Se non fosse una missione fallita in partenza, sarebbe utile spiegare diverse cose agli assalitori del giornale La Stampa, devastato da furie anarchiche e pro-Pal. Sì, d’accordo, il fatto che condannare la violenza adoperando violenza è sciocco; scontato anche il fatto che ci saranno conseguenze e che si sta parlando solo negativamente di quel collettivo troppo spesso violento e agitato. Ma se non si trattasse di giovani ottusi (e dispiace già associare aggettivo a sostantivo, perché potrebbero fare tanto di meglio oggigiorno), sarebbe interessante raccontargli che proprio a Torino nacque Camillo Benso, conte di Cavour, uno che nei confronti della stampa e del giornalismo aveva sempre un occhio di riguardo e un rispetto che oggi sembra quasi archeologico. Non vorrebbero sentirne parlare, stregati da ideologi e miti di un solo colore, e preferirebbero restare radunati in edifici occupati a complottare per rovesciare il sistema. Ma è grazie a quel sistema che esistono e vivono. E quel sistema viene da lontano; nel caso degli assalitori torinesi, in parte, affonda le radici proprio nella loro città.
Infatti, Cavour non solo fondò un giornale, Il Risorgimento, che fu una vera e propria operazione culturale per diffondere idee riformiste e alimentare la costruzione di uno Stato moderno, ma credeva anche che il giornale servisse a educare l’opinione pubblica, a renderla partecipe e consapevole. Per lui, in sostanza, una nazione moderna esiste solo se esiste una stampa libera e vivace, capace di criticare e illuminare. Cavour era un liberale, e questo non piacerebbe affatto ai comunisti incappucciati e armati di oggetti da sfascio che oggi si presentano come paladini della libertà mentre assaltano una redazione. Però coi personaggi del passato, in particolare con quelli venuti prima del secolo scorso, non se la prende mai nessuno. Avete mai sentito qualcuno che, seduto sul trono del buonismo accogliente di sinistra, oggi inveisca contro Napoleone, il quale promosse una larga espansione militare con logiche imperialiste, a tutti gli effetti una dinamica coloniale intra-europea? Oppure qualcun altro pacifista allo champagne che apra un’inchiesta pubblica contro Francesco Crispi, primo ministro dell’Italia unita e capomissione dell’espansione in Eritrea? Nei centri sociali torinesi hanno mai arringato contro Otto von Bismarck, potente imperialista, per giunta tedesco, e quindi doppiamente sgradito in teoria?
La verità è che dei nemici del passato remoto importa poco: sono comodi, lontani e innocui. Meglio guardare in casa, arrampicarsi sugli specchi per cercare parallelismi tra un Ventennio oggi storicamente e ideologicamente scomparso e i partiti moderni, meglio agitare il solito armamentario retorico per trovare fascismi immaginari mentre si ignorano le derive autoritarie che germogliano proprio nei gruppetti che si professano antifascisti. E meglio ancora pensare che con la delinquenza si possano perseguire battaglie sociali, che rompere vetrine equivalga a scrivere una pagina di impegno civile.
Chi scrive non ama lo scioglimento dei gruppi politici: la politica che dice “no” alla politica è un segnale di mancanza di democrazia e polso decisionale. La responsabilità penale è personale e chi commette reati in nome di ideali confusi o romanticherie rivoluzionarie ne rende conto davanti alla giustizia. Lasciate che collettivi come Askatasuna, il centro sociale responsabile dei fatti di Torino, esistano e siano in attività: un Paese libero tollera il dissenso. Ma appena varcano i confini del codice penale, procedete secondo giustizia, adoperate forza difensiva e azioni preventive, rafforzate i controlli, mandate polizia, favorite le inchieste, impedite che l’arbitrio diventi metodo. Devono capire che lo Stato democratico e liberale ti lascia fare, ti sopporta e perfino ti ascolta, ma appena fuggi dal ranch ti riporta dentro, e non sempre con delicatezza e amore. E non perché sia autoritario, ma perché la libertà senza responsabilità non è libertà: è semplicemente vandalismo con una scusa politica.







