Verba manent: il ricordo dell’Infinito

Esattamente duecento anni fa Leopardi scrisse l’ “Infinito”. Oggi, né il poeta né la sua poesia sono dimenticati ed entrambi vengono considerati sacramenti della cultura italiana. L’infinito, nella psiche dell’uomo, è la paura, atavica, di contemplare l’immensità: egli non pone freni all’immaginazione ma è condannato dal desiderio di oltrepassare ogni limite, il quale [desiderio] lo tortura giacché, spesso, è irrealizzabile.

L’uomo è approdato sulla Luna e ha scavato la terra talmente a fondo da conoscerne le viscere. Se potesse, toccherebbe ogni angolo dell’universo.

Ogni giorno, ciascuno lotta contro le proprie siepi, gli ostacoli che impediscono il conseguimento degli obiettivi, della felicità. L’infinito, nella quotidianità dell’uomo, è la voglia di miglioramento, la pretesa che il futuro sia prospero, la cultura che permette di accedere alla soddisfazione.

In duecento anni molto cambia, ma la forza della poesia, espressione della cultura letteraria di un Paese, resta tale e si adatta camaleonticamente alle società.

Infine, se oggigiorno si associa al verbo naufragare solo la mera polemica sui migranti e la propaganda che matura su di essi, senza il ricordo dell’infinito, forse l’Italia non è ancora giunta al traguardo. Leopardi, in quel di Recanati, inveirebbe non poco contro l’in-cultura contemporanea.

A ben pensare, solo un genio come lui può naufragare con dolcezza.

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