Verba manent: governare il disordine

Ogni episodio di violenza che conquista le prime pagine produce lo stesso effetto: riaccende il dibattito sulla sicurezza. È accaduto anche in questi giorni a Bologna. Ma fermarsi al singolo fatto rischia di essere un errore, perché la vera questione è un’altra: l’ordine pubblico è tornato a essere uno dei pilastri dell’azione amministrativa. Spesso, a dire il vero, una scelta ideologica, ma soprattutto una risposta a una domanda sempre più forte che arriva dai cittadini.

Per anni si è discusso se la sicurezza fosse soprattutto una percezione o una realtà. Oggi la distinzione conta sempre meno. Perché la percezione, quando è condivisa da un’intera comunità, produce effetti concreti sulla qualità della vita. Perciò una piazza vissuta come insicura viene evitata, o un quartiere percepito come fuori controllo perde vitalità. Un’amministrazione che non riesce a garantire ordine perde credibilità. Dunque rischia di non essere rieletta, o cadere. Guaio primario, questo, per la politica di oggi. 

E così sicurezza e ordine pubblico sono stabilmente in cima alle agende di sindaci, presidenti di Regione e Governo. Non soltanto per contrastare i reati, ma per rispondere a un disagio diffuso fatto di degrado urbano, microcriminalità, vandalismo, occupazioni abusive e violenze. Situazioni che, prese singolarmente, possono sembrare marginali, ma che sommate finiscono per esasperare i cittadini.

L’ordine pubblico non coincide con la repressione. È, prima di tutto, la capacità delle istituzioni di garantire che gli spazi comuni restino davvero di tutti. Significa far rispettare le regole, presidiare il territorio, prevenire i conflitti, intervenire quando serve, senza rinunciare ai principi dello Stato di diritto. Che possono essere messi in discussione, quando chi rappresenta lo Stato agisce per indole e non per legge. 

Naturalmente la sicurezza, da sola, non basta. Servono politiche sociali, educative e culturali capaci di affrontare le cause profonde del disagio. Ma sarebbe altrettanto sbagliato pensare che queste possano sostituire il bisogno immediato di ordine. Le due dimensioni non sono alternative: si rafforzano a vicenda.

Una città sicura non è quella in cui non accade mai nulla, piuttosto quella in cui i cittadini sanno che le istituzioni sono presenti, che le regole valgono per tutti e che chi sbaglia ne risponde. È questa fiducia, prima ancora delle statistiche, a tenere unita una comunità.

La sicurezza non può essere l’unico metro con cui giudicare una città. Ma non può nemmeno essere considerata un tema secondario o rinviabile. Perché senza ordine pubblico si incrina il patto di fiducia tra cittadini e istituzioni. E quando quel patto si indebolisce, diventa più difficile governare qualsiasi altra sfida.

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