Verba manent: quel patrimonio italiano demolito

Per quanto non sembri così facile, in realtà è molto più semplice demolire un impero che costruirlo. E se quell’impero ha rappresentato parte della storia dell’Italia, del Made in Italy e di milioni di lavoratori italiani, smembrarlo diventa una responsabilità morale. L’operato di John Elkann, finora, si misura solo con numeri negativi: sia perché sta picconando ciò che altri, prima di lui, avevano edificato, sia perché l’identità italiana dell’industria e dell’editoria è un asset importante, ormai smarrito. 

In qualità di presidente di Exor, e tramite il perimetro FIAT/FCA, negli anni ha venduto o dismesso realtà chiave, tra cui Magneti Marelli (venduta ai giapponesi), la quota di maggioranza di Comau (ceduta a un fondo), ha scoporato IVECO e con GEDI oggi sta vendendo La Repubblica e La Stampa, dopo aver fatto lo stesso con L’Espresso. La FIAT oggi mantiene solo il nome di stampo italiano, mentre tutto viene deciso altrove. Stabilimenti falliti, chiusi, dismessi, produzioni de-localizzate: il risultato di una politica aziendale dannosa per il sistema Paese. 

Ci permettiamo di aggiungere: quel sistema nel quale l’attività sindacale è forte e pressante. Menomale, puntualizzerebbero tutti, se non conoscessero tuttavia le dinamiche politiche che fanno da sfondo alle sigle sindacali italiane. Ecco allora la domanda: ma la CIGL, leader delle proteste lavorative, sindacato principe in Italia, dov’è davanti a tutto ciò? Questione legittima, finché Repubblica, giornale di riferimento della sinistra, è nelle mani della famiglia Elkann. 

Non vogliamo essere maliziosi, ma osservare la realtà. Quando un patrimonio privato, di natura collettiva, giacché FIAT è stata la casa di gran parte degli avi dei giovani oggi tra nord e sud Italia, viene ridotto alla mercé della cronaca, e con esso tutte le aziende derivate, il problema va raccontato. Dei guai giudiziari in casa Elkann non ci importa, perché sappiamo distinguere tra ciò che è privato e ciò che non lo è. E questo è ciò che un potere pubblico (manager, nel caso di John Elkann, è assai riduttivo) dovrebbe saper fare molto meglio di noi. Eppure così non pare. 

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