L’aspra guerra del Sudan

Una guerra che continua a espandersi oltre i confini nazionali, alterando equilibri regionali e alimentando una crisi umanitaria senza precedenti

E’ dal 15 aprile 2023 che il Sudan è travolto da una guerra civile, interna, esplosa quando la milizia paramilitare Rapid Support Forces (RSF) ha rotto con l’esercito regolare (Sudanese Armed Forces, SAF) e ha cercato il controllo del paese. Da allora si combatte un’intensa lotta armata su più fronti, soprattutto nelle regioni di Darfur, Kordofan e altre zone centrali.

La guerra è caratterizzata da raid in aree urbane, assedi, scontri nelle città e offensive territoriali da parte di entrambi gli schieramenti. Un prologo che non accenna a diminuire di intensità, mostrando piuttosto tutti i lati peggiori di una battaglia senza regole e senza fine: saccheggi, sequestri, esecuzioni sommarie, violenze, stupri, torture e uccisioni di civili sotto controllo della RSF sono emersi da testimonianze di sopravvissuti e gruppi per i diritti umani. Nonostante sanzioni e dinieghi dalla comunità internazionale tutto continua, senza pausa. Solo negli ultimi giorni ci sono stati fortissimi bombardamenti contro scuole e ospedali con un conseguente gran numero di civili morti, inclusi molti bambini. Inoltre, oltre 12 milioni di persone sono state costrette a lasciare le loro case, tra sfollati interni e rifugiati in paesi limitrofi, come Ciad, Etiopia, Egitto. Questo è stato considerato il più grande movimento di persone nella Regione.

Oggi, oltre due anni e mezzo dopo lo scoppio del conflitto, il Sudan continua la sua discesa in una delle crisi più devastanti del XXI secolo. Le dinamiche territoriali mostrano non soltanto un conflitto prolungato, ma una guerra che si sta trasformando in qualcosa di molto più profondo e complesso: il tessuto statale è collassato, la violenza si è diffusa a macchia d’olio lungo tutto il Paese e le strutture sociali ed istituzionali sono in frantumi.

Una guerra che cambia forma

La cattura di El Fasher, capitale del Nord Darfur, da parte della RSF nell’ottobre 2025, è un simbolo di questa trasformazione: dopo oltre 500 giorni di assedio, la caduta della città ha segnato non solo una vittoria per i paramilitari, ma un punto di non ritorno per la crisi umanitaria in Darfur. Questo evento ha portato con sé accuse di massacri di civili, esecuzioni sommarie e una pulizia etnica su larga scala, alimentando timori di genocidio tra le popolazioni non arabe della Regione (quando si parla di “popolazioni non arabe”, in particolare nel Darfur, ci si riferisce a comunità africane indigene che non si identificano come arabe, pur essendo spesso musulmane e sudanesi a tutti gli effetti. Si tratta dunque di una distinzione non religiosa – la maggioranza è, come già detto, musulmana –  ma etnica, sociale e politica, n.d.r.). La caduta di El Fasher ha inoltre aperto nuovi fronti nel cuore del paese: il conflitto si è esteso verso est e sud, con intensi combattimenti nel Kordofan e tentativi della RSF di espandere il proprio controllo territoriale.

Un conflitto con impatto umano enorme

Le organizzazioni internazionali stimano che oltre 30 milioni di sudanesi – quasi due terzi della popolazione – abbiano urgente bisogno di assistenza umanitaria, con venti-cinque milioni che affrontano livelli acuti di insicurezza alimentare e molte aree già affette da carestia. Il collasso del sistema sanitario è totale: ospedali, cliniche e strutture di primo soccorso sono stati distrutti o sono inutilizzabili a causa dei combattimenti, lasciando milioni di persone senza cure. Anche l’accesso all’acqua potabile è compromesso, mentre epidemie di malattie trasmissibili si diffondono rapidamente. Le ultime valutazioni del World Food Programme (WFP) hanno annunciato che, a causa di gravi carenze di fondi, le razioni alimentari saranno notevolmente ridotte a partire da gennaio 2026, peggiorando una situazione già tragica e aumentando il rischio di morti per fame tra le popolazioni più vulnerabili.

