiciclo ed è stato accolto con una standing ovation. È raro che un leader straniero riceva un’accoglienza del genere. Nel giro di poche ore è arrivata la risposta di Donald Trump: se l’operazione fosse un «atto ostile», Washington imporrebbe all’Europa «dazi molto pesanti» o interromperebbe del tutto gli scambi.
Applausi e minacce hanno però nascosto un fatto. L’intesa è stata annunciata prima che qualcuno si sedesse a un tavolo per stabilirne dettagli, vantaggi e perimetro istituzionale, come osserva l’ISPI. Per capire che cosa sia questa alleanza bisogna quindi partire da una domanda meno ovvia: perché Bruxelles e Ottawa hanno sentito il bisogno di dare un nome a qualcosa che ancora non esiste?
Un’etichetta prima del contenuto
Nei trattati europei lo status di membro associato non esiste. L’articolo 49 del Trattato sull’Unione riserva l’adesione agli «stati europei», e questa formula è sempre stata letta in senso geografico. Modificarla richiederebbe l’unanimità dei Ventisette e una procedura lunga, che per il Canada nessuno ha intenzione di avviare. Il commissario Wopke Hoekstra ha parlato apertamente di «terra nova», un territorio da esplorare. Fonti comunitarie ammettono che per ora conta soprattutto il messaggio politico.
Questo messaggio però non è poca cosa. Dalla sua fondazione l’Unione ha sempre evitato di creare categorie intermedie per i Paesi che vorrebbero entrare ma non possono. Lo si è visto a maggio, quando Bruxelles ha lasciato cadere la proposta di Friedrich Merz di concedere all’Ucraina una forma di adesione associata: accesso agli organi decisionali senza diritto di voto, come passaggio verso l’ingresso pieno. Quattro mesi dopo, la stessa formula viene offerta a un Paese dall’altra parte dell’Atlantico. Il confine dell’Unione smette così di essere solo geografico e diventa, almeno nelle intenzioni, un confine fatto di regole e valori condivisi.
Dalla dipendenza allo sganciamento: come ci si è arrivati
I rapporti tra Europa e Canada sono antichi. Già nel 1976 Ottawa firmò con l’allora Comunità europea uno dei primi accordi di cooperazione economica con un Paese industrializzato. Nel 2016 sono arrivati il Ceta, l’accordo commerciale globale, e l’accordo di partenariato strategico. Il Ceta è applicato in via provvisoria dal settembre 2017 e ha eliminato gran parte dei dazi tra le due sponde. Per decenni, però, questa relazione è rimasta un complemento. Il baricentro del Canada era a sud: nel 2024 il commercio con gli Stati Uniti ha sfiorato i mille miliardi di dollari, circa dieci volte quello con l’Unione.
Il secondo mandato di Trump ha rotto questo equilibrio. Sono arrivate le minacce di fare del Canada il «51esimo stato», poi i dazi su acciaio e auto. Carney vinse le elezioni dell’aprile 2025 proprio perché era visto come il candidato più adatto a resistere a queste pressioni. Da allora ha costruito passo dopo passo un’alternativa. Ha nominato un inviato speciale per l’Unione, John Hannaford. Nel 2025 ha firmato con Bruxelles un partenariato su sicurezza e difesa, e il Canada è diventato il primo Paese extraeuropeo ammesso al programma SAFE per gli appalti del riarmo europeo. A gennaio 2026, a Davos, ha teorizzato la necessità che le «medie potenze» facciano fronte comune in un mondo in cui, disse, chi non siede al tavolo finisce nel menu. A maggio è stato il primo leader non europeo invitato alla Comunità politica europea, a Yerevan.
Il punto di non ritorno è arrivato ad agosto. Carney si è ritirato dai negoziati commerciali con Washington, accusando gli americani di cambiare le condizioni all’ultimo momento, e ha annunciato una risposta «dollaro su dollaro». Trump ha replicato con la promessa di portare i dazi sulle auto canadesi al 50% dal 2027. Da quel momento l’avvicinamento all’Europa non è più una semplice diversificazione: per Ottawa è diventato una necessità strategica.
Che cosa si scambierebbero
L’alleanza si regge su complementarità concrete, al di là della retorica sui valori comuni. L’Europa porta un grande mercato e una notevole capacità di ricerca. Porta anche una manifattura avanzata e la capacità, spesso sottovalutata, di scrivere regole che il resto del mondo finisce per adottare. A questo si aggiunge un’industria della difesa che sta ricostruendo le proprie capacità a ritmo serrato. Il Canada offre ciò che all’Europa manca in modo cronico: gas, petrolio e soprattutto minerali critici, risorse che oggi l’Unione importa quasi interamente da fornitori inaffidabili o apertamente ostili.
Carney ha elencato a Strasburgo i settori in cui vede spazio per lavorare insieme: minerali critici, capacità industriale per la difesa, intelligenza artificiale e potenza di calcolo, sicurezza energetica, spazio e sistemi di pagamento. Ha aggiunto una proposta dal forte valore simbolico, cioè la libertà per i giovani di vivere, studiare e lavorare su entrambe le sponde dell’Atlantico. Von der Leyen ha parlato di uno «spazio comune di prosperità e sicurezza economica». Sul tavolo, insomma, c’è molto più di un accordo commerciale: è il tentativo di costruire insieme catene del valore sottratte alla coercizione delle grandi potenze.
Il modello che non c’è
Per dare forma a questa ambizione esistono due precedenti, ma nessuno dei due funziona davvero per il Canada. La Norvegia partecipa al mercato unico attraverso lo Spazio economico europeo, insieme a Islanda e Liechtenstein. La Svizzera ci arriva tramite una rete di accordi bilaterali. Entrambi i modelli hanno però un prezzo: bisogna recepire l’acquis comunitario, cioè le regole europee, spesso senza partecipare alla loro stesura.
