Verba manent: quel gesto di Elly che va oltre le avversità politiche

Quando la politica smette di essere teatro e torna a essere sostanza, si vede. Quella sostanza che vuol dire unirsi nonostante la rivalità per il bene del proprio Paese. 

Nei giorni scorsi, in Aula, Elly Schlein ha preso la parola per difendere l’Italia e, insieme, Giorgia Meloni. Non è stato un gesto scontato, ma una scelta politica precisa, maturata nel pieno di un attacco proveniente da Donald Trump, che ha chiamato in causa il nostro Paese e la sua leadership.

Ci ha sorpreso un lampo di buona politica, quella che riconosce che esiste qualcosa di più grande del consenso. Più grande della convenienza, più grande della prossima tornata elettorale: si chiama interesse nazionale. Schlein, leader  in pectore dell’opposizione, avrebbe potuto cavalcare l’onda e sfruttare l’attacco per indebolire il governo. Invece ha scelto un’altra strada: difendere l’Italia, anche quando questo significava difendere chi oggi la governa.

Ciò che ci appare come anomalia è, semplicemente, ciò che dovrebbe essere la normalità. E se siamo arrivati al punto di restare di stucco davanti a questo, ci accorgiamo di quanto sia scaduta la politica italiana. 

Signori, la politica, quando funziona davvero, non è solo conflitto. Incarna anche la capacità di distinguere tra avversario e nemico, con la consapevolezza che fuori dai confini del dibattito interno esiste un “noi” che viene prima di tutto.

Ed è qui che si apre la domanda più scomoda: quanto sarebbe più forte l’Italia se questo approccio non fosse episodico, ma strutturale? Se maggioranza e opposizione scegliessero di collaborare almeno sui grandi temi (politica estera, difesa, competitività economica, diritti fondamentali) invece di trasformare ogni dossier in un campo di battaglia? La risposta è evidente, ma raramente ammessa: infinitamente più efficiente.

Un Paese in cui le forze politiche dialogano è un Paese più credibile all’estero, stabile nei mercati e rapido nelle decisioni. Meno ostaggio di veti incrociati e più capace di visione strategica.

La dialettica democratica resta essenziale, perché dal suo naturale confronto emerge la qualità. Ma quando tutto è scontro, niente è più davvero importante. Perché la politica migliore non è quella che divide meglio. È quella che, quando serve davvero, sa unirsi.

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