L’uso di tattiche e armi che colpiscono i civili — tra cui attacchi a scuole, ospedali e luoghi di rifugio — ha portato numerose organizzazioni per i diritti umani a denunciare gravi violazioni del diritto internazionale umanitario. Attacchi recenti, come quelli contro strutture sanitarie e centri per l’infanzia in Kordofan, che hanno causato centinaia di vittime, inclusi molti bambini, hanno suscitato condanne globali. Di fronte a questa ondata di atrocità, il Regno Unito ha imposto sanzioni a quattro alti comandanti della RSF, congelando asset e vietando viaggi nell’ambito degli sforzi per colpire chi è ritenuto responsabile di massacri, violenze sessuali e attacchi ai civili. Tuttavia, la risposta internazionale resta frammentaria e largamente insufficiente. Le tensioni geopolitiche nella regione — con paesi come Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita ed Egitto coinvolti indirettamente per sostenere fazioni contrapposte — complicano gli sforzi di mediazione e rallentano una risposta coordinata.

L’incubo umanitario e l’indifferenza globale

Con milioni di sfollati interni, milioni di rifugiati nei paesi vicini e le principali vie di comunicazione e commercio rese impraticabili dai combattimenti, il Sudan sta vivendo una catastrofe umanitaria di proporzioni storiche. La mancanza di un accordo di cessate il fuoco credibile, unita alla progressiva erosione della governance statale e alla proliferazione di milizie armate, ha trasformato la guerra in una crisi senza frontiere né limiti temporali. In questo contesto, la comunità internazionale si trova ad un bivio: mantenere l’attuale condizione di risposta emergenziale o promuovere un piano di pace inclusivo e sostenuto diplomaticamente, che possa porre fine a una guerra che ha già consumato decine di migliaia di vite e spezzato il futuro di un’intera nazione.

La guerra civile in Sudan è diventata, oltre che tragica per i civili, un campo di competizione geopolitica fra potenze regionali e internazionali che cercano di consolidare influenza, accesso a risorse e posizioni strategiche in Africa e nel Mar Rosso. Anche quando gli attori esterni dichiarano di volere una soluzione politica, molti di questi paesi hanno fornito sostegno militare, logistico o finanziario alle fazioni in guerra, rendendo la pace più distante e il conflitto più lungo e sanguinoso.

Il ruolo dei Paesi esterni nella guerra: la spirale geopolitica che alimenta il conflitto

A complicare ulteriormente lo scenario sudanese c’è il coinvolgimento, più o meno esplicito, di una serie di potenze regionali e internazionali che hanno trasformato la guerra in una sorta di conflitto per procura, dove gli interessi strategici prevalgono sulla necessità urgente di pace. Gli Emirati Arabi Uniti, considerati da molti osservatori il principale sponsor esterno della RSF, sostengono la milizia con risorse, rifornimenti e appoggi logistici per tutelare i propri investimenti nel settore aurifero sudanese e per rafforzare la loro influenza sul Mar Rosso. Sul fronte opposto, Egitto e Arabia Saudita guardano alle SAF come all’unico attore in grado di garantire stabilità istituzionale: il Cairo teme un collasso che potrebbe ripercuotersi sulla sicurezza del Nilo, mentre Riyadh punta a preservare l’equilibrio delle rotte marittime e a consolidare il proprio ruolo di mediatore regionale. Anche Iran e Turchia hanno progressivamente intensificato la loro presenza: Teheran fornendo droni e tecnologia militare alle SAF nel tentativo di allargare il proprio raggio d’azione nel Mar Rosso; Ankara intervenendo con supporto tecnico e militare per tutelare i propri investimenti e per controbilanciare l’influenza emiratina nel Corno d’Africa. La posizione della Russia è invece più ambigua e stratificata: Mosca mantiene contatti tanto con l’esercito quanto con la RSF, attratta da concessioni minerarie, dalla possibilità di una futura base navale a Port Sudan e dal desiderio di espandere la sua presenza geopolitica in Africa orientale.

Nel frattempo, i paesi confinanti — Ciad, Etiopia, Sud Sudan — sono travolti dagli effetti collaterali del conflitto: flussi di rifugiati, incursioni transfrontaliere e traffici di armi che minano ulteriormente la stabilità di regioni già fragili. Il risultato è un mosaico di interessi che rende sempre più difficile trovare un terreno comune per un dialogo di pace. Invece di attenuare le ostilità, l’interferenza esterna ha contribuito a prolungare la guerra, fornendo ai due blocchi armati risorse, legittimità e incentivi per continuare a combattere, mentre la popolazione civile affronta uno stato di emergenza prolungata di massimo livello.

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