Carney ha chiarito che il Canada non intende pagarlo. Ottawa non vuole diventare membro a pieno titolo e cerca partenariati che, nelle sue parole, rafforzino la sua sovranità invece di ridurla. Sul nome, poi, il premier ha lasciato la decisione all’Europa, spiegando che per lui conta la sostanza. Non è una sfumatura diplomatica. Mentre Bruxelles parla un linguaggio di appartenenza, Ottawa parla di alleanza tra pari. La distanza tra i due vocabolari indica lo spazio che il negoziato dovrà colmare. Il primo appuntamento concreto è il vertice Ue-Canada di Montreal del 29 e 30 ottobre.
I vantaggi: resilienza reciproca e un precedente per le democrazie
Per l’Europa il guadagno più immediato riguarda le forniture. Avere un partner democratico, stabile e ricco di materie prime critiche ridurrebbe la dipendenza da Pechino e anche da Washington, che nel frattempo è diventata un fornitore imprevedibile. C’è poi un vantaggio industriale: un Canada integrato nei programmi europei della difesa amplia la domanda e la scala produttiva, due fattori decisivi per un’industria che deve crescere in fretta. Infine, c’è un vantaggio di posizione, legato all’Artico, dove un partner canadese dà all’Europa una presenza che da sola non avrebbe.
Per il Canada la partita è ancora più vitale. Il Paese passa da un solo mercato di sbocco a due poli, e questo è il modo più efficace per non subire ricatti da nessuno dei due. Carney ha negato di voler creare un «terzo blocco» più gentile degli altri. Ha parlato invece di un’alleanza di potenze medie per proteggere mercati aperti, sovranità e stato di diritto dall’uso del commercio come arma.
C’è, infine, un vantaggio che riguarda entrambi. Se l’esperimento riuscisse, l’Unione dimostrerebbe di saper offrire un’appartenenza fondata su regole condivise anziché sulla geografia. Non a caso la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha già evocato Australia e Nuova Zelanda come possibili candidati.
I costi: asimmetrie, fratture interne e il fattore Washington
Il primo limite è economico. Nonostante il Ceta, l’Unione pesa ancora solo per una quota minima del commercio canadese di beni, mentre la gran parte delle esportazioni di Ottawa va verso sud. Il petrolio è l’esempio più chiaro: circa l’80% finisce negli Stati Uniti. Sulla costa atlantica mancano oleodotti in grado di portarne grandi quantità verso i porti da cui partirebbe per l’Europa, semplicemente perché finora non erano mai serviti. Un’alleanza non cancella la geografia, e per costruire le infrastrutture servono anni.
Il secondo limite è politico, e riguarda l’Europa. Von der Leyen ha lanciato la proposta senza consultare prima i governi nazionali. È stata letta come una fuga in avanti e ha irritato diversi Paesi nel Consiglio. Il Ceta stesso, a nove anni dall’applicazione provvisoria, non è ancora stato ratificato da dieci Stati membri. L’ISPI ricorda che qualunque intesa dovrà passare dai parlamenti, e che se Ottawa ha oggi una maggioranza chiara attorno al premier, Bruxelles non ne ha una coesa né in Parlamento né al Consiglio.
Il terzo costo è il più delicato. L’Europa è molto più esposta del Canada a una ritorsione americana. La Commissione ha risposto a Trump che l’alleanza non è diretta contro nessuno, ma a Washington potrebbe non bastare. Il rischio è che Bruxelles si trovi a pagare il prezzo del sostegno a Ottawa proprio mentre il suo accordo commerciale con gli Stati Uniti è ancora fragile. C’è anche un rischio meno visibile, di natura istituzionale. Una categoria nuova, se resta vaga, può diventare un contenitore in cui far entrare tutto: il Canada oggi, forse l’Ucraina domani, gli alleati del Pacifico dopodomani. A furia di allargarsi, quella categoria potrebbe perdere il suo significato.
L’Italia tra due sponde
Per Roma la partita è ambivalente. L’Italia è tra i Paesi storicamente più scettici verso il Ceta, soprattutto per la tutela delle indicazioni geografiche agroalimentari, e anche per questo è tra quelli che non lo hanno ancora ratificato. Allo stesso tempo, il suo export manifatturiero, dalla meccanica ai macchinari, avrebbe molto da guadagnare da un mercato canadese più integrato. Lo stesso vale per un’industria della difesa che vede aprirsi la domanda di Ottawa.
Il dilemma italiano però riguarda soprattutto Washington. Gli Stati Uniti sono uno dei principali mercati di sbocco per le imprese italiane, e una guerra commerciale transatlantica colpirebbe l’Italia più di altri partner europei. Per il governo la scelta non è tra Canada e Stati Uniti. Si tratta di decidere se sostenere un’iniziativa di cui condivide la direzione, ma non il metodo né i tempi.
Un banco di prova per l’Unione
Letta con attenzione, la proposta di Strasburgo dice più sull’Europa che sul Canada. Per la prima volta l’Unione prova a definirsi come una comunità di regole capace di estendersi oltre il continente, e non più come un progetto legato a un territorio. È un’idea ambiziosa, e per ora esiste più nei discorsi che nei negoziati. Il Canada ha dimostrato di poter dire di no a Washington e di accettarne le conseguenze. Resta da vedere se l’Europa saprà trasformare un applauso in un trattato, e se sarà disposta a pagare il prezzo politico ed economico di una scelta di campo.







