Verba manent: il diritto contro la vendetta

Ieri la Cassazione ha scritto la parola fine sul caso di Mario Roggero. Condanna definitiva. E, come prevedibile, si è riacceso il dibattito che da anni divide l’opinione pubblica. Anzi, più che dividerla, l’ha vista schierarsi in larga parte dalla parte del gioielliere.

È comprensibile; Roggero aveva già subito diverse rapine, viveva e lavorava con la paura addosso. Chiunque può immaginare la tensione, il terrore di trovarsi ancora una volta con una pistola puntata. È umano provare empatia, lo capiamo. Ma l’empatia non può trasformarsi nella sospensione del diritto.

La legittima difesa è un principio sacrosanto. Riformata, tra l’altro, proprio dal governo in cui Salvini era protagonista nel 2019, con l’avallo di molti politici che oggi condannano la scelta dei giudici. Vollero allargare le maglie, ma oggi chiedono una voragine legislativa. La legittima difesa tutela chi reagisce a un’aggressione attuale, però non autorizza a trasformare una vittima in giudice e carnefice una volta che il pericolo è cessato.

Nel caso Roggero, la giustizia ha accertato che quei colpi furono esplosi contro persone in fuga, alcune raggiunte alle spalle. Non una reazione necessaria per salvarsi la vita, ma un’azione punitiva. È questo un punto che in qualsiasi Stato di diritto conduce inevitabilmente a una condanna.

Si può discutere della pena, della sua entità, perfino della normativa sulla legittima difesa. Ma non si possono cambiare i fatti per adattarli alla propria idea di giustizia.

Negli ultimi anni si è tentato di raccontare questa vicenda come la storia di un cittadino abbandonato dallo Stato. Sono arrivati la grande esposizione mediatica, la raccolta fondi e le campagne di solidarietà. Tutto comprensibile. Tuttavia, nessuna strategia comunicativa può riscrivere ciò che è accaduto quel giorno.

Semmai, questa vicenda dovrebbe spingerci a fare un’altra domanda. Se un gioielliere aveva già subito più rapine, perché è stato lasciato ad affrontare da solo un rischio così elevato? Sarebbero servite maggiori misure di sicurezza? Una vigilanza armata? Strumenti di prevenzione più efficaci? È su questo che uno Stato dovrebbe interrogarsi. Prevenire è sempre meglio che dover giudicare.

La giustizia non serve a stabilire chi ci è più simpatico. Serve a fissare un limite. E quel limite è semplice: difendersi è un diritto, uccidere chi non rappresenta più una minaccia non lo è.

Altrimenti non avremmo più uno Stato di diritto. Avremmo soltanto una giustizia affidata alla rabbia del momento.

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